Grucce, abiti e ambiente

Qualche tempo fa, su queste pagine, ci siamo occupati dei problemi causati agli ecosistemi dal massiccio uso di fibre sintetiche nell’abbigliamento. Ora un recentissimo studio della Northumbria University nel Regno Unito, fa luce su un particolare aspetto dell’impatto che il settore della moda ha sull’ambiente: è il problema delle grucce appendiabiti in plastica. Magari ora […]
Romualdo Gianoli, 08 Dicembre 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

Qualche tempo fa, su queste pagine, ci siamo occupati dei problemi causati agli ecosistemi dal massiccio uso di fibre sintetiche nell’abbigliamento. Ora un recentissimo studio della Northumbria University nel Regno Unito, fa luce su un particolare aspetto dell’impatto che il settore della moda ha sull’ambiente: è il problema delle grucce appendiabiti in plastica. Magari ora qualcuno starà sorridendo o starà pensando che sia una questione trascurabile ma non è così perché, come sempre, sono i numeri a dare le vere dimensioni del problema.

A livello globale il settore ‘moda’ muove cifre enormi: dal 2005 al 2019 la produzione è passata da 74,3 miliardi di capi dabbigliamento a 130,6 miliardi con un valore di mercato annuo, tra abiti e calzature, previsto in ulteriore crescita di quasi 558 miliardi di euro nei prossimi dieci anni, per arrivare all’incredibile cifra di 2,230 trilioni di euro nel 2030! Tutto ciò si traduce in un peso per l’ambiente pari a 92 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti ogni anno da tutta la filiera: un numero che fa della moda la seconda industria più inquinante del mondo dopo quella petrolifera, con una produzione di anidride carbonica pari all’8,1% del totale mondiale.

Ora, sebbene l’impatto ambientale del settore fashion sia stato riconosciuto e si tenti di affrontarlo in vari modi in termini di costi, alternative sostenibili e politiche governative, fino ad ora ben poco si sapeva dell’impatto di prodotti connessi al settore ma mai direttamente presi in considerazione come le grucce di plastica. La ricerca condotta dalla dottoressa Alana James della Northumbria University e dalla consulente di moda Emma Reed, invece, fornisce ora un dato preciso: ogni anno nel solo Regno Unito vengono utilizzati più di 954 milioni di appendiabiti. Di questi il 16% (vale a dire quasi 153 milioni) viene utilizzato esclusivamente per il trasporto degli indumenti dai luoghi di produzione ai negozi al dettaglio e poi viene scartato, al pari di altri oggetti in plastica monouso come bottiglie, borse per la spesa, piatti, bicchieri o cannucce. Non è un caso che lo studio sia stato condotto nel Regno Unito che, in Europa, è il Paese dove si consumano (termine quanto mai appropriato) più abiti nuovi che in ogni altra nazione: circa 27,6 Kg per ogni abitante all’anno, seguito dalla Germania con 16,7 Kg, dalla Danimarca con 16 Kg, dall’Italia con 14,5 Kg e dall’Olanda con 14 Kg.

Commentando questi dati Alana James ha sottolineato come «per quasi un secolo la moda ha avuto una dipendenza malsana dall’uso della plastica, con il 65% di tutti gli indumenti attualmente prodotti in fibre sintetiche. Tuttavia gli appendiabiti rimangono un’area di impatto ambientale ampiamente trascurata del settore, nonostante il 60% di tutti gli indumenti venga venduto assieme a un appendiabiti di plastica».

La ricerca, condotta con questionari anonimi su un’ampia varietà di aziende di moda del Regno Unito (dai brand di lusso fino all’e-commerce più economico), ha rivelato per la prima volta che in UK il 60% di tutti gli indumenti venduti è accompagnato da una gruccia, e che ben 82 milioni di appendiabiti vengono spediti ogni anno assieme ai capi d’abbigliamento venduti online. Per capire quanto questo problema sia ancora poco percepito a tutti i livelli, dai produttori fino ai clienti finali, basta osservare che lo studio ha rivelato che più dei due terzi delle aziende intervistate non era a conoscenza del tipo di plastica di cui erano fatti gli appendiabiti, rendendo così particolarmente difficile, se non impossibile, riciclarli. Come ha sottolineato Alana James: «Produttori, rivenditori e consumatori hanno tutti un ruolo da svolgere per spingere al cambiamento e speriamo che i risultati di questa ricerca aumentino la consapevolezza di questo problema e portino a soluzioni alternative».

 Lo studio condotto nel regno Regno Unito è solo il primo passo in un terreno ancora inesplorato della lotta in nome del cambiamento e della sostenibilità ambientale che tutti dobbiamo affrontare se vogliamo salvare il pianeta. Secondo Sjoerd Fauser, fondatore e CEO della Arch & Hook, unazienda che produce e recupera grucce in plastica riciclata e che è stata partner dello studio: «questo report è solo la punta dell’iceberg perché i dati a livello mondiale restano tuttora non disponibili. Ma noi siamo determinati a espandere la ricerca in altre aree, in collaborazione con più partner per svelare la verità, creare consapevolezza e trasformare la sostenibilità in un’azione tangibile». È facile prevedere che questo percorso di sensibilizzazione e responsabilizzazione non sarà semplice, dovendosi scontrare con un mercato che, invece, spinge nella direzione opposta: quella della moda veloce e ultraveloce.

Rispetto al 2000, oggi i marchi di moda producono una quantità di vestiti quasi doppia e stanno spingendo i consumatori ad acquistare sempre più capi d’abbigliamento e sempre più spesso. L’ultimo decennio, infatti, ha visto l’emergere di una moda ultra-fast che sta sostituendo il fast-fashion, portando la velocità e il volume della produzione di abbigliamento a livelli estremi. Rivenditori di moda ultraveloce come Boohoo, Pretty Little Things o Misguided, sono arrivati a proporre oltre 1000 nuovi stili a settimana offrendo così, ai propri clienti, nuovi prodotti da acquistare, a ciclo continuo.

Chiaramente è un ritmo insostenibile per le risorse dell’ambiente e per la sua capacità di assorbire gli scarti di una tale produzione, specialmente in assenza di efficaci politiche di riciclo e riuso. Eppure, sembra esserci una speranza quantomeno di frenare (e forse invertire) questa folle corsa dato che, come scrivono gli autori dello studio, il 57% dei consumatori concorda sul fatto che l’acquisto di troppi indumenti faccia male all’ambiente.

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