Il Guardian chiude i blog su scienza e ambiente. Quali scenari per la lotta alle fake news?

Il 31 agosto, dopo otto anni e oltre cento milioni di visitatori il giornale inglese Guardian chiude la sua rete di blog online dedicati a scienza e ambiente e non è una buona notizia perché fare un passo del genere vuol dire che più di qualcosa nella comunicazione online della scienza, evidentemente, non va.
Romualdo Gianoli, 01 Settembre 2018
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Il 31 agosto, dopo otto anni il giornale inglese The Guardian chiude i suoi blog online dedicati a scienza e ambiente e non è una buona notizia perché fare un passo del genere vuol dire che più di qualcosa nella comunicazione online della scienza, evidentemente, non va.
Nelle prime righe della pagina dedicata al blog si legge[1]che: “Il blog ospita- ospitava, a questo punto – autori bravi a scrivere ed esperti nei propri campi (dalla matematica alla fisica delle particelle, dall’astronomia alle neuroscienze, dalla politica della scienza alla psicologia) che possono trattare qualunque argomento senza interferenze editoriali, permettendoci di allargare e approfondire la copertura che diamo della ricerca e del dibattito scientifico”.
Che vuol dire allora questa chiusura? Che non c’è più bisogno di allargare e approfondire il dibattito sulla scienza e il suo ruolo nella società? No, tutt’altro.
Però è un grosso segnale d’allarme. Eloquentemente, una delle autrici del blog, la biologa Jenny Rohn, ha intitolato il suo ultimo post del 29 agosto[2]: “Sono delusa. Non puoi battere le fake news con la comunicazione della scienza”. Un’affermazione senza dubbio drastica ma, tutto sommato, comprensibile alla luce della frustrazione che tutti noi che proviamo a spiegare e raccontare la scienza, abbiamo sperimentato prima o poi e che, soprattutto in questo periodo, stiamo vivendo. “Cosa ho fatto, realmente, di buono con i miei sforzi in questi anni?” si chiede ancora l’autrice. È una buona domanda che dovremmo porci tutti perché è chiaro che stiamo vivendo un’epoca dove le falsità spesso trionfano sulle verità oggettive e queste ultime sono sostituite dalle opinioni vincenti a colpi di ‘like’ sui social media.
Il blog di scienza del Guardian, dunque, chiude dopo otto anni e oltre cento milioni di visitatori passati dalle sue pagine. Come ricorda Pete Etchells nel post[3]che dà l’addio al blog, nulla dura in eterno e anche per quelle pagine (definite un esperimento) è giunta la fine. Solo che è arrivata in un momento estremamente delicato, forse il più delicato da quando si è manifestata la crisi dell’informazione online ed è esploso il fenomeno delle fake news.
Questo rende ancora più difficile capire le ragioni di una decisione che pare indebolire il fronte della lotta alla disinformazione e a sembrare poco convincente è anche la spiegazione data: “Visto dall’esterno non sembra esserci differenza tra un blogger scientifico e un normale giornalista e di conseguenza, per necessità, ci siamo dovuti adattare alle stesse regole giornalistiche che seguono tutti gli altri”. Come a dire che l’esperimento è riuscito (cento milioni di visitatori in otto anni!) ma siccome il blog può sembrare tutt’al più un doppione del normale giornalismo scientifico, è ora di chiuderlo. Con buona pace dell’allargamento e approfondimento senza interferenze editoriali.
E a dir poco pessimista appare Jenny Rohnquando scrive che il pubblico, in effetti, si è talmente assuefatto alle fake news da accettare con totale indifferenza livelli sempre superiori di falsità. In questo caso, aggiungerei, la naturale conseguenza sarebbe che non vale la pena di sforzarsi per fare informazione di maggiore qualità.
Ma se così fosse come si spiegherebbero, allora, i cento milioni di visitatori che, invece, hanno cercato proprio l’attendibilità nelle parole di chi poteva fornire risposte scientificamente corrette?
Nell’epoca confusa e disorientata che stiamo vivendo, coesistano entrambi i comportamenti: il disinteresse e l’apatia che portano ad accontentarsi della prima veritàche sta più comoda e che meglio si adatta ai pre-concetti del pubblico e la ricerca della veritàvera, quella che necessita di un’informazione scientificamente rigorosa. Se ciò è vero, allora tocca ai comunicatori adeguare le strategie per circoscrivere e poi debellare l’epidemia di disinformazione che si sta diffondendo.

EPIDEMIE REALI VS EPIDEMIE DIGITALI
Per inquadrare meglio la questione, forse dovremmo immaginare il pubblico come la popolazione nella quale si sta diffondendo un virus (quello della disinformazione) e comportarci di conseguenza, cominciando con l’individuare i meccanismi del contagio, per poi trovare un vaccino che immunizzi la popolazione.
Può sembrare paradossale ma, se ci pensiamo, per fermare, ad esempio, la diffusione dell’epidemia di antivaccinismo, occorrerebbe un vaccino in grado di rendere immune la popolazione alle fake news sull’argomento! Il paragone, invece, è fin troppo appropriato perché è stato rilevato come sembri esserci un legame diretto tra la diffusione via Internet (specialmente attraverso i social network) della disinformazione sui temi della salute e i comportamenti che tale disinformazione induce nel pubblico, determinando maggiori livelli di esposizione ai rischi sanitari.
Un esempio di questo fenomeno è quello del morbillo negli Stati Uniti, dichiarato debellato nel 2000 dal Center for Disease Control and Prevention. Nelle scorse settimane si sono verificati nuovi casi della malattia a Portland[4], Boston[5], Chicago[6]e Michigan e i ricercatori temono che questa recrudescenza sia dovuta al calo delle vaccinazioni provocato dalla diminuzione di fiducia della popolazione nei confronti dei vaccini, a sua volta dovuta alle notizie e ai contenuti fuorvianti trovati su Internet. E il cerchio si chiude.
D’altra parte uno studio del 2017 mette in relazione lo scetticismo verso i vaccini con il ruolo dell’informazione online[7].
Ma quello dei vaccini non è l’unico esempio che rende evidente tale fenomeno. Un caso simile è stato riscontrato, sempre negli USA, da Brittany Seymour, ricercatrice dell’Harvard School of Dental Medicine, che ha evidenziato la corrispondenza tra la diffusione virale della disinformazione contro la fluorizzazione dell’acqua e l’aumento di carie, con conseguenti estrazioni dentarie tra i bambini coinvolti[8]. Per questo fenomeno che mette in relazione diffusione delle fake news e conseguente diffusione di comportamenti negativi per la salute, è stato addirittura coniato un nuovo termine: misinfodemics, che unisce i concetti di misinformation ed epidemics.

GUERRA TOTALE AL VIRUS DELLA DISINFORMAZIONE
La stretta analogia tra epidemie sanitarie e digitali, ci riporta immediatamente alla decisione del Guardian. Se dunque le fake news sono il virus e l’ambiente in cui si propaga è quello digitale, è ovvio che occorra presidiare in maniera capillare tutti quei luoghi nei quali le fake news si formano e da cui, poi, si diffondono e quindi prima di tutto i social network e i motori di ricerca.
È per questo che appare inspiegabile (se non alla luce di specifiche scelte editoriali e aziendali) la decisione del Guardian di eliminare quello che era diventato uno dei punti di riferimento per l’attendibilità scientifica in rete.
Di contro, in Google, stanno prendendo coscienza dell’importanza di fornire informazioni corrette e hanno modificato l’algoritmo in modo che restituisca risultati di ricerca che privilegiano fonti attendibili, autorevoli e validate. Analogamente, anche in Facebook stanno lavorando per affrontare la disinformazione sul nascere, attraverso una nuova funzionalità che permetterà di condividere informazioni di contesto aggiuntive per gli articoli e offrirà agli utenti la possibilità di vedere collegamenti ad articoli correlati e informazioni sulla fonte della notizia, oltre che accesso alle pagine di Wikipedia correlate.
Insomma quella che si delinea è una vera guerra su vasta scala contro la disinformazione.
Quello che è certo, è che sarà lunga e combattuta senza esclusione di colpi e che, in quest’ottica, la scelta del Guardian possa configurarsi come un serrare i ranghi, piuttosto che come una ritirata di fronte a un nemico che appare invincibile. Soprattutto, in questa battaglia, nulla va trascurato, nessuna strategia e nessuna arma perché, per parafrasare Winston Churchill, questa non è la fine. Non è neanche il principio della fine. Ma è, forse, la fine del principiodella guerra alla disinformazione.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X