Le polveri fini mettono a rischio la fertilità maschile?

L'inquinamento dell'aria potrebbe essere causa di scarsa qualità degli spermatozoi umani. É il risultato di una ricerca, uno studio osservazionale, pubblicata su BMJ Occupational & Environmental Medicine e realizzata da un team internazionale di ricercatori olandesi, taiwanesi e cinesi.
Tina Simoniello, 28 Novembre 2017
Micron

L’inquinamento dell’aria potrebbe essere causa di scarsa qualità degli spermatozoi umani. É il risultato di una ricerca, uno studio osservazionale, pubblicata su BMJ Occupational & Environmental Medicine e realizzata da un team internazionale di ricercatori olandesi, taiwanesi e cinesi.
In particolare sarebbe l’esposizione a livelli elevati di polveri sottili PM2.5  a essere associata a una produzione di spermatozoi anomali per dimensioni, morfologia e per numero.
Che potrebbe significare infertilità per un numero altissimo di coppie nel mondo.
“L’inquinamento dell’aria – hanno scritto gli autori – è diventato il più importante singolo rischio ambientale per la salute, è stato stimato che l’esposizione all’inquinamento atmosferico è in grado di provocare più di 3,7 milioni di morti premature. Il particolato è il più importante inquinante atmosferico – hanno aggiunto – e quello che colpisce gli esseri umani più di qualsiasi altro inquinante. C’è una grande quantità di studi epidemiologici che valutano l’inquinamento atmosferico e i suoi diversi effetti sulla salute, compresi i difetti alla nascita. Tuttavia, solo pochi studi condotti su piccoli campioni hanno studiato gli effetti del particolato sulla qualità dello sperma umano, e i risultati sono stati incoerenti”

NON È QUESTIONE DI NUMERI, MA DI QUALITÀ
Per approfondire la questione, e tentare di chiarire dubbi e superare incertezze, i ricercatori hanno allora esaminato l’impatto, a breve e lungo termine dell’esposizione al particolato fine (PM2.5) in circa 6500 uomini tra i 15 e i 49 anni. Tutti di Taiwan e inseriti in un programma di test clinici periodici, condotti tra il 2001 e il 2014, nel corso del quale sono stati valutati forma, dimensione, mobilità, e numero dei loro spermatozoi.
Contemporaneamente, con un approccio matematico combinato con i dati satellitari della NASA, sono stati misurati i livelli di PM2.5 in prossimità delle residenze di tutti a tre mesi dall’inizio della ricerca (il tempo necessario a completare la spermatogenesi, cioè il ciclo che dalle cellule precursori conduce ai gameti maturi, in grado di fecondare l’ovulo femminile) e per due anni circa.
Ebbene, al netto di potenziali fattori come obesità, fumo, eccetera, che avrebbero potuto inficiare i risultati dell’indagine, i ricercatori hanno riscontrato una robusta associazione a breve a lungo termine tra esposizione a PM2.5 e riduzione degli spermatozoi normali. Per l’esattezza, a ogni incremento di 5 microgrammi per metro cubo di polveri sottili si è associata una riduzione significativa dell’1,29% di spermatozoi sani, per così dire, e un aumento del rischio del 26% di avere il 10% di spermatozoi di forma e dimensioni giuste.
Questo per quanto ha riguardato la morfologia dei gameti. Rispetto invece al numero è stato osservato che aumentava all’aumentare della concentrazione delle polveri sottili. “Per un meccanismo di compensazione” è l’ipotesi degli autori: semplificando, per mitigare gli effetti dannosi dell’inquinamento sulla forma e le dimensioni, cioè sulla qualità delle cellule sessuali, l’organismo tenta di correre ai ripari puntando sulla quantità.
In che modo le poveri sottili possano interferire con lo sviluppo delle cellule riproduttive dell’uomo non è noto. D’altronde, parliamo di uno studio osservazionale, un tipo di indagine che per definizione non ha lo scopo di indagare l’eventuale causalità tra esposizione e danno osservato né i meccanismi molecolari che spiegano il danno, in questo caso la morfologia alterata del seme maschile. Tuttavia, in una nota che ha accompagnato la pubblicazione, gli autori hanno sottolineato che molte delle componenti del particolato fine (metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici, per esempio), in precedenti studi sperimentali sono state già associate a danno spermatico. Queste molecole, dicono, potrebbero far ipotizzare in effetti un danno diretto o mediato al DNA.

INTERVENIRE CON STRATEGIE ADEGUATE
“Data l’ubiquità dell’esposizione all’inquinamento atmosferico, anche una piccola dimensione dell’effetto di PM2,5 sulla morfologia normale dello sperma può comportare un numero significativo di coppie infertili”, avvertono i ricercatori, che non mancano di sottolineare l’importanza di mettere in atto strategie globali per ridurre al minimo l’impatto dell’inquinamento dell’aria sulla salute delgi esseri umnai. Mai come in questo caso a pagare le conseguenze di una qualità dell’aria scarsa saranno le future generazioni. In termini di esistenza. Letteralmente.

 

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