I pesticidi non sono necessari, lo dice l’ONU

Secondo quanto emerge da un rapporto reso noto dalle Nazioni Unite, i pesticidi non sarebbero un' arma necessaria per garantire quantità di cibo sufficienti per una popolazione mondiale così in rapida crescita: i danni da essi prodotti sarebbero infatti ben peggiori dei benefici che produrrebbero, sia in termini di inquinamento del suolo, che – di conseguenza – di salute della popolazione.
Cristina Da Rold, 19 Marzo 2017
Micron
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Giornalista scientifica

Come è noto, la popolazione mondiale è destinata a raggiungere i 9 miliardi di abitanti nel 2050. Di pari passo l’industria dei pesticidi, un mercato che vale circa 50 miliardi di dollari l’anno, è considerata vitale per proteggere le colture e di garantire forniture alimentari sufficienti.
Non tutti però la pensano così, e le organizzazioni internazionali cominciano a porre dei dubbi. Secondo quanto emerge da un rapporto reso noto dalle Nazioni Unite, i pesticidi non sarebbero infatti un’ arma necessaria per garantire quantità di cibo sufficienti per una popolazione mondiale così in rapida crescita: i danni da essi prodotti sarebbero infatti ben peggiori dei benefici che produrrebbero, sia in termini di inquinamento del suolo, che – di conseguenza – di salute della popolazione. Insomma, la necessità di usare i pesticidi sarebbe un mito: il problema non sono le quantità di cibo che dobbiamo produrre, ma come questo cibo deve essere meglio distribuito in modo che nessuno rimanga indietro.
Dobbiamo lavorare – scrivono gli autori – per affrontare la lobby del governi che negli ultimi anni hanno bloccato riforme per le restrizioni nell’utilizzo dei pesticidi. “Secondo quanto riportano i dati della FAO – afferma Hilal Elver, uno degli autori – oggi saremmo attualmente in grado di sfamare nove miliardi di persone.
La produzione è in crescita, ma il problema rimane la povertà, cioè le disuguaglianze nell’accesso al cibo.” Inoltre i pesticidi non vengono utilizzati solitamente con lo scopo di sfamare più persone, ma per aumentare la produttività, la resa agricola su larga scala.
Dall’altra parte della barricata però troviamo gli argomenti degli produttori di pesticidi, secondo cui i dati della FAO mostrerebbero chiaramente che senza l’utilizzo di pesticidi i produttori potrebbero perdere fino al 80% dei loro raccolti a causa di insetti dannosi, erbe infestanti e malattie delle piante. Problemi che a parere degli esperti potrebbero invece essere affrontati virando verso pratiche più sostenibili, come metodi naturali per sopprimere gli agenti infestanti, la vecchia rotazione delle colture, e incentivando la produzione di agricoltura biologica. È evidente però che la questione è complessa, poiché in ballo c’è un’idea di progresso, di sviluppo, di crescita, che porta con sé interessi commerciali a livello globale.
Il pomo della discordia tuttavia non riguarda solamente la necessità o meno di utilizzare i pesticidi, ma il fatto, oramai incontrovertibile che essi provocano importanti danni ad ambiente e salute. Le stime delle Nazioni Unite parlano di 200 mila morti nel mondo ogni anno per forme acute di intossicazione dovute ai pesticidi. La letteratura è infatti ampia e chiara circa la correlazione fra esposizione a pesticidi e l’insorgenza di diverse patologie fra cui cancro, Alzheimer, Parkinson, disturbi ormonali, disturbi dello sviluppo e sterilità. L’ultima di una serie di denunce è quella discussa nel dicembre 2016 dalla EPA, che riguarda la correlazione oramai evidente fra l’esposizione cronica al Paraquat, un noto diserbante, e l’insorgenza del Parkinson.
Il problema è che in questo ambito non è vero che tutto il mondo è paese.
L’Europa per esempio regolamenta questo genere di questioni mediante il noto “principio di precauzione”, che prevede su questioni controverse circa la protezione di ambiente e salute delle persone di mantenere politiche cautelative. Secondo gli ultimi dati pubblicati da EFSA, l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, il 97% dei campioni di frutta e verdura analizzati in Unione Europea rispetta i limiti stabiliti dalla UE, ma il 6,5% dei prodotti arrivati da Paesi terzi riporta livelli di pesticidi oltre le soglie consentite. In Europa, inoltre dal 2013, sono banditi i pesticidi neonecotinoidi, considerati un’enorme minaccia per la sopravvivenza delle api, incontrando la prevedibile opposizione dell’industria.
Basta però spostarsi negli Stati Uniti per vedere che le cose funzionano diversamente, dal momento che i regolamenti a stelle e strisce non si basano su principio di precauzione.
Il già citato Paraquat per esempio, non può essere utilizzato in Europa, ma lì viene prodotto per poi essere venduto nel resto del mondo, Stati Uniti compresi.
In generale, il rapporto ha individuato che solo il 35% dei Paesi in via di sviluppo prevede un regime regolatorio per l’utilizzo dei pesticidi in agricoltura, con la conseguenza che sono i lavoratori più “fragili” a fare le spese dell’intero sistema. A risentirne maggiormente infatti non sono i consumatori finali, quanto i coltivatori stessi – chiosano gli autori – spesso non adeguatamente protetti dall’esposizione cronica ai pesticidi, e spesso, nei casi di lavoratori più vulnerabili dal punto di vista socio-economico, anche senza forme di tutela legale e di un’adeguata assicurazione sanitaria. Questi ultimi, rappresenterebbero secondo il report il 90%, di chi lavora in agricoltura negli Stati Uniti.

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