Ftalati: uno studio rivela il rapporto con il sistema immunitario

Utilizzati da anni come plastificanti, già noti per interferire con il sistema ormonale e metabolico, gli ftalati agirebbero anche su quello immunitario. A dimostrarlo un nuovo studio tedesco che ha rivelato che l’esposizione al BBP prima della nascita e durante l’allattamento aumenta il rischio di ammalarsi di asma allergico.
Tina Simoniello, 15 Maggio 2017
Micron
Micron
Giornalista freelance

Si sa che gli ftalati fanno due cose, entrambe note da tempo: rendono la plastica, e soprattutto il PVC, flessibile e modellabile e che interferiscono con il nostro sistema endocrino e metabolico (e infatti la normativa europea ne limita la presenza negli oggetti per l’infanzia). Ma non finisce qui.
Ora uno studio traslazionale pubblicato sul Journal of Allergy and Clinical Immunology realizzato da ricercatori del Centro di ricerca sull’ambiente (UFZ) dell’Università di Lipsia e del Centro di ricerca tedesco sul cancro (DKFZ ) dimostra che fanno una terza cosa: aumentano il rischio di asma allergico nei bambini di donne che nel corso della gravidanza e dell’allattamento sono particolarmente esposte almeno a un componente di questa famiglia di composti. “È un fatto ben noto che gli ftalati (che assumiamo con gli alimenti la respirazione e la pelle, ndr) agiscono sul nostro sistema ormonale e possono quindi avere un effetto negativo sul nostro metabolismo e sulla fertilità” ha dichiarato Tobias Polte, immunologo ambientale e coautore dello studio. “I nostri risultati dimostrano – ha proseguito – che gli ftalati interferiscono anche con il sistema immunitario e possono aumentare significativamente il rischio di sviluppare allergie”.
Il team di ricercatori ha esaminato l’urina di donne in gravidanza utilizzando la stessa coorte, oltre 600 coppie madre-figlio, arruolata per lo studio LINA.
LINA è un’indagine del 2016 piuttosto estesa e progettata per analizzare se e in che modo gli stili di vita e i fattori ambientali nel periodo pre e postnatale influenzino il sistema immunitario, e il rischio di sviluppare allergie nella vita dei bambini.
Ebbene, utilizzando LINA il team tedesco ha dimostrato che in effetti c’è una relazione diretta tra il livello di concentrazione di ftalati nelle madri e la comparsa di asma allergico nei bambini. Irina Lehmann, responsabile di LINA e coautore anche di questo secondo studio: “C’è stata un’evidente relazione tra le concentrazioni più elevate del metabolita di benzilbutilftalato o BBP nelle urine delle madri e la presenza di asma allergico nei loro figli”.
E non solo negli umani. I ricercatori hanno esposto un campione di topi in gravidanza a concentrazioni di ftalati tali da ottenere negli animali concentrazioni di BBP paragonabili quelli misurati nelle donne di LINA. Verificando che nel modello animale andava proprio allo stesso modo: nella prole murina di femmine molto esposte a BBP la tendenza a sviluppare l’asma allergico più che non in topolini di controllo era, anche in questo caso, chiara. Non solo: andava avanti per due generazioni. Anche la prole della prole delle madri più esposta a BBP, ha continuato ad ammalarsi di più.

QUESTIONE DI TEMPO E DI EPIGENETICA
“Il fattore tempo è decisivo: se l’organismo è esposto agli ftalati durante le prime fasi di sviluppo, questo fatto può avere effetti sul rischio di malattia per le due generazioni successive. Il processo di sviluppo prenatale – ha commentato Polte – è dunque chiaramente alterato dall’esposizione ftalati”. Ma come? In che modo agiscono gli ftalati? Come fanno ad alterare lo sviluppo fetale fino a favorire una malattia allergica? Per rispondere a queste domande non restava che analizzare il DNA dei piccoli topi. Gli autori lo hanno fatto e hanno visto che in alcuni geni tra quelli noti per essere coinvolti nello sviluppo delle allergie erano presenti più gruppi metilici di quanto normalmente non fosse.
E di quanto fisiologicamente non dovesse essere.
La metilazione dei geni è un processo epigenetico che consiste nel legame di gruppi metile , –CH3, al DNA. Le cause e gli effetti del fenomeno variano (per esempio alcuni studi recenti hanno suggerito che il fumo di sigaretta provocherebbe un eccesso di metili su alcune regioni del DNA che hanno a che fare con la moltiplicazione cellulare).
Ma in ogni caso – hanno spiegato i ricercatori tedeschi – i metili funzionano come fossero dei lucchetti: legandosi a un gene ne impediscono la lettura, che poi significa che inibiscono la sintesi della proteina che a quel gene è associata. Ancora Polte: “Gli ftalati sembrano disattivare geni decisivi attraverso la metilazione del DNA, causando una riduzione dell’attività di questi geni nei giovani topi”. In particolare ad essere bloccati, sono stati in questo caso geni repressor la cui funzione normale, come dice il nome, è quella di reprimere l’attività delle T-helper-2, cellule del sistema immunitario che favoriscono la risposta allergica. Se un gene repressore non può essere letto perché bloccato dai metili, le cellule T-helper-2 non vengono inibite abbastanza, e il rischio allergico sale.
Ora: tutta questa genetica fatta di repressori, metili, cellule-T eccetera, è dimostrata nei topi. Ma le cose vanno così anche negli umani? Ebbene, studiando il DNA dei bambini asmatici il risultato è stato il medesimo: anche i geni repressori umani vengono bloccati da gruppi metilici. E non reprimono più quanto dovrebbero “Grazie al nostro approccio traslazionale – che ci ha portato dall’uomo, attraverso il modello animale e le coltura cellulari di nuovo all’uomo – siamo stati in grado di dimostrare che le modificazioni epigenetiche sono apparentemente responsabili del fatto che i figli di madri che avevano un’elevata esposizione agli ftalati durante la gravidanza e l’allattamento hanno sono soggette ad un rischio superiore di sviluppare l’asma allergico”, ha riferito ancora Polte. “L’obiettivo della nostra ulteriore ricerca – ha concluso – sarà quello di capire esattamente come ftalati specifici danno origine alla metilazione di geni rilevanti per lo sviluppo di allergie”.

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