L’antibiotico-resistenza tra le conseguenze dell’inquinamento atmosferico

L’inquinamento atmosferico sembra essere associato a un aumento del potenziale di infezione dei batteri che causano disturbi respiratori, in particolare di naso, gola e polmoni, producendo un'alterazione circa l'efficacia del trattamento antibiotico, ad affermarlo è uno studio pubblicato in questi giorni su Environmental Microbiology da parte di un gruppo di ricercatori britannici.
Cristina Da Rold, 11 Marzo 2017
Micron
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Giornalista scientifica

L’inquinamento atmosferico sembra essere associato a un aumento del potenziale di infezione dei batteri che causano disturbi respiratori, in particolare di naso, gola e polmoni, producendo un’alterazione circa l’efficacia del trattamento antibiotico, ad affermarlo è uno studio pubblicato in questi giorni su Environmental Microbiology da parte di un gruppo di ricercatori dell’Università di Leicester, nel Regno Unito. Si tratta di un problema tutt’altro che secondario in termini di salute pubblica, dal momento che le cose stanno peggiorando.
L’ultimo rapporto EFSA-ECDC riporta infatti un aumento di batteri antibiotico-resistenti nell’uomo, negli animali e negli alimenti, con il risultato che le infezioni causate da batteri resistenti agli antimicrobici portano a circa 25.000 decessi ogni anno nella sola Europa.
Al momento i ricercatori hanno analizzato dei modelli murini per studiare gli effetti degli inquinanti sulla colonizzazione batterica, dalla faringe ai polmoni, ma secondo quanto appreso, le evidenze suggeriscono effetti molto simili anche sull’uomo.
Come mostrano i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’inquinamento atmosferico rappresenta oggi il principale rischio ambientale per la salute, e i particolati quali per esempio il nerofumo (il noto black carbon) sono fra i principali componenti dell’inquinamento atmosferico.
Come raccontavamo in un articolo qualche mese fa, meno di una persona su 10 nel mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2,5. L’esposizione a breve termine ad alte concentrazioni di nero di carbonio in polvere, prodotto attraverso la combustione di combustibili fossili come diesel, biocarburanti e biomasse, può causare irritazioni al tratto respiratorio superiore. Non dimentichiamo inoltre che il black carbon è collocato dall’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC), come probabilmente cancerogeno (Gruppo 2B).
Questo studio riporta per la prima volta dei dati secondo cui l’esposizione al nerofumo induce cambiamenti strutturali, compositivi e funzionali nelle aggregazioni (biofilm) di Streptococcus pneumoniae e di Streptococcus aureus, due fra le principali cause di malattie respiratorie, che presentano alti livelli di resistenza agli antibiotici.
La ricerca ha mostrato che l’inquinamento modifica il modo in cui questi batteri crescono e formano delle comunità, un fattore che potrebbe influenzare il modo in cui essi riescono a sopravvivere nelle nostre vie respiratorie e a combattere il nostro sistema immunitario. In particolare, alte concentrazioni di black carbon aumenterebbero soprattutto la resistenza delle comunità di Streptococcus pneumoniae alla penicillina, il trattamento prima linea per la polmonite batterica.
Il team ha esposto i biofilm batterici a concentrazioni di nerofumo molto più alte rispetto a quelle che si registrano in media nel Regno Unito. I ricercatori hanno preferito infatti utilizzare concentrazioni maggiori per simulare il fatto che gli inquinanti atmosferici vengono solitamente inalati lentamente nel corso del tempo, depositandosi poco a poco e producendo effetti a lungo termine, che difficilmente si potevano riprodurre in altro modo in laboratorio.
L’aspetto più interessante riguarda la resistenza agli antibiotici, come anticipato, rappresenta un problema sempre più grave.
I ricercatori hanno esaminato i biofilm esposti e quelli non esposti a black carbon, incubandoli con o senza antibiotici per tre ore, per poi valutare la vitalità batterica nei campioni. «Lo studio mette in luce dunque un nuovo paradigma – affermano gli autori nelle conclusioni – e cioè che l’impatto negativo degli inquinanti sulla salute non è solo dovuto agli effetti diretti sul ‘padrone di casa’, ma coinvolge anche il comportamento dei batteri che producono le infezioni».
Sempre secondo le stime dell’OMS, l’inquinamento atmosferico è considerato essere responsabile di almeno 7 milioni di morti all’anno, che equivale a un ottavo di tutti i decessi a livello mondiale. Un dato che con la crescente urbanizzazione in corso è destinato ad aumentare se non ci muoviamo in fretta nella direzione di costruire città più sane. «L’urbanizzazione nelle megalopoli con livelli estremi di inquinamento atmosferico sono i principali fattori di rischio per la salute umana in molte parti del mondo» conclude Julian Ketley, uno degli autori. «La nostra ricerca si propone di condurre e partecipare a consorzi di ricerca internazionale di biologi, chimici, clinico, sociologi e urbanisti. Insieme ci proponiamo di studiare come la crescente urbanizzazione promuove malattie infettive».

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