La Nasa e la censura di Trump

L’agenzia spaziale americana ha tagliato il Carbon Monitoring System (CMS), la linea di ricerca che, al costo di 10 milioni di dollari l’anno, misura con il satellite la concentrazione in atmosfera di carbonio e di metano. Consultata da Science ,la rivista dell’American Association for the Advancement of Science, la maggiore associazione scientifica degli Stati Uniti, la NASA ha giustificato il taglio con motivi di budget. Ma Science ne è sicura: dietro c'è l'azione dell'Amministrazione del presidente Donald Trump.
Pietro Greco, 28 Maggio 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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La NASA, l’agenzia spaziale americana, ha tagliato il Carbon Monitoring System (CMS), la linea di ricerca che, al costo di 10 milioni di dollari l’anno, misura dall’alto, col satellite, la concentrazione in atmosfera di carbonio e di metano. Consultata da Science, la rivista dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS), la maggiore associazione scientifica degli Stati Uniti, la NASA accampa motivi di budget.
Ma Science ne è sicura: è stata l’Amministrazione del presidente Donald Trump a uccidere CMS.
D’altra parte basta fare due più due. Trump non crede (o non vuole credere) che il clima sta cambiando. E, in ogni caso, non vuole che gli Stati Uniti si impegnino in qualsiasi modo nel contrastare il climate change. Per questo ha annunciato il ritiro unilaterale dagli accordi di Parigi. E per questo sta di fatto impedendo ai ricercatori americani che attingono a fondi federali di continuare a studiare il fenomeno. Di fatto ha commissariato l’EPA, mettendo alla testa dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente un negazionista. Per questo ha ordinato alla NASA di bloccare una serie di progetti per lo studio del clima, dopo aver cercato di tagliare i fondi all’agenzia spaziale con un’azione che il Congresso sta contrastando. Facendo dunque appunto due più due, è chiaro che dietro la decisione della NASA di bloccare il sistema di monitoraggio del biossido di carbonio e del metano non può che esserci l’Amministrazione Trump.
Il danno più evidente è che, chiaramente, senza l’aiuto dall’alto del satellite, la misura dei due gas serra in atmosfera, delle loro fonti a terra e dei loro pozzi, perde non poco in precisione. E, come scrive Science, non puoi gestire ciò che non misuri. L’intento, quindi, è chiaro: impedire che si sappia ciò che sta avvenendo in atmosfera. Un intento piuttosto ingenuo, perché non tiene conto del fatto che altri, per esempio l’Europa, possono realizzare queste misure e divulgarle. E, infatti, i climatologi americani temono di perdere la leadership nel settore a vantaggio dei colleghi europei.
Insomma, il danno è più per la comunità scientifica americana, che per la scienza del clima.
E, tuttavia, la decisione di Trump e della sua Amministrazione ha una marcata e grave componente globale. Ci interessa tutti.
Perché riscrive i rapporti tra scienza e democrazia. E lo fa nel Paese che, in maniera più limpida, ha teorizzato e praticato la libertà di ricerca, ponendola a caposaldo del proprio sviluppo: gli Stati Uniti d’America. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, infatti, la politica della ricerca negli Stati Uniti ha sempre teso a salvaguardare la libertà e l’autonomia della scienza. La politica non deve intervenire nel merito. Non sono le istituzioni politiche che devono decidere se sono in atto o meno i cambiamenti climatici. In realtà Donald Trump sta mettendo in discussione tutta la politica di ricerca degli Stati Uniti, cercando di sottrarre risorse alla scienza di base – o, come si dice adesso, curiosity-driven – a vantaggio di una ricerca molto applicata con obiettivi immediati. In questo atteggiamento la censura, più o meno dolce, più o meno gridata, della scienza scomoda – come è per lui quella sul clima – ha un ruolo decisivo. Ecco, dunque, che Trump pratica se non teorizza un inedito interventismo.
Ma quando la politica pretende di dare indicazioni di merito alla scienza, quasi sempre ne sortiscono disastri. Anche di tipo economico e ambientale.
Che non riguardano solo la comunità scientifica. Quando Lavrentij Pavlovič Berija e Josif Vissarionovič Džugašvili detto Stalin imposero alla scienza agronomica e biologica sovietica le idee di Trofim Denisovič Lysenko, a danno della biologia evoluzionistica darwiniana, considerata borghese, la conseguenza furono, tra gli anni ’30 e gli anni ’50 del XX secolo una serie di crolli della produzione agricola che affamò milioni di persone e impose al granaio d’Europa di importare frumento dal resto del mondo.
È per questo motivo che la censura più o meno morbida di Trump alla scienza del clima, che negli Stati Uniti ha un solo precedente, quello di George W. Bush, che ordinò il silenzio tanto agli scienziati della NASA che a quelli dell’EPA, dovrebbe preoccupare non solo la comunità scientifica americana – e in effetti l’American Association for the Advancement of Science è preoccupata e lo dichiara pubblicamente, anche attraverso le pagine di Science – ma tutti i cittadini del mondo. Il mancato studio dei cambiamenti climatici potrebbe, infatti, rivelarsi un disastro per tutti. Perché se non misuri non hai gli strumenti per gestire.

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