Incontri letali

Sarebbero 93 milioni le persone in tutto il mondo che convivono con serpenti altamente velenosi in aree rurali e remote. E che, se morse, hanno una maggiore probabilità di morire o di subire danni permanenti rispetto ai connazionali che vivono in città. La causa? Il cattivo accesso ai servizi sanitari o la mancanza di antidoti efficaci. A rivelarlo un gruppo di ricercatori dell’Università di Washington, che ha anche realizzato una mappa delle aree più a rischio.
Micron
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Giornalista scientifica

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Per la maggior parte degli italiani, così come degli europei, un incontro con un serpente velenoso non è certo la prima fonte di preoccupazione quotidiana. Soprattutto perché, a esclusione delle vipere (Vipera sp.), non ci sono specie velenose. E anche se dovesse accadere di incontrarne una, il rettile molto probabilmente scapperebbe via. O nei rarissimi casi in cui arrivi a mordere perché disturbato, non corriamo grossi rischi.
Ma il discorso è ben diverso per chi vive nei Paesi tropicali, in villaggi lontani dalla città. Qui il rischio è di incontrare alcuni dei serpenti più letali al mondo, come il mamba nero (Dendroaspis polylepis), il serpente tigre (Notechis scutatus), la vipera soffiante (Bitis arietans), le varie specie di cobra (Naja sp.) o il serpente corallo blu della Malesia (Calliophis bivirgata), per il quale ad esempio non esiste ancora un antidoto.
Addirittura sarebbero 93 milioni le persone in tutto il mondo che convivono con serpenti altamente velenosi in aree rurali e remote. E che, se morse, hanno una maggiore probabilità di morire o di subire danni permanenti, come amputazioni e paralisi, rispetto ai connazionali che vivono in città. La causa? Il cattivo accesso ai servizi sanitari, spesso lontani o troppo costosi, o la mancanza di antidoti efficaci. A rivelarlo sulle pagine di The Lancet è stato un gruppo di ricercatori dell’Istituto per le metriche e la valutazione della salute (IHME) dell’Università di Washington, guidato da David Pigott.
Il team ha preso in considerazione i dati demografici delle popolazioni che vivono nello stesso areale delle 278 specie di serpenti velenosi elencati dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) come di interesse medico prioritario (categoria 1 e 2). In particolare, il gruppo si è concentrato sulle zone più rurali, dove le possibilità di incontro con questi serpenti sono maggiori. E poi ha tenuto conto del tempo necessario per il trasporto nelle strutture ospedaliere e della disponibilità di sieri antiofidici adeguati. Ha individuato così le aree dove mancano gli antidoti (vedi mappa) o dove si impiegano fino a 24 ore per raggiungere un ospedale (vedi mappa). E ha realizzato così una vera e propria mappa del rischio (vedi mappa).
Stando ai risultati, dunque, i Paesi dove l’emergenza è maggiore sono: Benin, Congo, Etiopia, Myanmar, Nigeria, Papua Nuova Guinea e Sud Sudan. E i problemi sono diversi. Non è solo la lontananza dai centri medici ad alzare il rischio di mortalità. Ma anche la disponibilità degli antidoti: sui 278 serpenti velenosi identificati dall’Oms, sono disponibili rimedi solo per 119 di questi. Molti dei sieri antiofidici, poi, sono di bassa qualità o non sono efficaci al 100% per un semplice motivo “biologico”: i veleni dei serpenti sono molto variabili nella composizione. Il veleno dei serpenti, infatti, non è costituito da un un’unica sostanza. Ma è il prodotto di una miscela di tossine ad azione neurotossica, emotossica o citotossica (colpiscono il sistema nervoso, il sangue o le cellule). La composizione di questa miscela varia da specie a specie e a volte, in modo più contenuto, persino all’interno di una stessa specie. Per questo a volte l’efficacia degli antidoti disponibili al momento è molto limitata.
Infine, un altro grosso problema è rappresentato dalle disuguaglianze economiche. Per chi vive nelle aree rurali, le uniche cure efficaci spesso sono di fatto inaccessibili. Per esempio, per i casi più gravi possono essere necessarie più dosi di siero, dal valore di oltre 200 dollari: più dello stipendio di un anno intero per queste persone. E così, proprio per il prezzo troppo elevato dei sieri antiofidici, in molti possono permettersi solo una parte della terapia. O ricorrono a prodotti più economici di dubbia sicurezza, inefficaci per contrastare i danni permanenti e la mortalità.
In un contesto dove solo la tempestività e la qualità dei farmaci possono garantire la sopravvivenza, dunque, l’aspetto economico delle cure mediche è quanto mai rilevante e va affrontato con urgenza. Basti pensare che ogni anno 5 milioni e mezzo di persone vengono morse da un serpente velenoso. Circa 400.000 subiscono danni permanenti, mentre altre 130.000 muoiono. Solo in Africa sub-sahariana, per esempio, ogni anno si hanno 30.000 morti e circa 8.000 amputati in seguito a morsi di serpenti velenosi. Tutte morti evitabili per l’OMS, che proprio l’anno scorso ha riconosciuto l’avvelenamento da morso di serpente come una delle patologie tropicali dimenticate. E a maggio, ha lanciato un piano d’azione globale, con l’obiettivo di rispondere alla mancanza di antidoti efficaci e di qualità, e migliorare l’accesso alle cure. A partire dal costo troppo alto. «Ci sono molte regioni del mondo in cui manca uno sforzo concertato, coordinato e ben finanziato per controllare questa emergenza» ha concluso Pigott nel suo studio. «E lo scopo di queste mappe è proprio quello di evidenziare queste vulnerabilità: dove ci sono serpenti che potrebbero essere letali e dove mancano le risorse per affrontarli».

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