Fukushima: segni di ripresa dell’Oceano Pacifico

Arriva una piccola buona notizia da parte degli scienziati che monitorano i livelli di radiazione dell'Oceano Pacifico. Dopo più di cinque anni, i livelli sono quasi tornati alla normalità. Dai sotterranei del reattore nucleare proseguono però le fuoriuscite di materiale radioattivo.
Stefano Pisani, 12 Luglio 2016
Micron
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Giornalista Scientifico

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Le ferite lasciate dal terremoto del 2011 e dal successivo tsunami al largo delle coste del Giappone stanno impiegando molto tempo a guarire, ma ora arriva una piccola buona notizia da parte degli scienziati che monitorano i livelli di radiazione dell’Oceano Pacifico. Dopo più di cinque anni, questi livelli sono infatti quasi tornati alla normalità, sebbene dalla centrale nucleare di Fukushima Daiichi, seriamente danneggiata dal maremoto, proseguano le fuoriuscite di materiale radioattivo.
L’11 marzo 2011, in seguito a uno tsunami scatenato da un terremoto di magnitudo 9.0, il Giappone era stato costretto a chiudere decine di reattori nucleari innescando un’immensa fuga di materiali radioattivi nelle acque dell’Oceano Pacifico. Un gruppo di ricercatori della Edith Cowan University (ECU) in Australia ha coordinato un team internazionale di scienziati che fanno parte dello Scientific Committee on Oceanic Research allo scopo di condurre una revisione generale dei livelli di radiazione nell’Oceano Pacifico nell’ambito di attività di controllo dello stato delle acque cinque anni dopo il disastro. Secondo i ricercatori, ci sono buone e cattive notizie. «I livelli di radiazione nell’oceano si sono abbassati notevolmente e sono suscettibili di un ritorno ai livelli associati al pre-Fukushima nel corso dei prossimi quattro o cinque anni», ha spiegato Pere Masqué dell’ECU, tra gli autori della ricerca pubblicata sulla rivista Annual Review of Marine Science. «Tuttavia – ha continuato – il fondo marino e il porto nei pressi della centrale di Fukushima sono ancora altamente contaminati e il monitoraggio dei livelli di radioattività e della vita marina in quella zona non può essere interrotto».
Nel periodo immediatamente successivo al disastro nucleare, i livelli di radiazione registrati al largo delle coste del Giappone erano decine di milioni di volte superiori alla norma. Nel 2011, circa la metà dei campioni di pesce proveniente dalle acque costiere al largo di Fukushima era stato trovato contaminato da livelli pericolosamente alti di materiale radioattivo. Alla fine dello scorso anno, tuttavia, questa percentuale era scesa fino a toccare l’1%.
L’evento disastroso del 2011 ha portato allo sversamento di materiale radioattivo più grande mai registrato negli oceani di tutto il mondo e l’incidente è stato uno degli unici due a qualificarsi come evento di livello 7 sulla Scala Internazionale degli Eventi Nucleari (a fargli compagnia, il tristemente noto incidente di Chernobyl).
Le proporzioni di questo terribile episodio fanno sì che la notizia che l’Oceano Pacifico si stia riprendendo sia accolta con un grande sospiro di sollievo.
Per controllare i livelli di radioattività nel Pacifico, i ricercatori hanno analizzato venti studi individuali, valutando i livelli di cesio radioattivo rilevato nel tratto di mare che si estende dalla costa del Giappone fino a tutto il Nord America. Il cesio è un elemento chimico particolarmente utile per rintracciare la dispersione delle radiazioni, perché è un sottoprodotto delle centrali nucleari ed è altamente solubile in acqua.
Nonostante il promettente calo della radioattività, i ricercatori hanno sottolineato comunque la necessità di un maggiore impegno per potenziare il monitoraggio dell’area, giacché materiali pericolosi continuano a trapelare della centrale di Fukushima. Come fermare la diffusione di materiale radioattivo proveniente dal sito di Fukushima è un problema che continua a essere significativo: tuttora, dai sotterranei del reattore nucleare continuano a uscireogni giorno tonnellate di acque contaminate da materiale radioattivo e i segni della contaminazione sono stati rilevati in luoghi anche molto lontani, come al largo della costa occidentale degli Stati Uniti. Gli sforzi per arrestare le perdite sono in corso: uno dei modi in cui le autorità giapponesi stanno cercando di ridurre al minimo la quantità di materiale radioattivo che filtra è quello di costruire una parete congelata sotterranea intorno alla struttura ma, prima che l’impianto sia completamente dismesso, si parla ancora di un arco temporale di 30 o 40 anni.
«Anche se non ci si può aspettare un ritorno allo stato delle cose prima dell’11 marzo, 2011», scrivono gli scienziati, «si spera che, con il passare del tempo, una nuova normalità torni nelle zone colpite e che una maggiore comprensione dell’impatto dei radionuclidi scaricati negli oceani aiuti a contribuire al recupero ambientale».

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