Incidente nucleare in Russia: 33 anni dopo Chernobyl, la comunicazione del rischio che non c’è

Ogni volta che troviamo nuove notizie sull’incidente nucleare avvenuto l’8 agosto a Severodvinsk in Russia, questo ci porta a nuove domande, al momento prive di una risposta certa. Pian piano si delinea però un quadro che va ben oltre il fenomeno in sé, riportandoci a quello che è successo più di 30 anni fa nel famigerato disastro di Chernobyl.
Marcello Turconi, 22 Agosto 2019
Micron
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giornalista scientifico

Mattina dell’8 agosto: un’esplosione interessa l’area intorno alla base missilistica russa di Severodvinsk, una cittadina di circa 185.000 abitanti che si affaccia sul Mar Bianco.
In quanto inerente al programma di difesa nazionale gestito dall’esercito, sull’incidente cala il silenzio.
Tuttavia, poco dopo l’esplosione un’agenzia di monitoraggio, Roshydromet, registra un picco di radiazioni nell’aria. Nel frattempo, però, l’esplosione viene rilevata anche da 4 stazioni di monitoraggio (tre sismiche e una di infrasuoni) norvegesi, a più di mille chilometri in linea d’aria dall’incidente.
Pomeriggio dello stesso giorno, ospedale di Arkhangelsk: tre persone ferite in modo grave, avvolte in teli di plastica traslucida, vengono ricoverate e prese in cura da un’équipe composta da circa 60 persone, tra medici e infermieri. Nel frattempo, ancora silenzio da parte delle autorità sull’incidente di Severodvinsk.
Col tempo, però, le informazioni iniziano a trapelare: l’esplosione che ha ucciso cinque tecnici della base di Severodvinsk è avvenuta durante un test missilistico per un’arma in fase di progettazione, il missile Burevestnik (conosciuto anche con il bondiano nome di Skyfall).
Il missile sarebbe – il condizionale in questo caso è d’obbligo – dotato di un sistema propulsivo nucleare: se ciò fosse vero la Russia avrebbe sviluppato una sorta di mini-reattore nucleare, delle dimensioni adatte a entrare in un missile, in grado di utilizzare le radiazioni prodotte dalla fissione per scaldare il carburante in fase di propulsione. Un missile dotato di una simile tecnologia avrebbe gittata potenzialmente illimitata, nonché la peculiarità di eludere le tradizionali difese antiaeree.
Dalle poche notizie ad oggi trapelate sembra che il carburante abbia preso fuoco in fase di collaudo, per poi esplodere. La detonazione ha ucciso cinque tecnici impegnati nel test, ferendone altri e causando una fuoriuscita incontrollata di isotopi radioattivi.
E, qualche giorno fa, è arrivata la conferma fornita dal Moscow Times, il quotidiano (in lingua inglese) di Mosca: i tre pazienti ricoverati all’ospedale di Arkhangelsk provenivano proprio dalla base di Severodvinsk, ed erano stati esposti a forti livelli di radiazioni: “Nessuno – né i direttori dell’ospedale, né i funzionari del ministero della Sanità, né quelli regionali o il governatore – hanno informato il personale che i pazienti erano radioattivi” ha raccontato uno dei medici al quotidiano moscovita.
Tuttavia, ci sono diversi punti ancora oscuri all’interno di questa vicenda, la cui gestione e comunicazione è sotto il controllo dell’agenzia atomica russa Rosatom: non è dato sapere, ad esempio, quali isotopi siano stati rilasciati e in quale quantità, fattori che sarebbero di cruciale importanza per mitigare i rischi legati alla salute per la popolazione vicina ed evitare al contempo allarmismi (che in caso di modiche quantità sarebbero ingiustificati).
Come se ciò non bastasse, negli ultimi giorni è emerso un altro dettaglio quantomeno inquietante: secondo quanto dichiarato dalla Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty Organization (CTBTO, un’agenzia indipendente che monitora, attraverso più di 300 stazioni nel mondo, le violazioni sui test di armi nucleari) sembra che almeno due stazioni di monitoraggio di radionuclidi (Dubna e Kirov, per la verità piuttosto distanti dal sito dell’esplosione) abbiano misteriosamente smesso di trasmettere dati nei giorni successivi all’incidente.
Un copione della comunicazione del rischio (prime avvisaglie dell’incidente registrate e rese pubbliche dai paesi confinanti, minimizzazione dell’incidente e del rischio associato, totale mancanza di trasparenza nei confronti di soccorritori, personale sanitario e popolazione civile) che sembra riprendere – per fortuna su scala decisamente ridotta per quanto riguarda l’emissione di sostanze radioattive – quello che è successo più di 30 anni fa nel famigerato disastro di Chernobyl, come spiega Giancarlo Sturloni, autore del libro La comunicazione del rischio per la salute e l’ambiente (Mondadori, 2018): “L’errore più grande nella comunicazione del rischio è quello di sminuire o di nascondere il rischio, e questo per due motivi: il primo è che in questo modo le persone che sono esposte al rischio – quindi i soccorritori, ma anche le persone che vivono intorno ai luoghi in cui si verifica un incidente – non prendono misure adeguate di protezione, e sono quindi esposte a un rischio maggiore; il secondo motivo è che è molto difficile tenere nascosto un rischio”.
Ciò era già vero nel 1986. Ma nel 2019, in un’epoca in cui tramite internet e i social network praticamente chiunque sia dotato di uno smartphone può trasmettere in tempo reale informazioni, dati e notizie, l’impresa è praticamente impossibile. E non se, ma quando le informazioni trapelano, l’effetto per le autorità che hanno cercato di minimizzare l’accaduto è, se possibile, ancora peggiore: “si assiste infatti a una perdita di fiducia molto forte nei confronti delle istituzioni, si possono innescare reazioni psicologiche, come stati d’ansia e paranoie, e ormai chi ha il compito di gestire il rischio non ha più la credibilità per farlo”.
A Chernobyl la questione della segretezza era legata al tema dell’affidabilità della tecnologia sovietica in piena guerra fredda, con impianti -civili- che erano gestiti attraverso una logica di sicurezza naturale. A Severodvinsk il tutto è esasperato dal segreto militare anche se, per quanto concerne gli errori di comunicazione del rischio (ossia sminuire l’incidente, cercando di che si ha il controllo sulla situazione anche se il controllo, forse, non c’è), questo aspetto è forse poco influente: “La popolazione civile è stata esposta, che sia un impianto civile o militare che è esploso fa poca differenza- conclude infatti Sturloni – e le persone hanno il diritto di sapere cosa è successo, ma soprattutto cosa fare e cosa invece non fare per proteggersi”.
Incidente nucleare in Russia: 33 anni dopo Chernobyl, la comunicazione del rischio che non c’è
Ogni volta che troviamo nuove notizie sull’incidente nucleare avvenuto l’8 agosto a Severodvinsk in Russia, questo ci porta a nuove domande, al momento prive di una risposta certa. Pian piano si delinea però un quadro che va ben oltre il fenomeno in sé, riportandoci a climi da riarmo nucleare che è successo più di 30 anni fa nel famigerato disastro di Chernobyl.

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