Il lavoro è ancora una questione di “genere”

Nei Paesi ricchi le donne studiano almeno quanto gli uomini. Ma le ultime stime Ocse relative ai Paesi dell'area fotografano ancora, seppure con alcune eccezioni, una disuguaglianza di genere profonda in termini di possibilità professionali.
Cristina Da Rold, 11 Dicembre 2015
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Se sei donna sei un “capitale umano” che, a parità di costo, renderà di meno a lungo termine. Viviamo in una società in cui una donna laureata produce nel corso della propria vita lavorativa 1,2 volte quanto è costato istruirla, mentre un uomo 2,5 volte tanto. In termini di denaro, si intende, ma sono numeri, questi, che colpiscono se vogliamo parlare di gender gap professionale. Specie alla luce del fatto che le donne nei Paesi ricchi oggi studiano almeno quanto gli uomini. Sono gli ultimi dati OCSE, contenuti all’interno dell’edizione 2015 di Education at a Glance, che si riferiscono alla media dell’area OCSE.
E in Italia? Nel nostro Paese una donna laureata renderà allo Stato di meno di quello che ritorna da aver istruito un uomo. Almeno – magra consolazione – una laureata produce più guadagno per un Paese in termini ancora una volta meramente economici, rispetto a una donna diplomata: 65 mila dollari in media, contro i 48 mila di una donna diplomata. Un uomo laureato – per contro – rende allo stato 127 mila dollari, un diplomato 70 mila. Questo perché un laureato in media guadagnerà più di un diplomato, e quindi pagherà più tasse rispetto a una persona dal reddito inferiore.
Ci sono forti differenze regionali, certo. Spiccano per esempio i casi di Regno Unito e Spagna, dove in media istruire una donna rende economicamente allo stato di più rispetto a far studiare un uomo. Tuttavia, a parte queste eccezioni, nel resto dell’Europa il gap è lapalissiano, Paese più Paese meno.
È evidente che qualcosa non va. Anzitutto – sempre secondo dati OCSE 2015 – una donna su cinque, laureata fra i 25 e i 64 anni, cioè il 20% delle laureate, non percepisce stipendio. Per gli uomini la percentuale è del 12%. Inoltre, una laureata su tre lavora part-time (negli uomini è il 16%). In Italia a non lavorare è una laureata su sei e ad avere un contratto di lavoro part-time è una laureata su quattro.

 

Le differenze geografiche, come si diceva, sono comunque profonde. Nei Paesi in cui la percentuale di giovani che decidono di non proseguire gli studi dopo le scuole superiori, l’effetto di questi mancati guadagni è considerevole. Specie in tempo di crisi, con un mercato del lavoro sempre più stretto per i giovani, che si traduce in livelli salariali bassi e con la scarsa probabilità di trovare un lavoro redditizio una volta usciti dal percorso di studi. I casi di Danimarca, Svezia e Svizzera per le donne sono emblematici in questo senso, con un investimento pubblico molto alto e un ritorno che sostanzialmente si traduce in perdita.
Si tratta senza dubbio di stime che, precisa lo stesso OCSE, non possono per loro natura tenere conto di tutte le dinamiche a livello nazionale. Oltre al fatto che questi indicatori non considerano i settori di studio, il contesto istituzionale, così come i fattori sociali e culturali. Anche se sono stime, però, è fuori di dubbio che statisticamente si presentano come numeri forti, che non possono non essere correlati con una disuguaglianza sociale profonda fra uomini e donne, sia nel momento dell’entrata nel mondo del lavoro, che nella continuità di carriera per le donne con figli, sia nella possibilità di crescita professionale.

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