Le radici filogenetiche della violenza

Quando diventiamo violenti con qualcuno, lo facciamo perché la violenza è parte intrinseca della nostra natura, oppure perché circostanze esterne, come l’educazione familiare o la società in cui viviamo, ci hanno messo nelle condizioni di nuocere? Il dibattito sulla natura della violenza umana non è nuovo, ma uno studio appena pubblicato su Nature aggiunge un contributo fondamentale.
Sara Mohammad, 11 Ottobre 2016
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

Quando diventiamo violenti con qualcuno, lo facciamo perché la violenza è parte intrinseca della nostra natura, oppure perché circostanze esterne, come l’educazione familiare o la società in cui viviamo, ci hanno messo nelle condizioni di nuocere? In altre parole, aveva ragione Thomas Hobbes quando sosteneva che ogni uomo è, per natura, in guerra contro tutti, o Jean-Jacques Rousseau, che attribuiva la degenerazione dell’animo umano, naturalmente disposto ad agire per il bene, alla società e al progresso?
Il dibattito sulla natura della violenza umana non è nuovo, ma uno studio appena pubblicato su Nature aggiunge un contributo fondamentale, dimostrando come nell’uomo la violenza interpersonale che porta alla morte abbia una componente filogenetica. In pratica, la violenza all’interno della nostra specie deriva, fino a un certo punto, dalla posizione che occupiamo nella scala evolutiva.

VIOLENZA SIMILE TRA SPECIE VICINE
José María Gomez e colleghi, del dipartimento di ecologia dell’università di Granada, sono giunti a questa conclusione dopo aver esaminato il numero di morti violente in 1024 specie di mammiferi (tra cui l’uomo), osservando che in almeno il 40% delle specie studiate erano stati riportati casi di violenza mortale.
Partendo da questo dato, e cioè che la violenza tra individui della stessa specie è un fenomeno molto diffuso tra i mammiferi, gli scienziati hanno poi calcolato che le specie più vicine dal punto di vista evolutivo tendevano ad avere una probabilità simile di morire per mano di un cospecifico. Per farlo, «ci siamo basati su due informazioni», ha spiegato Gomez, «primo, il valore della violenza mortale nelle specie imparentate e, secondo, un albero filogenetico, che mostra quali specie sono più vicine tra loro». Le previsioni ottenute attraverso questo approccio sono state confrontate con i dati a disposizione sulle cause di mortalità. Per rendere le analisi più precise, i ricercatori hanno inserito nello studio solo le specie per le quali erano disponibili informazioni accurate, che in alcuni casi erano state registrate a partire da resti fossili (come nel caso di Homo neanderthalensis).

MAMMIFERI, E NON SOLO
Viene da chiedersi come mai siano stati inclusi nello studio soltanto i mammiferi e non altri animali come, per esempio, gli uccelli. Gomez ha spiegato che la scelta di condurre l’analisi all’interno della classe dei mammiferi ha portato a un maggior livello di confidenza. L’evoluzione degli uccelli non è necessariamente simile a quella dei mammiferi, perché, provenendo da antenati rettiliani, gli uccelli appartengono a un altro lignaggio.
Questo non impedisce tuttavia che si verifichino casi di violenza mortale anche all’interno di specie diverse dai mammiferi: infatti, “i giovani fratelli di alcune specie di uccelli sono conosciuti per essere molto aggressivi tra loro”, ha aggiunto Gomez. “Un comportamento noto come cainismo”.

OLTRE LA FILOGENESI
Oltre a studiare la componente filogenetica della violenza tra un individuo e l’altro, il gruppo di scienziati spagnoli ha condotto anche un’analisi socio-politica, classificando la popolazione umana tra bande, tribù, regni e stati. Confrontando i dati a disposizione, gli scienziati hanno osservato che negli stati moderni il livello di violenza mortale era più basso di quello previsto dal modello filogenetico, un fatto dovuto probabilmente all’accentramento del potere, che, monopolizzando l’uso della forza, porta a una riduzione significativa della violenza nella società.
Quali sono le implicazioni dello studio di Gomez e dei suoi colleghi? Il fatto che la violenza all’interno della specie umana abbia una certa componente evolutiva suggerisce che la comprensione della natura umana può trarre vantaggio dalla storia evolutiva, pur senza vincolarla completamente. In un certo senso, si tratta di implicazioni filosofiche. «L’uomo si è evoluto e continuerà a evolversi in modi sorprendenti», ha spiegato Gomez. «Dal nostro punto di vista il messaggio principale è che non importa quanto violenti o pacifici fossimo in origine, perché possiamo variare il livello di violenza interpersonale cambiando il nostro sistema sociale».
E sul piano politico? Si potrebbe giustificare il monopolio del potere sostenendo che la scienza dimostra una riduzione della violenza nei sistemi centralizzati?
L’estrapolazione diretta di decisioni socio-politiche non è immediata e richiede grande cautela, ha dichiarato Gomez. Aggiungendo che «la nostra distinzione approssimativa tra le organizzazioni socio-politiche permette di trovare alcuni modelli, ma questo non significa che altri fattori non influiscano sui livelli di violenza».
In un mondo senza petrolio, dove a tutti fosse garantito l’accesso all’acqua potabile e con solo un miliardo di persone, gli stati attuali sarebbero altrettanto pacifici?

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