La resilienza dei semi e quella degli umani

Il 2019 ci ha lasciato con i devastanti incendi australiani. Questi si vanno ad aggiungere a un anno segnato da questi fenomeni: Amazzonia, Congo, California, Siberia. Nell’insieme sono uno dei segnali dei cambiamenti climatici in atto. Il danno di questi incendi è notevole e variegato. Uno dei maggiori riguarda l’erosione della biodiversità. Tuttavia sia gli incendi sia i lunghi periodi di aridità esistono da sempre. E molti organismi hanno imparato a difendersi.
Pietro Greco, 02 Gennaio 2020
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Gli incendi in Amazzonia, aumentati di quasi il 45% nel 2018, sono la seconda notizia scientifica del 2019, secondo Science, il settimanale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS). A questi dovremmo aggiungere i devastanti incendi in corso in Australia, quelli che ci sono stati in Congo, in California e in Siberia. Nessuno di questi, in assoluto, rappresenta una novità. Ma nell’insieme sono uno dei segnali dei cambiamenti climatici in atto, se non altro perché favoriti dalle alte temperature.

Il danno di questi incendi è notevole e variegato. Uno dei maggiori riguarda l’erosione della biodiversità animale e vegetale.
Tuttavia sia gli incendi sia i lunghi periodi di aridità esistono da sempre. E molti organismi hanno imparato a difendersi. Tra le ultime notizie scientifiche del 2019 c’è, per esempio, quella che viene dal Parco nazionale della Valle della Morte in California: che di recente è improvvisamente rifiorita, dopo decenni di aridità assoluta, e mesi dopo una pioggia tanto rara quanto sostenuta.
Il segreto di questa inattesa germinazione sta in una parola che i semi delle piante conoscono bene: resilienza. Una capacità che è conosciuta da tempo, ma che un gruppo di ricercatori guidati dal tedesco Markus Schwarzländer, dell’università di Münster (la Monaco della Vestfalia), ha voluto vederci chiaro ed è andato a indagare. I risultati sono stati pubblicati sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS).

I ricercatori hanno verificato, ancora una volta, che la germinazione – lo sviluppo dell’embrione contenuto nel seme – è regolato da un notevole numero di ormoni. E che questi ormoni si attivano solo quando le condizioni – per esempio, un minimo di umidità nel deserto – sono favorevoli. Ma per agire, gli ormoni hanno bisogno di energia. Ora quando un seme è costretto per anni o persino per decenni o addirittura secoli a restare inattivo in condizioni ambientali non favorevoli, come quelle di un deserto, che tipo di energia utilizza quando finalmente può germogliare?
Schwarzländer e i suoi colleghi hanno verificato che la risposta a queste domande va ricercata nei mitocondri, capaci di conservare e tenere in stand by per lungo tempo l’energia biochimica che, a contatto con l’acqua, si riattiva e avvia il processo della germinazione.

I mitocondri sono piccoli organelli presenti nelle cellule eucariote (le cellule delle piante e anche nostre). Pur essendo localizzati fuori dal nucleo, contengono piccole quantità di DNA, ma soprattutto sono la centrale energetica della cellula, grazie alla produzione di una molecola nota ai biochimici come ATP, adenosina trifosfato.
Non è necessario entrare nei dettagli tecnici della ricerca per ricavarne alcuni insegnamenti che, pur nell’ambito dei cambiamenti climatici, ci lasciano indurre a un certo ottimismo per i destini della vita in generale.

I semi di molte piante hanno, anche grazie ai mitocondri, una grande resilienza. Riescono a resistere, come nella Valle della Morte, per decenni a una assoluta siccità senza perdere la loro vitalità. La stessa cosa accade ai semi di molte piante in caso di incendio: riescono a resistere persino al fuoco. È un esempio straordinario di adattamento per la darwiniana selezione naturale.
La stessa resilienza fa sì che i semi si sveglino e ritornino attivi come se nulla fosse successo negli anni, nei decenni e persino nei secoli precedenti non appena vengono a contatto con l’acqua. Così anche la Valle della Morte conosce, di tanto in tanto, una stagione verde.

Anche molte specie animali sono dotate di notevole resilienza. Di qui l’ottimismo: la vita sul pianeta Terra continuerà anche dopo i cambiamenti climatici indotti dall’uomo e le condizioni di temperatura, di livello dei mari, di perdita dei ghiacci che il pianeta ha conosciuto in passato anche in forme più drastiche.

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