I chiaroscuri della ricerca italiana

La "Relazione sulla ricerca e l'innovazione in Italia", a cura del CNR e presentata qualche giorno fa a Roma, ci ricorda degli affanni e della mancanza di progettazione scientifica del nostro paese. Troppe ombre e debolezze per ciò che concerne tutto il sistema ricerca nel suo complesso: dalla limitata capacità di finanziamento dei progetti di ricerca, anche attraverso i fondi europei, fino alla difficoltà di istituire un reclutamento ordinario dei ricercatori sul lungo periodo nel settore pubblico.
Giuseppe Nucera, 18 Ottobre 2019
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Il 15 ottobre è stata presentata a Roma la “Relazione sulla ricerca e l’innovazione in Italia”, rapporto stilato dal CNR, sullo stato di salute della ricerca scientifica e sulla politica della scienza, che il principale ente pubblico di ricerca del nostro paese mette a disposizione del Governo per le strategie future. Quella mostrata è la fotografia di un’Italia caratterizzata ancora da troppe ombre e debolezze per ciò che concerne tutto il sistema ricerca nel suo complesso: dalla limitata capacità di finanziamento dei progetti di ricerca, anche attraverso i fondi europei, fino alla difficoltà di istituire un reclutamento ordinario dei ricercatori sul lungo periodo nel settore pubblico.

Una posizione, quella italiana, che resta lontana dalla media Ue e dai competitor europei, risolvibile, secondo il Presidente CNR Massimo Inguscio, partendo da“una politica di reclutamento regolare, programmata, garantita” e una mantenendo una nuova rotta:“puntare all’investimento e non alla spesa”.

FONDI EUROPEI: L’IMPORTANTE SAREBBE VINCERE
L’Italia è ben consapevole di quanto sia necessario partecipare alla competizione europea per l’accesso alle risorse per la ricerca scientifica: infatti il nostro paese conta 58.746 domande di finanziamentopresentate all’interno dei Programmi Quadro dell’Unione, posizionandosi dietro solo al Regno Unito (62.746) e davanti alla Germania (58.159). Il vero problema, però, come emerge dal rapporto targato CNR è che il più delle volte partecipiamo senza aver le carte giuste per poter vincere. Portiamo a casa finanziamenti solo per il 7,5% di tutti progetti, a fronte di una media totale di Horizon 2020 del 13,0%. Ne vinciamo uno per ogni 13 progetti, mentre la Germania, leader indiscussa in termini di performance, vince un finanziamento per ogni 5 richieste.

Per la ricerca scientifica l’Italia versa all’Europa il 12,8% del bilancio complessivo dei cosiddetti Programmi quadro. Ottiene in contropartita finanziamenti solo per l’8,7%. Ci posizioniamo a notevole distanza dai maggiori competitor del Vecchio Continente come Germania (16,4%), Regno Unito (14,0%) e Francia (10,5%). Anche la Spagna negli ultimi anni, con il 9.8%, ci ha superato in termini di finanziamento.

PIÙ DENARO DALL’UE A CHI INVESTE IN RICERCA E SVILUPPO
Per ogni euro di contributo versato, il ritorno dall’Europa in termini di finanziamento alla ricerca italiana è solo di 0,69 euro. Perdiamo oltre il 30%. Dato che, secondo il report del CNR, indica per l’Italia “la presenza di problemi strutturali nel sistema di ricerca, sviluppo e innovazione nazionale che andrebbero affrontati per migliorare la nostra competitività a livello internazionale.”

Il vero problema sembrerebbe essere la poca capacità di attrazione del nostro paese quando si parla di ricerca e sviluppo (R&S). L’Europa punta poco sull’Italia per distribuire finanziamenti anche perché i giovani scienziati stranieri sono oggi scoraggiati a fare ricerca in Italia. Fenomeni macro e micro che sembrerebbero avere la stessa radice: la progressiva erosione dei fondi di finanziamento ordinario degli organismi pubblici di ricerca (università ed enti), i veri attori che dovrebbero sostenere la ricerca di qualità.

Questa debolezza nell’accaparrarsi fondi europei è collegata quindi allo scarso investimento nazionale in R&S che ci attanaglia da decenni. La spesa R&S in rapporto al PIL è sì in lieve ripresa, passando dall’1,0% del 2000 a circa l’1,4% del 2016, ma rimaniamo ancora il fanalino di coda europeo.
Dopo la flessione del biennio 2014-15, sono in ripresa anche gli stanziamenti del Miuragli Enti pubblici di ricerca (Epr), passati da 1.572 milioni nel 2016 a 1.670 milioni nel 2018: il CNR, in particolare, ha ottenuto in questo periodo un incremento da 555 milioni a 602 milioni. Restiamo tuttavia lontano dai paesi europei, dove il rapporto medio tra investimenti in R&S e Pil è quasi del 2%.

QUANTI SONO, DOVE LAVORANO E QUANTO PRODUCONO I RICERCATORI ITALIANI
La quota dei ricercatori in rapporto alla forza lavoro, pur rimanendo ben al di sotto di quella degli altri paesi europei, è costantemente cresciuta in Italia nell’ultimo decennio. Dal 2005 al 2016 i ricercatori sono aumentati di circa 60.000 unità. L’università rappresenta l’area maggiore, con 78.000 addetti contro i 72.000 delle imprese.  Pochi e sempre più vecchi. In Italia un docente su due ha più di 50 anni, mentre nel Regno Unito e in Francia sono, rispettivamente, il 40% e il 37%. L’età media dei nostri docenti è di quasi 49 anni, mentre nelle imprese private i ricercatori hanno un’età inferiore, pari a 43 anni.

L’assenza di politiche strategiche di lungo periodo nel reclutamento, porterà, secondo le proiezioni del CNR, ad aumentare l’età media dei ricercatori in tutti i comparti.
Nota positiva il fatto che entro il 2025 scomparirà il divario di rappresentanza di genere, con il progressivo aumento delle ricercatrici nel settore pubblico, ma non in quello privato. Questi dati non considerano però i divari in termini di carriera tra uomini e donne.

Nonostante le difficoltà strutturali, la comunità dei ricercatori italiani rappresenta una tra le produzioni scientifiche più rilevanti al mondo, con un numero di pubblicazioni significativa e in crescita (quasi il 5% nel 2018 sulla quota mondiale) e di qualità in base al numero di citazioni. Una produzione scientifica analoga a quella della Francia che conta però su un numero di ricercatori più elevato rispetto al nostro paese. Bene, si dirà ma come ha spiegato su queste stesse pagine Irene Sartoretti qualche settimana fa è una dato che deve essere esaminato con attenzione.

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