La paura di agire

Perdita di appetito, insonnia e attacchi di panico. Sono solo alcune delle reazioni più frequenti all’eco-anxiety, un fenomeno sempre più evidenziato dai professionisti della salute mentale. Non parliamo di una nuova malattia mentale ma di una serie di risposte adattative che l’uomo mette in campo per rispondere al clima che cambia. Non tutti però reagiscono allo stesso modo, per molti invece questa ansia provoca solo sentimenti di impotenza e frustrazione, quando non di incredulità o disinteresse.
Cristina Da Rold, 01 Giugno 2020
Micron
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Giornalista scientifica

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Si chiama eco-anxiety ed è un fenomeno sempre più evidenziato dai professionisti della salute mentale. È stato descritto nel 2017 per la prima volta dall’American Psychological Association come “paura cronica del destino ambientale”, un’ansia scatenata dalla minaccia esistenziale rappresentata dai cambiamenti climatici e dalle crisi ecologiche. La rivista The Lancet Planetary Health ci ha dedicato un interessante approfondimento dal titolo Mental health and climate change: tackling invisible injustice.

Le reazioni più frequenti annoverate sono la perdita di appetito, insonnia e attacchi di panico. Tuttavia – scrivono gli autori – non si tratterebbe di una malattia mentale contemporanea (l’eco-anxiety non è attualmente inclusa nei vari DSM), ma di una serie di risposte adattative che l’uomo mette in campo per rispondere al clima che cambia. L’ansia è un meccanismo di allarme evolutivo che funziona per mantenerci al sicuro, allo stesso modo in cui i nostri recettori del dolore ci fanno allontanare riflessivamente le mani se ci avviciniamo a una fiamma viva. Se la probabilità percepita di pericolo è alta e l’ansia è proporzionata, allora è un vantaggio adattivo per la sopravvivenza.

Non tutti però reagiscono allo stesso modo, davanti agli effetti oggettivi dei cambiamenti climatici, pur riconoscendo di essere preoccupati per il futuro proprio e del pianeta: alcuni si attivano con motivazione e mettendo in campo azioni nette, come manifestazioni, raccolta fondi, sit-in e via dicendo. Per molti invece questa ansia provoca solo sentimenti di impotenza e frustrazione, quando non di incredulità o disinteresse.

LE BARRIERE CHE CI IMPEDISCONO DI AGIRE
Gli autori elencano una serie di reazioni psicologiche umane (“troppo umane”) che si pongono come barriere all’adattamento ai cambiamenti climatici, traendo spunto dalla letteratura precedente in materia.

Anzitutto la nostra cognizione è di per sé limitata: il nostro cervello si è evoluto per affrontare problemi immediati, non distanti dal presente come i cambiamenti climatici. Sottovalutare i rischi distanti o futuri, porta a una minore motivazione ad agire oggi sui cambiamenti climatici. Il secondo aspetto è l’ignoranza in materia (sì, anche se siamo nel 2020): in tanti ancora non sono davvero consapevoli che esiste un problema climatico o non sanno che cosa possono fare al riguardo. A queste caratteristiche si aggiunge quello che gli autori chiamano “intorpidimento ambientale”: siamo assuefatti oramai dalle narrazioni sul cambiamento climatico da non sentirne più la violenza, il disagio.

L’essere attivi o passivi rispetto all’azione climatica affonda le sue autentiche radici nella visione del mondo che ognuno di noi si trova ad avere, specie se in questi anni è già adulto. I valori “ambientali” possono essere incompatibili con i valori personali con i quali siamo stati imboccati sin da bambini: i nostri obiettivi, le nostre aspirazioni. Siamo disposti a mettere in discussione le nostre priorità? La definizione di prestigio sociale?

In generale – osservano gli autori – si osserva che la fede nel capitalismo della libera impresa implica una maggiore l’incredulità nelle conseguenze tragiche dei cambiamenti climatici, così come la fede in “Madre Natura” o divinità religiose legate alla natura induce l’idea che in ogni caso l’oggetto della loro fede non li abbandonerà o farà ciò che vuole in entrambi i modi.
Lo stesso anche la fede nella tecnologia, come sola forza umana che ci potrà salvare dalla disfatta. Gli autori la chiamano “technosalvation”, che potremmo tradurre con tecnosalvezza.

La storia poi ce l’ha ampiamente mostrato: siamo portati a difendere e giustificare lo status quo della nostra società, a bollare come “diritto” qualsiasi comfort che abbiamo potuto produrre in tempi apparentemente di pace per noi. Difficilmente davanti a uno stile di vita agiato siamo disposti a scendere a compromessi.
Infine, un’ultima barriera cruciale è la capacità di coordinarci anche quando abbiamo deciso di fare qualcosa, di determinare quale linea di condotta sul cambiamento climatico, unita a una riluttanza a cambiare se abbiamo la percezione che gli altri non lo facciano.

LA SFIDA PER I SISTEMI SANITARI
Insomma: l’eco-anxiety ha diverse origini. Siamo esseri complessi, forse addirittura troppo complessi, da coordinare.
Il problema, dal punto di vista del sistema sanitario, è riuscire a intercettare i segmenti di popolazione più vulnerabile dal punto di vista della salute mentale, agli effetti dei cambiamenti climatici, dal momento che i dati latitano. Gli studi sugli impatti dei cambiamenti climatici, solitamente non si concentrino sulla salute psicologica, ma suggeriscono che la vulnerabilità è correlata con il livello di esclusione sociale, e quindi distribuita in modo differenziato tra e tra comunità e individui. Le popolazioni con condizioni di salute cronica preesistenti, basso stato socioeconomico, bambini, anziani e minoranze etniche sono particolarmente vulnerabili agli impatti sanitari di cambiamento climatico e avranno una capacità di adattamento potenzialmente più bassa.
Speriamo che il concetto di eco-anxiety porti nuova linfa nella ricerca sulla salute mentale legata ai cambiamenti climatici. La lotta alle disuguaglianze sociali, nell’ottica di una giustizia sociale davvero inclusiva, passa da qui.

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