Il potere gratificante (e condizionante) dei “mi piace”

Per i Millennials i pollici alzati sono come mangiare cioccolato o vincere danaro: attivano le zone del cervello coinvolte nel piacere, nella gratificazione, nei comportamenti della motivazione. Lo indica uno studio Usa, condotto utilizzando la risonanza magnetica funzionale, che mette luce la capacità dei social di rafforzare una caratteristica naturale dell’adolescenza: quella di conformarsi al gruppo. E ne suggerisce i possibili rischi.
Tina Simoniello, 17 Giugno 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

Come vi sentite quando dopo una giornata finalmente giunta al termine vi sdraiate sul divano a mangiare cioccolata? O quando vi giocate un euro, magari perché la moneta vi pesa in tasca, e incredibilmente ne vincete 100? Gratificati, appagati, ricompensati… Così si sente un adolescente quando si accorge di avere molti like ( i “mi piace” in gergo social, i pollici alzati, per capirci) associati alle sue immagini, postate sui social network. Non parliamo di illazioni, di chiacchiere di mamme, ma di cervello e di circuiti cerebrali che si accendono, si attivano, si illuminano alla vista dei mi piace dei propri coetanei. Più in dettaglio parliamo di uno studio, il primo nel suo genere, condotto da ricercatori del Ahmanson-Lovelace Brain Mapping Center dell’Ucla, l’Università della California a Los Angeles, e pubblicato qualche giorno fa sulla rivista Psychological Science.

POLLICI ALZATI, NUCLEUS ACCUMBENS E CERVELLO SOCIALE
Gli autori dell’indagine hanno elaborato un socia network di fotosharing simile a Instagram ma in realtà costruito ad hoc da loro stessi all’insaputa dei partecipanti. Hanno arruolato 32 ragazzi e ragazze tra i 13 e i 18 anni e ne hanno registrato l’attività neurale con risonanza magnetica funzionale (fMRI) mentre venivano loro mostrate foto o immagini, 148 in tutto e 40 delle quali caricate dai ragazzi stessi, su uno schermo di computer per 12 minuti. La risonanza magnetica funzionale è una tecnica di imaging che visualizza in termini emodinamici l’attività dei neuroni cerebrali (variazioni nel contenuto di ossigeno, del flusso sanguigno, del metabolismo neuronale) anche contemporaneamente alla somministrazione di uno stimolo esterno.
I risultati? Quando i ragazzi ottenevano numerosi like ai loro scatti – like che ritenevano assegnati da coetanei ma che erano gli stessi ricercatori ad apporre – la fMRI rilevava l’attivazione di diverse aree cerebrali, ma in particolare ad illuminarsi di più (in termini più scientifici a manifestare un’intensa attività metabolica cellulare), era il nucleo accumbens, la zona del nucleo striato del cervello coinvolta nei circuiti del piacere, della ricompensa e del comportamento motivazionale, quello che spinge a rivivere le stesse situazioni che hanno provocato in passato una intensa soddisfazione.
In un nota diffusa dall’Ucla, Lauren Sherman, primo autore dell’indagine, ha dichiarato: «Abbiamo osservato attività in un’ampia varietà di regioni cerebrali.
Ma in particolare, ad accendersi è stata una zona del corpo striato chiamata nucleo accumbens che fa parte del circuito cerebrale della ricompensa, un’area particolarmente sensibile durante l’adolescenza». All’aumentare dei like, oltre all’accumbens si accendevano tuttavia anche le regioni del cervello coinvolte nella socialità (il cosiddetto cervello sociale) e le zone correlate all’attenzione visiva.

APPROVO? DISAPPROVO? DIPENDE DAGLI ALTRI
I neuroscienzaiti californiani hanno indagato anche un’altra dinamica del comportamento adolescenziale: la capacità di scegliere in autonomia dei ragazzi sui social. Il numero di “mi piace” espressi dai coetanei influenzava sensibilmente la decisione di apporre a propria vota un like. «I ragazzi – osserva sempre Sherman – reagiscono in modo diverso agli stessi contenuti, a seconda che questi vengono o no approvati da molti o da pochi coetanei, anche sconosciuti». Approvare o disapprovare non dipende quindi da cosa, ma da chi e soprattutto da quanti, tra quelli che un adolescente giudica importanti ovvero i coetanei, lo fanno.

LA SOLITA VECCHIA STORIA?
Che tra i 13 e 18 anni (e anche oltre, in non pochi casi) si sia conformisti, si senta in maniera prepotente l’influenza del gruppo dei pari e si cerchi la loro approvazione, è fatto noto e esperienza vissuta più o meno da tutti quelli che adolescenti non sono più. È sempre stato così: davanti a un tablet come per la strada o a scuola quando ancora non si sa chi si è, e chi si vuole essere, ci si affida agli altri, ci si lascia influenzare dai propri coetanei…. È vero, ma è vero pure – sottolineano gli autori del test – che i social sono molto più insidiosi della vita reale.
I social sono di fatto contesti scarsamente controllabili. Mentre fino a un decennio fa chi influenzava le scelte dei teenager erano coetanei noti, sia ai ragazzi (in genere compagni di scuola particolarmente cool) che anche, molto spesso, alle famiglie e agli adulti di riferimento, oggi le persone che hanno il potere e l’opportunità di influenzare le scelte dei più giovani sono estranei per lo più. La forza vera dei social sta in questo: nella capacità di far saltare i sistemi di controllo, familiare e sociale, in una fase della vita nella quale un po’ tutti, chi più chi meno, si è vulnerabili, facilmente influenzabili e per dirla con retorica un po’ in balia degli eventi.
Lo studio ha indicato in effetti che quando ai ragazzi sono state mostrate immagini che ritraevano situazioni di rischio (gente che beve alcol o che fuma, o che indossa abiti provocanti eccetera…) tutti sono stati più propensi a cliccare mi piace se un numero alto di coetanei lo aveva già fatto.
E la risonanza magnetica confermava i comportamenti rilevando una ridotta attivazione delle aree deputate al controllo cognitivo e alla risposta inibitoria, vale a dire la corteccia prefrontale, la parte dorsale della corteccia cingolata anteriore. B
ene, ma detto questo: gli adulti devono aspettarsi che quanto osservato sui social e in condizioni sperimentali si ripeta tout courtnella vita reale quando i teenager si relazionano a persone per loro importanti?
È un fatto – dicono gli autori dello studio – che i timori delle famiglie abbiano un fondamento, perché la possibilità che un bambino venga influenzato da persone distanti dalla cerchia di amici stretti che potrebbero coinvolgerlo in comportamenti a rischio è reale. D’altro canto, per lo stesso meccanismo di emulazione e grazie alla stessa tendenza al conformismo si potrebbero anche avere dei vantaggi dalla frequentazione dei social. Sherman: «Se gli amici social mostrano comportamenti virtuosi, anche la condotta dei figli verrà influenzata in questa direzione. È allora importante che i genitori sappiano con chi interagiscono i loro ragazzi e il tipo di contenuti che questi coetanei condividono o apprezzano». Il che suona un po’ consolatorio. E soprattutto più facile, molto più facile, da scrivere che da fare.

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