L’idea di partenza

La scienza lo chiama confirmation bias. È la tendenza a rimanere ancorati a una propria idea anche di fronte a nuove e più precise informazioni. Un gruppo di ricercatori ha condotto su questo fronte un interessante studio, sottoponendo una serie di questionari a un campione di policymakers presenti alla COP21 di Parigi e a un gruppo di 140 studenti europei.
Cristina Da Rold, 15 Febbraio 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Si fa un gran parlare di come le politiche nell’ambito dei cambiamenti climatici debbano essere fondate su solide basi scientifiche ma, a quanto pare, anche qui ci si scontra con numerosi errori comportamentali, in primis il fatto che chi siede al tavolo dove vengono prese davvero le decisioni a livello globale, non essendo uno scienziato, tende a cambiare difficilmente idea rispetto al proprio a priori, anche di fronte a nuovi dati più precisi forniti dalla scienza. Nulla di strano a dire il vero, quello di rimanere ancorati a una propria idea è un comportamento squisitamente umano – la scienza lo chiama confirmation bias – ma in questo caso diventa un fattore tutt’altro che irrilevante a livello di politiche energetiche.
A evidenziare questo aspetto è un innovativo studio pubblicato su Nature Climate Change da un team di ricercatori, fra cui anche alcuni italiani, e finanziato dallo European Research Council (ERC), basato su una serie di questionari che sono stati sottoposti a un campione di 217 policymakers presenti alla conferenza COP21 di Parigi del dicembre 2015 e a un gruppo di 140 studenti MBA europei che sono stati formati per partecipare a una simulazione di negoziazione sul clima. In occasione della Conferenza, i Paesi firmatari hanno delineato gli impegni che intendono assumersi nei prossimi anni per mantenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2°C, limitandone l’aumento a 1,5 °C, e per arrivare a emissioni zero nella seconda metà di questo secolo.
«Il nocciolo della questione era osservare se e come questi decisori modificassero le proprie credenze riguardo all’aumento della temperatura media globale nell’anno 2100 dopo aver appreso i dati di una sintesi statistica precisa delle previsioni dei modelli climatici. Abbiamo chiesto loro di valutare come la distribuzione di temperatura fosse associata agli INDC (Intended Nationally Determined Contributions) fissati appunto in occasione di COP21, e misurare quanto fossero certi delle stime che fornivano a priori» spiega Valentina Bosetti, professore presso il Dipartimento di Economia dell’Università Bocconi e ricercatrice della Fondazione Eni Enrico Mattei. Una volta ottenute queste informazioni, i ricercatori hanno fornito agli intervistati i dati di uno specifico percorso di emissioni che proiettava gli INDC fino al 2100 in termini di temperatura, chiedendo loro di riformulare le proprie stime.
«Quello che a noi interessava capire era la percezione dell’incertezza da parte di chi si trova a prendere decisioni politiche che riguarderanno il mondo» prosegue Bosetti. «È ovviamente importante che le decisioni vengano prese alla luce di ciò che dice la climatologia, per esempio, ma non è un processo semplice perché non ci troviamo ad avere a che fare con un contesto deterministico, ma con un insieme di stime e previsioni, dove il fattore interpretativo, anche dell’incertezza, gioca un ruolo primario».
Il principale risultato che è emerso è che se alla prima domanda, quella più generale, i decisori rispondevano in modo sostanzialmente corretto, di fronte a uno scenario più dettagliato la maggior parte non modifica la propria risposta, anche se i dati erano stringenti. Non integravano insomma le nuove informazioni scientifiche all’interno della propria idea. Interessanti anche le differenze che sono emerse fra le risposte fornite dai policymakers e quelle degli studenti. Nonostante le convinzioni a priori dei due gruppi – decisori e studenti – si siano dimostrate simili, le loro stime dopo l’esposizione alle previsioni scientifiche sono risultate notevolmente diverse, con i policymakers e negoziatori che sono rimasti molto più vicini alle loro convinzioni precedenti rispetto agli studenti MBA.
«Si tratta di un esperimento nuovo – prosegue Bosetti – che si è rivelato per noi un’esperienza molto ricca umanamente, anche perché le persone che abbiamo intervistato erano molto motivate a partecipare. Intendiamo certamente proseguire con questo approccio, per esempio in occasione della Conferenza sui cambiamenti climatici che si terrà a Bonn a fine anno».

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