In mostra la lotta al climate change

Raccontare i cambiamenti in atto e quelli che ci aspettano è la sfida che hanno deciso di raccogliere il MANN di Napoli ma anche il Parco Archeologico di Paestum, due grandi istituzioni culturali che nei prossimi mesi saranno legate da un filo verde e che dedicheranno una parte significativa della loro programmazione a importanti temi di attualità, tra cui proprio il clima.
Romualdo Gianoli, 19 Ottobre 2019
Micron
Credits: Randy Olson / Cumuli di rifiuti inquinano il canale Estero de Binondo nel quartiere di Chinatown, a Manila.
Micron
Giornalista Scientifico

Lo scorso 10 ottobre il MANN, Museo Archeologico Nazionale di Napoli, è sceso in campo in difesa dell’ambiente, con l’inaugurazione della mostra “Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition”, prodotta da OTM Company e Studeo Group, in collaborazione con la National Geographic Society e con la supervisione scientifica di Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana.

La mostra è stata allestita in tre sale adiacenti al salone della Meridiana, nel grande edificio settecentesco del museo napoletano, che conserva una tra le più grandi raccolte di antichità romane ed egizie del mondo. Qui, in uno spazio narrativo appositamente realizzato, centinaia d’immagini di grandi maestri della fotografia, contenuti digitali e filmati del National Geographic, creano ambienti immersivi, arricchiti da esperienze sensoriali. Lungo questo percorso i visitatori scopriranno cause ed effetti del riscaldamento globale che minaccia gli equilibri naturali del pianeta e le nostre stesse vite e saranno spinti a diventare parte attiva di un’esperienza che, dall’emozione per le meraviglie della natura, porterà alla consapevolezza del problema, invitando all’azione.

La mostra di Napoli si sviluppa su un’area di 250m2 ed è suddivisa in tre momenti: esperienza, consapevolezza e azione. Nella prima sala i visitatori sono letteralmente avvolti da bellissime immagini della natura in tutto il suo splendore a cui, però, ben presto si contrappongono le immagini delle catastrofi dovute al cambiamento climatico. Il linguaggio adottato, le immagini, sfrutta la potenza del mezzo fotografico per enfatizzare l’evidenza scientifica dei dati.

Il passo successivo è quello nella consapevolezza; qui pareti interattive, infografiche e illustrazioni mostrano come le scelte politiche, economiche e culturali pesino sull’ambiente. La consapevolezza porta, infine, a sviluppare la coscienza ecologica che è la base necessaria su cui si fonda l’ultimo passaggio della mostra: l’invito ad agire per cambiare le sorti dell’ambiente. È una call to action che vuole stimolare il visitatore ad adottare comportamenti ecosostenibili nella propria vita quotidiana, dalla scelta dei trasporti alla riduzione dei consumi energetici, fino a diversi stili di alimentazione e gestione dei rifiuti.

È chiaro che il perno della vision di tutta la mostra è il rapporto o meglio, il dialogo tra ambiente ed esseri umani. É per questo che all’exhibit sono legate le attività didattiche rivolte ai più giovani che devono essere abituati da subito a capire di essere parte integrante della natura e non delle entità a essa estranee, la cui unica preoccupazione è il suo sfruttamento incondizionato. I percorsi proposti dai Servizi Educativi del MANN e da Coopculture sono quattro: “Climate change experience, il mondo in trasformazione”, un viaggio tra i principali temi della mostra attraverso un approccio divulgativo giocato tra contenuti scientifici e suggestioni artistiche. “Change the future”, un racconto affidato a personaggi-testimoni quali orsi polari, tartarughe marine, elefanti asiatici e uomini, per insegnare ai piccoli visitatori il valore del rispetto della natura. “Messaggio dal pianeta Terra”, un laboratorio in cui i ragazzi possono produrre in prima persona un video per promuovere l’ecologia e, infine, “Save the Planet. Viaggio nella natura”, un suggestivo itinerario ‘verde’ tra collezioni permanenti del museo ed esposizione sul cambiamento climatico. E questo introduce alla peculiarità della mostra e del suo contenitore.

PERCHÉ UNA MOSTRA SUL CLIMA IN UN MUSEO ARCHEOLOGICO?
Un museo è un luogo e, contemporaneamente, uno strumento per trasmettere la memoria alle generazioni future. E’, dunque, un soggetto che vive il suo tempo e aiuta ad affrontare il futuro grazie all’esperienza del passato e tutto questo si sposa benissimo con la situazione che stiamo vivendo rispetto all’ambiente. Come ricorda Luca Mercalli: «Viviamo in un momento cruciale della storia dell’umanità in cui la presa di coscienza delle popolazioni, la posizione dei governi, la rivoluzione tecnologica delle energie rinnovabili e la scelta etica di consumi più moderati, rappresentano l’unica possibilità di invertire una marcia che ci porta verso tempi ostili. Come sottolinea l’IPCC, occorrono al più presto misure senza precedenti».

Raccontare tutto questo, i cambiamenti in atto e quelli che ci aspettano è la sfida che ha deciso di raccogliere il MANN ma anche il Parco Archeologico di Paestum, due grandi istituzioni culturali che nei prossimi mesi saranno legate da un filo verde e che dedicheranno una parte significativa della loro programmazione a importanti temi di attualità, tra cui proprio i cambiamenti climatici. «La sfida è grande – racconta Paolo Giulierini direttore del MANN – e invita i musei ancora una volta a confrontarsi con l’attualità: ambiente e clima sono oggi i temi centrali nel dibattito globale e coinvolgono in un crescendo entusiasmante i giovani di tutto il mondo. Ed è a loro (ma non solo) che abbiamo voluto dedicare una mostra viva […]. A dicembre l’esposizione ‘Thalassa’ sull’archeologia marina racconterà la storia del Mediterraneo come risorsa e le meraviglie che ha conservato».

A Paestum intanto, nel Museo Archeologico, il 4 ottobre è partita la mostra Poseidonia città d’acqua. Archeologia e cambiamenti climatici’. Come ricorda il direttore del museo Gabriel Zuchtriegel è «…la prima mostra che integra il discorso sui cambiamenti climatici con una prospettiva storica e archeologica. L’obiettivo è di attirare l’attenzione su una storia caratterizzata dall’espansione imperialistica, dall’asservimento coloniale, da sostanziali e insostenibili cambiamenti ambientali e soprattutto dalla capacità delle società umane di comprendere modifiche impreviste, adattarsi e ricostruirsi».

Nella tappa napoletana della mostra “Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition”, già presentata lo scorso marzo al Museo di Storia Naturale di Milano, le installazioni si arricchiscono di nuove immagini, con un focus sull’inquinamento da plastiche e sugli incendi incontrollati dovuti al riscaldamento globale. Nella mostra c’è, poi, uno spazio dedicato alle breaking news ambientali, che fornisce aggiornamenti continui relativi alle principali notizie sui cambiamenti climatici in atto nel mondo.

Riguardo poi a questi, un ruolo sicuramente importante è quello giocato dall’economia e dall’industria e, quindi, dalle aziende che finiscono, in un modo o nell’altro, per impattare sull’ambiente. Un numero sempre maggiore di queste ultime, da alcuni anni a questa parte, mostra infatti evidenti segni di voler cogliere l’opportunità offerta dalle nuove tecnologie, per sviluppare un modello di business nuovo, in grado di coniugare gli affari con il rispetto dell’ambiente. Ecco perché è sicuramente un elemento positivo da segnalare la partecipazione del gruppo francese Engie, uno tra i top player mondiali nel settore energia che è stato il principale sponsor della mostra.

Ma al MANN gli eventi che legano natura, storia, comunicazione e ambiente non si esauriscono con la mostra sul cambiamento climatico che sarà visitabile fino al 31 maggio 2020. Il 21 novembre alle 19.30, infatti, il museo napoletano ospiterà la première mondiale del documentario ‘Ocean’s Breath’, una nuova produzione originale di National Geographic, nella quale il geologo e paleontologo Federico Fanti, accompagnato dall’ingegnere robotico Grace Young e dalla biologa Vanessa Lovenburg, guiderà gli spettatori in un viaggio nel tempo e nei continenti alla scoperta delle antiche barriere coralline, dalle Dolomiti ai Caraibi.

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