L’Europa e il mal d’aria

Nonostante la qualità dell'aria in Europa stia migliorando, l'inquinamento atmosferico resta il principale fattore ambientale di rischio per la salute umana. Questa la sintesi dello studio dell'Agenzia europea per l'ambiente che presenta una panoramica aggiornata della qualità dell'aria in Europa per il periodo 2000-2014 sulla base di dati provenienti da stazioni di monitoraggio ufficiali, tra cui più di 400 città in tutta Europa.
Cristina Da Rold, 28 Novembre 2016
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Come ogni anno, anche quest’anno la European Environment Agency(EEA) ha pubblicato i dati  relativi alla qualità dell’aria in Europa, aggiornati al 2015, e il dato forse principale che vale la pena memorizzare per noi italiani è che il nostro Paese mostra i tassi più alti di anni di vita persi – Years of life lost (YLL), cioè anni di vita potenziale persi a causa di morte prematura – dovuti a PM2.5, diossido di azoto e Ozono fra i più alti d’Europa (2013).

Un dato che non rappresenta certo una sorpresa: solo qualche mese fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha infatti pubblicato gli ultimi dati sull’inquinamento dell’aria, che evidenziano che meno di una persona su 10 nel mondo respira un’aria che rispetta le più recenti linee guida in materia di inquinamento da PM10 e PM2.5. L’Europa, anche se ha visto migliorare i livelli di emissioni negli ultimi anni, se la cava comunque male, e la Pianura Padana si conferma anche questa volta una delle aree più inquinate.

Il rapporto di EEA di cui stiamo parlando è molto chiaro: le concentrazioni di particolato continuano a superare le soglie imposte dall’Europa. Per quanto riguarda il PM10, sforamenti giornalieri si sono registrati in 21 dei 28 Paesi europei, nel caso del PM2.5 in 4 Paesi.

I livelli di diossido di azoto nel 2014 hanno ampiamente superato i limiti di sicurezza, con la conseguenza che il 7% degli abitanti delle aree urbane europee vive in aree dove le concentrazioni di NO2 superano le soglie di sicurezza. Questo diossido di azoto, prodotto per esempio dalle auto diesel, provoca gravi danni alle membrane cellulari a seguito dell’ossidazione di proteine e lipidi. Gli effetti acuti comprendono per esempio infiammazione delle mucose, decremento della funzionalità polmonare ed edema, senza considerare gli effetti a lungo termine a livello respiratorio e infettivo.

Un aspetto interessante a questo proposito è il gap – sottolineato dall’EEA – fra le misurazioni ufficiali degli inquinanti da traffico stradale (fra cui ossidi di azoto e di carbonio) effettuate tramite simulazioni in laboratorio e la realtà. Differenze anche del 40%, ancora più elevate nel caso delle emissioni di NOx, in particolare per i veicoli diesel, dove la media del mondo reale può essere anche di quattro volte superiore rispetto a quelle ottenute con simulazioni in laboratorio. Non dimentichiamoci che il settore dei trasporti incide per il 46% sul totale delle emissioni di NOx.
Se le emissioni di NOx del mondo reale dei veicoli a benzina in UE a partire dal 2000 sono infatti diminuite in modo significativo, in linea con i limiti sempre più stringenti, quelli delle automobili diesel non sono affatto migliorate molto rispetto allo stesso periodo, e se consideriamo che il 54% delle auto che vengono vendute in Europa sono diesel, la portata del problema è evidente.
Notizie poco incoraggianti vengono anche da altri fronti. Il 38% della popolazione urbana europea è esposta a livelli di biossido di zolfo(SO2) oltre le soglie consentite e il 24% – una persona su 4 – a valori oltre soglia di benzopirene, una sostanza cancerogena (categoria 1 dello IARC), prodotta dalla combustione, in particolare delle sigarette, dei motori diesel e nella combustione di biomasse. Concentrazioni molto elevate sono state registrate in particolare in Europa centrale e orientale.
Un ultimo elemento di novità contenuto in questo rapporto 2016 riguarda la combustione di biomassa per il riscaldamento come fonte non da trascurare di inquinanti atmosferici. Perché se è vero che le biomasse sono una fonte di energia rinnovabile, tuttavia, l’utilizzo delle biomasse legnose (come cippato e pellet, per capirci) come combustibile residenziale genera emissioni di inquinanti atmosferici che secondo gli esperti non vanno trascurate riguardo la salute delle persone, fra cui PM10 e PM2.5. Un dato su tutti: nel 2014 il 56% delle emissioni di PM2.5 è dovuto al riscaldamento, residenziale e industriale.

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