In ufficio, l’inquinamento atmosferico riduce la produttività

Dopo i recenti studi sulla possibile correlazione fra patologie del cervello e polveri fini, una nuova ricerca indaga gli effetti dell’inquinamento atmosferico sul lavoro.
Cristina Da Rold, 01 Marzo 2017
Micron
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Giornalista scientifica

Le evidenze scientifiche lo dicono da anni: la salute della popolazione passa anche dal lavoro, inteso sia come reddito, che determina i comportamenti e lo stile di vita più o meno sano, che come salute sul luogo di lavoro, che comprende per esempio l’esposizione a sostanze inquinanti, a stress, a carichi di lavoro logoranti e via dicendo.
All’interno di questa ragnatela il fattore produttività gioca un ruolo primario, dal momento che in moltissimi casi a esso sono legati i volumi di reddito dei lavoratori: se produci quanto prefissato allora puoi continuare a farlo, se non ci riesci il tuo posto può essere facilmente ceduto a qualcun’altro. È il caso questo per esempio dei lavoratori di call center – ma non è certo questo l’unico settore che esaspera questo sistema – dove la produttività si basa sulla vulnerabilità dei lavoratori, finendo per accrescerla.
Quello che evidenzia un recente working paper pubblicato dal National Bureau of Economic Research statunitense è che l’inquinamento agisce anche sulla produttività delle persone, aumentandone appunto la vulnerabilità. La ricerca in questione ha coinvolto due call center in Cina, uno a Shanghai e l’altro a Nantong, incrociando i dati sulle concentrazioni di inquinanti e quelli sulla produttività dei lavoratori, evidenziando come livelli più elevati di inquinamento atmosferico sembrino associati a una diminuzione della produttività in termini di riduzione del numero di chiamate che i lavoratori completano ogni giorno, in relazione all’aumento del numero di pause effettuate.
I principali responsabili di questi risultati – rilevano gli esperti – sono i particolati, che vengono assorbiti dal corpo umano determinando possibili conseguenze al sistema respiratorio e compromettendo le funzioni polmonari. Si tratta di un’esposizione che è difficile evitare, dal momento che sono particelle così piccole da penetrare facilmente anche all’interno delle strutture, riempiendo l’aria che respiriamo in casa e al lavoro. In Cina si considera l’indice AQI, che converte le concentrazioni di sei tipi di inquinanti in un unico indice, fissando a 100 la soglia per considerare una città molto inquinata e 150 quella oltre la quale una città è gravemente inquinata. Non stupisce che la grossa parte delle grandi città cinesi, comprese le due esaminate qui, superino ampiamente questi valori.
La ricerca ha mostrato che un aumento di 10 unità all’interno dell’Air Quality Index (AQI) – in particolare per colpa del PM10 – porta a un calo dello 0,35% del numero di chiamate gestite da ogni singolo lavoratore ogni giorno. «Se dovessimo tradurre questo valore per l’intera industria cinese, potremmo dire che una riduzione di 10 unità dei livelli di inquinamento dell’aria aumenterebbe il valore monetizzato della produttività del settore di 2,2 miliardi di dollari all’anno» affermano Anna Gueorguieva e Sofia Zhukova in un interessante commento alla ricerca pubblicato sul sito web della World Bank.
L’aspetto più interessante però non è il guadagno in termini di efficienza economica del sistema produttivo rispetto a questa vulnerabilità, ma l’impatto sugli elementi della catena produttiva più vulnerabili, il cui reddito dipende da quanto producono. Si tratta infatti della prima ricerca che dimostra che gli effetti negativi dell’inquinamento sulla produttività si estendono oltre le attività fisicamente impegnative per gli impiegati, osservando la questione dal punto di vista delle disuguaglianze sociali. Un punto cruciale che i governi dovrebbero considerare – chiosano gli esperti – negli investimenti per la progettazione di migliori infrastrutture per migliorare la produttività e generare posti di lavoro, in particolare nel settore dei servizi, in un’ottica di sviluppo sostenibile.

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