La grande famiglia

Conta 13 milioni di persone e copre 11 generazioni nell’arco di cinque secoli. È il più grande albero genealogico mai realizzato, frutto di un’impresa titanica i cui risultati sono stati pubblicati su Science e che rivela preziose informazioni su longevità, matrimoni, viaggi e migrazioni tra Europa e Nord America negli ultimi 500 anni.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

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Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Non è solo il titolo del celebre dipinto di Gauguin, ma sono domande che da sempre solleticano l’uomo. Anche quando non si tratta di ricostruire la storia dell’Universo o della specie umana, ma semplicemente quella della propria famiglia.
Oggi l’albero genealogico più affollato di sempre conta 13 milioni di persone e copre 11 generazioni nell’arco di cinque secoli. È il più grande mai realizzato finora e, come una sorta di “Beautiful” reale, rivela preziose informazioni su matrimoni, longevità, viaggi e migrazioni tra Europa e Nord America negli ultimi 500 anni. Appena pubblicato su Science, questo family tree è il frutto di un’impresa titanica realizzata da un gruppo di ricercatori della Columbia University di New York, guidati da Yaniv Erlich a capo della divisione scientifica di MyHeritage, un’azienda specializzata nell’elaborazione di alberi genealogici e famosa per i suoi test del Dna in merito.
Proprio MyHeritage è stata fondamentale per comporre l’albero genealogico. È infatti suo il sito Geni.com, un social su cui si può inserire la propria genealogia e ricevere suggerimenti dal sistema per collegare parenti lontani e magari in comune con altri alberi. Un po’ come i suggerimenti di amicizia del social per eccellenza: Facebook. Ebbene è stato Geni.com a fornire i dati di 86 milioni di profili pubblici, che il team di Erlich ha sapientemente intrecciato grazie a software matematici e alla teoria dei grafi.
E tra una miriade di alberi genealogici di piccole dimensioni, che contavano qualche centinaio di persone ciascuno, è sbucato anche un singolo albero gigantesco: un’unica famiglia di 13 milioni di persone. Ma per completarlo e risalire al più antico antenato comune a tutti i coinvolti, bisognerebbe scavare nel passato per altre 65 generazioni. Un’operazione non proprio semplicissima, anche per gli stessi autori che definiscono questo studio “una pietra miliare”. Tra i principali meriti dell’albero genealogico più grande del mondo ci sono, infatti, quello di aver coinvolto un numero impressionate di cittadini con una semplice operazione di citizen science e allo stesso tempo di aver modificato radicalmente le indagini di questo tipo catapultandole nell’era digitale, abbandonando così la ricerca di vecchi annunci funebri o dei registri ecclesiastici. Qualità che sono state pubblicamente apprezzate anche da colleghi non coinvolti direttamente nel lavoro pubblicato su Science.
Intanto l’albero – che comprende anche luoghi e date di nascita e morte di tutte le persone coinvolte – si è rivelato utile anche per capire come sono cambiate le abitudini e i legami delle famiglie in base alle trasformazioni socio-culturali avvenute negli ultimi 500 anni. Per esempio nel 1750, prima della Rivoluzione industriale, la maggior parte degli statunitensi trovava una moglie nel raggio di dieci chilometri dal proprio luogo di nascita. Dal 1950, invece, la distanza si è estesa a circa 100 chilometri: «trovare l’amore della vita è diventato più difficile» ha dichiarato scherzoso lo stesso Erlich. Colpa della crescente industrializzazione e dei sistemi di trasporto sempre più affidabili ed economici? Non solo, anche di un cambiamento culturale.
Infatti nella prima metà dell’Ottocento, anche se i trasporti erano fiorenti ed erano state costruite nuove strade, ferrovie, ponti e canali, ci si sposava ancora per lo più tra parenti. La gente viaggiava di più e per trovar moglie o marito non bastavano più dieci chilometri: bisognava farne 19. Ma ci si sposava ancora tra consanguinei, soprattutto tra cugini fino al quarto grado. Mentre oggi, in media, si arriva almeno al settimo grado. Non si tratta quindi solo della mobilità. Per evitare di sposare parenti stretti devono essere cambiate le norme sociali e non solo i mezzi di trasporto. Almeno questa è l’ipotesi più caldeggiata. E a dirla tutta, a essersi spostate più di frequente negli ultimi 300 anni sono state le donne, anche se su distanze minori rispetto agli uomini.
Infine con 86 milioni di profili sottomano, i ricercatori hanno condotto qualche calcolo anche sulla longevità. In particolare su un set di tre milioni di persone imparentate tra loro, nate tra il 1600 e il 1910 e vissute almeno 30 anni. Escludendo gemelli e i caduti in guerra – tra guerra civile americana e le due guerre mondiali – i ricercatori hanno scoperto che i geni contribuiscono solo per il 16% alla variazione della longevità osservata tra i parenti. Molto meno del circa 30% ipotizzato da precedenti studi. Un buon Dna, secondo i calcoli di Erlich, ci regalerebbe in media cinque anni di vita in più. Non molto però, se si pensa che un tabagista manda letteralmente in fumo 10 anni della sua vita. Secondo Erlich, quindi, «alcune scelte di vita potrebbero essere molto più importanti della genetica».
La quantità e varietà dei dati raccolti, comunque, potrà offrire nuovi spunti per ulteriori indagini sulla genetica e, magari, sull’azione combinata di più geni sull’aspettativa di vita. Per questo Erlich e colleghi hanno reso disponibile il set di dati su FamiLinx.org, per future analisi e collaborazioni.

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