Per una moda più sostenibile

L’industria della moda ha una grossa fetta di responsabilità nell’inquinamento globale. La fotografia è preoccupante: sono da attribuire a questo settore il 20% dello spreco globale di acqua e il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Allo stesso tempo le coltivazioni di cotone sono responsabili per il 24% dell’uso di insetticidi e per l’11% dell’uso di pesticidi. Ma l’impatto ambientale dell’industria della moda non si ferma alla produzione, anzi. Cosa può fare, allora, ognuno di noi per impattare il meno possibile? Sicuramente quattro cose.
Cristina Da Rold, 05 Ottobre 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

All’inizio di ogni stagione, le riviste di moda ci inondano di foto, servizi e articoli allo scopo di indurci all’acquisto di nuovi abiti. Ma a quale costo? Perchè a rimetterci non sono solo le nostre finanze ma come dimostrano diversi studi il mondo della moda è tra i settori più impattanti dal punto di vista ambientale.
Non a caso nel luglio 2018 durante un evento collaterale all’interno del Forum politico ad alto livello sullo sviluppo sostenibile a New York, dieci diverse organizzazioni delle Nazioni Unite hanno concordato di stabilire un’alleanza delle Nazioni Unite sulla moda sostenibile. Ma partiamo dai numeri, che dicono che l’industria della moda ha visto una crescita spettacolare all’inizio del XXI secolo. Il mercato dell’abbigliamento è valutato per oltre 2,5 trilioni di dollari e impiega oltre 75 milioni di persone in tutto il mondo. Tra il 2000 e il 2014, la produzione di abbigliamento è raddoppiata, e il consumatore medio ha acquistato il 60% in più di capi rispetto a 15 anni fa, usando ogni capo la metà del tempo rispetto a dieci anni fa.

Eppure – chiosano le Nazioni Unite – gli attuali stati generali dell’industria della moda sono un’emergenza ambientale e sociale. Ambientale perché quasi il 20% delle acque reflue globali è prodotto dall’industria della moda, che emette anche circa il dieci% delle emissioni globali di carbonio. Sono necessari 20.000 litri di acqua per realizzare una sola maglietta e un paio di jeans.
Inoltre, l’industria tessile è stata identificata negli ultimi anni come uno dei principali fattori che contribuiscono all’entrata della plastica nell’oceano, motivo di crescente preoccupazione a causa delle implicazioni negative per l’ambiente e la salute. Ma si tratta anche di un’emergenza sociale perché le riduzioni dei costi e dei tempi di produzione temporali sono spesso imposte a tutte le parti della catena di approvvigionamento, portando a orari di lavoro prolungati e a di bassi salari. Cosa può fare ognuno di noi per impattare il meno possibile? Sicuramente quattro cose.

LEGGI SEMPRE L’ETICHETTA
Nell’estate 2019 un gruppo composto dalle più grandi aziende di moda del mondo ha sottoscritto un nuovo importante impegno per il clima, sotto la pressione politica della Francia. Circa 32 aziende che rappresentano circa 150 marchi e circa il 30% del settore hanno aderito all’impegno, promettendo di adottare misure per mitigare l’impatto della moda sul clima, sulla biodiversità e sugli oceani.
Alcuni marchi leader producono già linee sostenibili, ma un’etichetta che certifica l’abbigliamento come organico o sostenibile è un buon segno che il marchio un background ecologico.  Solo i prodotti tessili che contengono almeno il 70% di fibre organiche lungo tutta la catena di approvvigionamento, dalla raccolta alla produzione, possono ottenere la certificazione dal Global Organic Textile Standard. Le etichette della Better Cotton Initiative mostrano che i vestiti sono realizzati con cotone usando meno acqua e sostanze chimiche dannose

CERCA MATERIALI A BASSO IMPATTO AMBIENTALE
Molti dei materiali utilizzati per realizzare i vestiti sono dannosi per l’ambiente. Poliestere, nylon e acrilico sono realizzati con prodotti petrolchimici e possono rilasciare microfibre nell’acqua durante il processo di lavaggio. Anche il cromo usato per la concia è altamente tossico.
Le recenti innovazioni nel settore dei materiali hanno portato all’uso di proteine naturali per creare fibre e tessuti. Mylo è prodotto con fili di funghi e può essere trasformato in un tessuto resistente (e biodegradabile) simile alla pelle. Poiché può essere prodotto così rapidamente, l’impatto ambientale è inferiore rispetto ai materiali tradizionali.
Un esempio è il micelio, la struttura sotterranea ramificata dei funghi. Cresce come piccoli fili che formano vaste reti sotto il suolo della foresta. Mylo ™ è un tessuto prodotto da cellule di micelio progettandolo per assemblarlo in un materiale flessibile ma resistente che ha il potenziale per biodegradarsi e può sostituire la pelle vera e sintetica. Senza dimenticare il Microsilk (“micro-seta”), che si ispira alle ragnatele. Le fibre infatti derivao da zucchero, acqua, sale e lieviti, che durante la fermentazione producono le proteine della seta.

AGGIUSTA, NON BUTTARE
Secondo la Ellen MacArthur Foundation, i clienti di tutto il mondo perdono ogni anno 460 miliardi di dollari di valore in  abbigliamento gettando via gli abiti utilizzabili. Si ritiene che alcuni capi vengano scartati dopo solo sette o dieci utilizzi.
Potrebbero esserci vestiti nel tuo guardaroba che non si adattano più o che richiedono qualche ritocco per essere riportati in vita, stimolando la creatività. C’è un mondo di blog e tutorial online, anche in italiano, per sperimentare l’arte del fai da te tessile e del riciclo.

CONSIDERA I NEGOZI PER ABITI DI SECONDA MANO
Diversi importanti rivenditori offrono programmi di donazione di abbigliamento a cui puoi lasciare i tuoi vestiti in modo che vengano venduti in negozi di seconda mano o riciclati per produrre nuovo materiale. Come ulteriore incentivo, i clienti che apportano contributi di tessuti usati ricevono in genere uno sconto sugli acquisti futuri. Tutte queste alternative impediscono ai tuoi vestiti di finire in discarica.

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