Inquinamento atmosferico e ictus, una nuova relazione pericolosa

L’inquinamento atmosferico, come l’obesità o la pressione elevata, la sedentarietà o il tabagismo, rappresenta uno dei principali fattori di rischio dell’ictus. Specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Lo suggerisce, ed è la prima volta, uno studio pubblicato su The Lancet Neurology.
Tina Simoniello, 06 Luglio 2016
Micron

L’inquinamento atmosferico, come l’obesità o la pressione elevata, la sedentarietà o il tabagismo, rappresenta uno dei principali fattori di rischio dell’ictus. Specialmente nei Paesi in via di sviluppo. Lo suggerisce, ed è la prima volta, un grande studio pubblicato su The Lancet Neurology, che ha valutato tutti i fattori di rischio dell’ictus, misurando il contributo di ognuno, su un arco di tempo di 23 anni (tra il 1990 e il 2013) in ben 188 Paesi distribuiti in macroaree, condotto da ricercatori della University of Technology di Aukland, in Nuova Zelanda.
In particolare, la scarsa qualità dell’aria delle nostre città e degli ambienti confinati (l’indagine ha tenuto conto anche dell’atmosfera indoor) sarebbe legata a quasi un terzo del carico di disabilità globale per ictus: per l’esattezza al 29,2%, che poi rappresenta la media tra il 33,7% misurato nei Paesi in via di sviluppo e il 10,2% rilevato nelle nazioni ricche. È la prima volta che la qualità, o meglio la scarsa qualità dell’aria, viene direttamente citata tra le cause che contribuiscono a quello che è tra i killer più cattivi per gli esseri umani.
L’ictus cerebrale, un danno provocato dall’occlusione di un vaso sanguigno intracranico, colpisce infatti 15 milioni di individui ogni anno nel mondo, lasciandone 5 con gravi disabilità permanenti, e uccidendone 6, di milioni. Rappresenta, oggi, la seconda causa di decesso a livello mondiale e la terza nei Paesi industrializzati, con una mortalità che rischia di raddoppiare entro il 2020 per via dell’invecchiamento della popolazione.
Ma parliamo di una patologia tanto cattiva quanto evitabile, nella grande maggioranza dei casi. «Una scoperta sorprendente di questo studio è l’enorme impatto in termini di anni di disabilità da ictus attribuibile all’inquinamento, specialmente nei paesi in vi di sviluppo», ha dichiarato in una nota per la stampa divulgata dalla rivista che ospita l’indagine il primo autore dello studio, Valery Feigin di Aukland. Aggiungendo che «fumo, alimentazione scorretta e sedentarietà sono invece tra principali fattori di rischio a livello globale, suggerendo che questa è una patologia causata in buona parte da stili di vita scorretti». Ma soprattutto precisando che «Controllandoli si possono prevenire circa tre quarti degli ictus a livello globale». Per dirla coi numeri: il 90% dei casi di ictus nel mondo sarebbe collegato a fattori sui quali è possibile intervenire, e il 74% di questi eventi sui quali si potrebbe agire sarebbe provocato in particolare da fattori di tipo comportamentale: fumo di sigaretta, alimentazione scorretta e poca attività fisica, anche e soprattutto associati tra loro.
I ricercatori hanno utilizzato i dati di una precedente indagine pubblicata su The Lancet lo scorso anno, il Global Burden of Disease study, per stimare 17 fattori di rischio ictus-associati. In particolare, hanno utilizzato un indice, il DALYs, che esprime la percentuale stimata di carico di malattia in una popolazione che potrebbe essere evitata se l’esposizione a un fattore specifico di rischio venisse eliminata.
A livello globale, i primi dieci fattori di rischio per l’ictus sono l’ipertensione, una dieta povera di frutta, di verdura, un indice di massa corporea elevata (leggi sovrappeso-obesità) una alimentazione ricca di sale, un basso intake di cereali integrali, fumo di sigaretta, inquinamento atmosferico, inquinamento indoor da combustibili solidi, e glicemia alta.  Nel 2013 il 17% circa del carico di ictus globale era attribuibile all’inquinamento dell’aria misurato concentrazione di PM 2,5 (particolato fine, o con diametro inferiore a 2,5 micron, che poi è quello in grado di penetrare più profondamente nei polmoni). Un carico che non si allontana tanto da quello attribuibile al fumo, che è pari a al 20,7%. In 23 anni, dal 1990 al 2013, il carico di invalidità da ictus associato all’inquinamento dell’aria sarebbe aumentato di oltre il 33%.
«I nostri risultati sono importanti – ha dichiarato Feigin – perché aiutano i governi nazionali e le agenzie internazionali a sviluppare e a dare priorità a politiche e programmi di salute pubblica. I governi hanno il potere e la responsabilità di agire su questi fattori di rischio attraverso leggi e tassazione di tabacco, alcol, sale, zucchero e prodotti contenenti grassi saturi, mentre i servizi sanitari hanno la responsabilità di tenere sotto controllo e trattare fattori di rischio come la pressione arteriosa».
Politiche che hanno incluso la tassazione di sigarette e alcol e alimenti a elevato contenuto di zucchero e sale, lì dove attuati – hanno detto gli autori dell’indagine – si sono dimostrati efficaci. Sarebbe quindi logico che i governi introducessero questi meccanismi e reinvestissero i proventi in programmi di prevenzione primaria e di miglioramento dello stato di salute della popolazione.
I dieci fattori di rischio dell’ictus hanno un peso diverso a seconda dei Paesi, delle culture, delle tecnologie anche domestiche, e naturalmente dell’età, come riportato nella nota di Lancet neurology. E hanno, o hanno avuto, nel tempo andamenti diversi: alcuni hanno aumentato il loro contributo al carico globale di malattia, altri al contrario, hanno diminuito la loro capacità di impatto. Ad esempio:
– L’aria degli ambienti confinati è il più importante fattore di rischio in tutta l’Africa Sub Sahariana e nel Sud dell’Asia (zone nelle quali le attività di cottura dei cibi, tanto per dirne una, impattano sensibilmente sulla qualità dell’aria e dove non esistono o sono davvero poco diffusi sistemi di aspirazione). In Nord America e in tutta l’Europa la qualità dell’aria indoor non compare nemmeno nella top ten.
–  La sedentarietà è il più importante fattore di rischio nei Paesi sviluppati ed è il più grosso fattore di rischio globale tra gli adulti over 70 (non tra i 15-69 enni).
– Il fattore di rischio che si è ridotto di più tra il 1990 e il 2013 è stato il fumo passivo: il calo più evidente è stato misurato nei Paesi sviluppati, tuttavia il contributo del fumo di seconda mano (come dicono gli anglofoni) all’ictus rimane ancora intorno a valori del 3% tra i 15-49enni, e in particolare nei Paesi in via di sviluppo raggiunge il 3,2%.
Il fattore di rischio che è invece è aumentato di più ha a che vedere con quello che mangiamo, ovvero una dieta ad elevato contenuto di zucchero (incluse bevande zuccherate) con il 63,1% di aumento di DALYs. L’aumento più marcato è stato misurato nei Paesi sviluppati anche se il contributo rimane basso, intorno all’1,6% per i 15-49enni.
Naturalmente lo studio, che è un grosso studio dall’enorme campione in esame, ha dei limiti. Che gli stessi autori dichiarano. Per fare l’esempio del fumo: l’indagine non prende in esame quanto si fuma. O facendo riferimento al sovrappeso-obesità: non valuta l’esatto BMI. Così come non ha considerato fattori di rischio genetici sottostanti o condizioni patologiche coinvolte nell’insorgenza di ictus, prima tra tutte la fibrillazione atriale.
E tuttavia questa indagine ha molti grandissimi meriti: oltre ad essere probabilmente la più estesa analisi dei fattori di rischio ictus a livello globale pubblicata, può vantare il  pregio di aver puntato i riflettori su un nuovo allarme stroke, e di averlo misurato: l’aria che respiriamo.
In un commento in coda alla pubblicazione, Vladimir Hchinsky, professore di Epidemiologia e Neurologia alla University of Western Ontario, Canada, e Mahud Reza Azarpazooh, neurologo della Mashhad University, Iran, hanno dichiarato che «Il risultato più allarmante (di questa indagine, ndr) è stato che circa un terzo del carico totale dell’ictus è attribuibile all’inquinamento atmosferico. Sebbene sia noto che l’inquinamento atmosferico danneggi cuore, polmoni e cervello, la misura (…) di questa minaccia sembra sia stata sottostimata». «L’inquinamento atmosferico non è solo un problema delle grandi città – aggiungono i due esperti – ma è anche un problema globale (…). L’inquinamento atmosferico è un aspetto della questione combustibili fossili e riscaldamento globale che in parte il risultato della occidentalizzazione e urbanizzazione specialmente in Cina (dove rappresenta il quinto fattore di rischio ictus, ndr) e India (dove l’inquinamento domestico è il terzo, ndr)». Hanno poi ricordato, gli autori del commento, che mentre nel 1900 solo il 15% della popolazione mondiale viveva nelle città, ora lo fa più della metà. E che nelle città, e in particolare nelle megacity, ovvero quelle con oltre 10 milioni di abitanti, è facile procurarsi cibo di scarsa qualità mentre è difficile fare esercizio fisico.
Insomma, sottolineano i due accademici, adottare stili di vita sani in un ambiente insano non è poi così semplice. O almeno, aggiungiamo noi, non lo è per tutti… non è che c’entrano anche qui le disuguaglianze?

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