La Terra e le sue “sette sorelle”

Finalmente svelati i particolari della scoperta della NASA di cui si è fatto un gran parlare in questi giorni: gli scienziati hanno trovato un sistema planetario composto da sette pianeti che hanno le dimensioni della Terra e che ruotano intorno a una stella che si trova a circa 40 anni luce da noi. Alcuni pianeti potrebbero essere simili al nostro anche per composizione e per la presenza di un'atmosfera e di un oceano di acqua liquida.
Stefano Pisani, 22 Luglio 2017
Micron
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Giornalista Scientifico

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Finalmente svelati i particolari della scoperta della NASA di cui si è fatto un gran parlare in questi giorni: gli scienziati hanno trovato un sistema planetario composto da sette pianeti che hanno le dimensioni della Terra e che ruotano intorno a una stella che si trova a circa 40 anni luce da noi. Alcuni punti sono particolarmente importanti: tre dei pianeti si trovano nella cosiddetta “zona di abitabilità” e potrebbero ospitare oceani di acqua sulla loro superficie, si tratta del sistema planetario con il maggior numero di pianeti delle dimensioni della Terra trovato finora e il sistema ha, tra quelli osservati fino a oggi, il maggior numero di mondi che potrebbero ospitare acqua liquida sulla loro superficie.
Lo studio, che è stato pubblicato oggi sulla rivista Nature, è stato condotto da Michaël Gillon e colleghi dell’Università di Liegi, in Belgio. La storia della scoperta comincia l’anno scorso. A maggio 2016, il gruppo di Gillon, usando il telescopio cileno TRAPPIST(TRAnsiting Planets and PlanetesImals Small Telescope) gestito dall’Università di Liegi, aveva scoperto tre esopianeti (ossia esterni al sistema solare) che ruotavano intorno a una stella nana rossa ultrafredda. La stella, chiamata TRAPPIST-1, si trova a circa 39 anni luce dal Sole (precisamente: 12 parsec) in direzione della costellazione dell’Acquario, ha le dimensioni di Giove e ha una massa pari a circa l’8% di quella del nostro Sole, anche se è significativamente più fredda. I tre pianeti destarono un anno fa grande interesse perché c’era grande probabilità (soprattutto in uno dei tre) che potessero ospitare la vita.

UN ANALOGO DEL NOSTRO SISTEMA SOLARE
Gillon e il suo gruppo, da allora, hanno continuato a monitorare quella regione spaziale rinforzando gli strumenti di osservazione: grazie all’uso di telescopi come il TRAPPIST-South dell’Osservatorio de La Silla e del Very Large Telescope dell’ESO a Paranal e, per quanto riguarda lo spazio, dello Spitzer Space Telescope della NASA, oggi hanno scoperto che i tre pianeti individuati si trovano effettivamente nella zona di abitabilità e, di più, fanno parte di un sistema platenario di (almeno) sette pianeti che si presenta come una sorta di “analogo compatto” del nostro sistema solare interno. Tranne quello più esterno, i sei pianeti interni si trovano in una zona temperata, in cui le temperature della superficie potrebbero essere comprese tra 0 e 100 gradi centigradi, quindi simili a quelle della Terra. I pianeti sono stati battezzati TRAPPIST-1b, c, d, e, f, g e h, a seconda dalla loro distanza dalla stella.

COMPOSIZIONE ROCCIOSA?
I dati raccolti dal Telescopio Spitzer della NASA sono stati esaminati dal Center for Space and Habitability dell’Università di Berna, che ha calcolato che tutti gli esopianeti hanno una massa pari a, o di poco inferiore a quella terrestre. Inoltre, il gruppo di Brice-Olivier Demory ha calcolato, attraverso l’analisi dinamica del sistema, che alcuni esopianeti potrebbero avere una densità simile a quella della Terra e molto probabilmente una composizione rocciosa. Ricapitolando, dunque: i sei pianeti interni potrebbero ospitare la vita e avere una composizione rocciosa e tutti e sette potrebbero avere acqua liquida sulla loro superficie.

ALLA RICERCA DELLA VITA
La distribuzione spaziale di questi esopianeti renderà possibile lo studio delle proprietà delle loro atmosfere con i telescopi futuri, oltre che con quelli attuali. In particolare, il James Webb Space Telescope, il successore di Hubble e il cui lancio è previsto a ottobre dell’anno prossimo, avrà in particolare la possibilità di studiare la presenza dell’ozono: la presenza di questa molecola in atmosfera potrebbe infatti essere un importante indicatore di attività biologica sul pianeta.
La scoperta è di quelle importanti, anche se Gillon e colleghi sottolineano che serviranno ulteriori osservazioni per caratterizzare completamente questi pianeti e in particolare il settimo, TRAPPIST-1h (quello più esterno) del quale non si sa ancora praticamente nulla del periodo orbitale e del modo in cui interagisce con gli altri pianeti.

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