L’anestesia funziona anche sulle piante

Vengono considerate più prossime al regno minerale che a quello animale, anche il termine vegetare ha una connotazione negativa nell’uso Eppure le piante sono dotate di una straordinaria intelligenza, diversa ma in alcuni casi anche superiore a quella degli animali. Secondo l’ultimo studio di Stefano Mancuso le piante, come gli animali, dormono e sono sensibili all’anestesia, infatti le loro cellule sono molto simili. Le molecole che hanno attività anestetica negli animali le hanno anche nelle piante.
Francesca Buoninconti, 21 Dicembre 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Le foglie dentate della venere acchiappamosche, sfiorate dalle zampe di un moscerino, non scattano più. E neanche la mimosa sensibile chiude le sue foglie se viene toccata. Persino i viticci delle piante rampicanti interrompono la loro ricerca spasmodica di un sostegno e restano immobili, arricciati su loro stessi. Niente movimenti autonomi, né indotti dal tatto.
Non è nessuna strana malattia: sarebbero “solo” gli effetti degli anestetici sulle piante. A dimostrarlo è stato un team internazionale di botanici e neuroscienziati, guidato dall’italiano Stefano Mancuso, padre della neurobiologia vegetale e direttore del Laboratorio Internazionale di Neurobiologia Vegetale (LINV) dell’Università di Firenze.
Quindi l’anestesia funziona anche sulle piante? Per qualcuno potrebbe suonare una domanda bizzarra, ma Mancuso ci ha già abituati a concetti come “le piante sono intelligenti, hanno cure parentali e dormono”. Ebbene secondo lo studio, pubblicato su Annals of Botany, la risposta è sì: le piante reagirebbero agli anestetici in modo del tutto simile agli animali e agli esseri umani.
Il team di botanici, però, non è stato il primo a porsi la domanda. Nel 1878 il fisiologo francese Claude Bernard fu il primo a dimostrare che la mimosa sensibile, sottoposta a etere dietilico, non chiudeva più foglie. A quel tempo, l’anestesia aveva da poco rivoluzionato il mondo della chirurgia, spezzando definitivamente quel legame a filo doppio che univa una qualsiasi operazione chirurgica al dolore. E le sperimentazioni di nuovi composti e nuovi soggetti di studio erano frequenti.
Da quel momento, mentre l’anestesia diventava una prassi nelle sale operatorie con una folta schiera di anestetici, sono seguite numerose pubblicazioni che indagavano gli effetti del nuovo prodigio della medicina su singole specie vegetali. Il team guidato da Stefano Mancuso, invece, si è posto un obbiettivo più ambizioso: testare anestetici differenti – dall’etere dietilico allo xeno, fino alla lidocaina utilizzata per l’anestesia locale – sul maggior numero di specie vegetali possibili. Ma soprattutto sperimentare le reazioni e i tempi di ripresa su vari apparati, dalle foglie ai semi, e capire cosa avviene a livello cellulare.
Del resto molte specie di piante comuni, quando sono sotto stress, rilasciano una serie di composti che hanno effetti anestetici nell’uomo e negli animali. Perché dunque non ne dovrebbero subire l’effetto?
Così, dallo studio è emerso che piante capaci di movimento autonomo o di risposte tattili – come la mimosa sensibile (Mimosa pudica), le piante carnivore come la venere acchiappamosche (Dionaea muscipula) e la Drosera capensis, e la pianta di pisello (Pisum sativum) – sono sensibili all’etere dietilico. Infatti, dopo un’ora trascorsa in una piccola serra con un’atmosfera composta per il 15% da etere dietilico, ogni risposta agli stimoli tattili era completamente inibita. La mimosa, se sfiorata, non chiudeva le foglie. La venere acchiappamosche non faceva scattare le sue foglie quando un moscerino toccava almeno due dei sei peletti che “innescano” la trappola. Anche la Drosera non avvolgeva i moscerini con i suoi tentacoli collosi. E i viticci della pianta di pisello interrompevano i tipici movimenti di circumnutazione alla ricerca di un sostegno, per restare immobili e arricciati. Dopo qualche ora dalla fine dell’anestesia, tutte le piante si sono risvegliate da questo stato di incoscienza e hanno ripreso la loro normale attività.
In particolare, poi, il gruppo guidato da Mancuso è riuscito a dimostrare che l’anestesia indotta dall’etere dietilico nella venere acchiappamosche inibisce proprio la propagazione del potenziale d’azione che fa scattare le foglie in una morsa fatale per il malcapitato insetto. Ed è riuscito anche a dimostrare come, poco a poco, il potenziale d’azione si “risveglia” dall’anestesia, tornando ai livelli normali. È come se avvenisse una sorta di rilassamento sensoriale, proprio come negli animali, che impedisce il movimento.
Invece negli apici radicali dell’Arabidopsis thaliana e del mais, trattati con vari anestetici, lidocaina e xeno compresi, è stata osservata un’alta produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS), meglio noti come radicali liberi. Mentre un comportamento molto particolare è stato riscontrato nei semi del crescione (Lepidium sativum): sotto tutti gli anestetici testati i semi non riuscivano a rompere la dormienza e a germogliare. Prolungavano quindi la loro quiescenza. Solo dopo 24 ore dall’interruzione del trattamento hanno iniziato a produrre i primi germogli, ma con foglie più gialle: segno che l’anestesia ha effetti negativi sull’accumulo e la produzione di clorofilla nei cloroplasti.
Secondo questo nuovo studio di Mancuso, quindi, le piante ancora una volta avrebbero caratteristiche simili alle nostre. Non solo sono intelligenti, si occupano della prole e dormono, riducendo al minimo i loro movimenti, proprio come facciamo noi di notte. Ma a quanto pare reagiscono all’anestesia proprio come faremmo noi umani: la loro sensibilità e i loro movimenti vengono completamente inibiti, addirittura i semi in dormienza prolungano la durata di questo loro tipico stato fisiologico. Reazioni che, per i ricercatori, suggeriscono che in un futuro non troppo lontano le piante potrebbero anche essere utilizzate per testare nuovi anestetici.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X