Il New York Times già a ottobre aveva lanciato l’allarme: l’Agenzia per la protezione dell’ambiente degli Stati Uniti, L’Epa per intenderci stava rimuovendo le informazioni relative agli effetti del riscaldamento globale dal proprio sito web. Ora, a un anno dall’elezione di Trump si può affermare con certezza che le menzioni sul cambiamento climatico sono state rimosse sistematicamente, alterate o ridotte sui siti web di tutto il governo federale. Questo è quanto emerge da un rapporto prodotto dall’Environmental Data and Governance Initiative, una coalizione internazionale di ricercatori e gruppi attivisti.
“Perché queste agenzie federali dedicano così tanto impegno alla ‘pulizia della scienza’ invece di adoperare le proprie risorse per adempiere alle responsabilità dell’agenzia, come la protezione dell’ambiente e l’avanzamento della sicurezza energetica?” si domandano gli autori. E ancora “La rimozione delle informazioni relative ai cambiamenti climatici dai siti web federali non influisce sulla realtà dei cambiamenti climatici, ma può servire a offuscare l’argomento e ad alimentare dubbi sul consenso scientifico e sul ruolo determinante che l’attività umana ha avuto nell’accelerare questi cambiamenti”.
Il rapporto tiene traccia della rimozione da parte dell’EPA di centinaia di collegamenti web a siti di programmi statali e locali sui cambiamenti climatici; inoltre è stato evidenziato come il Dipartimento di Stato, quello dell’Energia hanno sostituito sui propri portali il termine “climate change” con un più vago “sustainability”.
Gli autori dello studio hanno inoltre scoperto che il Bureau of Land Management ha cancellato il suo sito web sui cambiamenti climatici e rimosso il testo inerente l’importanza della mitigazione del climate change. Ma a preoccupare di più, leggendo il rapporto del Environmental Data and Governance Initiative, è anche la difficoltà e la poca accessibilità nel trovare i dati grezzi del governo sui cambiamenti climatici, come le registrazioni storiche delle temperature e dei livelli di emissione. “I dati sono certamente meno accessibili. I collegamenti ai siti Web che ospitano i le serie storiche sono stati rimossi. Questi dati sono ancora disponibili online, ma è stato reso più difficile l’accesso diretto”.
I risultati di questo studio sono in linea con le politiche di un presidente che ha orgogliosamente perseguito un programma di abrogazione delle normative ambientali, aprendo a un massiccia estrazione di petrolio, ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul clima di Parigi e nomina di alti funzionari che hanno messo in dubbio o negato la scienza sul climate change.
Molte delle persone scelte dal presidente Donald Trump per formare il nuovo governo degli Stati Uniti sono decisamente scettiche rispetto al cambiamento climatico, se non proprio negazioniste. Di questo gruppo di funzionari con posizione negazioniste è doveroso ricordare Ryan Zinke (Dipartimento degli Interni), Rick Perry (Dipartimento dell’Energia), Mike Pompeo (CIA) e Rex Tillerson (Segretario di Stato) e soprattutto Scott Pruitt (Agenzia per la protezione dell’ambiente).
Proprio Pruitt, qualche giorno fa, si è reso protagonista di alcuni scambi infuocati su twitter (sembra una prerogativa dell’amministrazione Trump) con degli  utenti. Tutto è partito da un tweet di un entusiasta Pruitt: “Nel corso dell’ultimo anno, @EPA ha emesso 20 azioni di deregolamentazione, risparmiando agli americani oltre 300 milioni di dollari in costi di regolamentazione. # EPABack2Basics”.
A questo cinguettio sono seguiti i tweet di disappunto e di malcontento di molti statunitensi che vedono venir meno dalla propria agenzia federale tutte le azioni sulla salvaguardia dell’ambiente e sul contenimento del climate change che fino all’amministrazione Obama sembravano una doverosa priorità per il paese.

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