L’insostenibile peso dei contaminanti ambientali sul diabete

Uno studio pubblicato sul Journal of Epidemiology & Community Health ha calcolato la spesa e i casi si diabete di tipo 2 evitabili tagliando del 25% l’esposizione a ftalati, PCB, pesticidi, PFAS su una popolazione di persone anziane. I risultati? 150 mila casi evitabili e 4 miliardi e mezzo di euro risparmiabili ogni anno in Europa.
Tina Simoniello, 23 Novembre 2016
Micron
Micron
Giornalista freelance

Taglia di un quarto l’esposizione a policlorobifenili (PCB), sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), ftalati e abbatterai più di 150 mila casi di diabete di tipo 2, una malattia che affligge fino al 6-11% della popolazione nei Paesi occidentali, con un risparmio di 4 miliardi e mezzo di euro ogni anno. È, in sintesi, il risultato di uno studio pubblicato  sul Journal of Epidemiology & Community Health da esperti di salute pubblica e medicina ambientale di New York e di Uppsala.
Contaminanti ambientali come PCB, ftalati, pesticidi clorurati persistenti, PFAS, rappresentano una categoria di molecole diffuse nell’ambiente, che penetrano nel nostro organismo per ingestione (acqua, alimenti) o inalazione e che, in diversi casi, sebbene già messe al bando (è per esempio il caso dei policlorobifenili, dalla convenzione di Stoccolma del 2001) sono ancora in grado di agire nel nostro organismo, in alcuni casi  interferendo nel nostro sistema endocrino modificando il percorso di diverse vie metaboliche. Studi precedenti a questo hanno già valutato l’associazione tra diabete di tipo 2 e sostanze di questo tipo, ma l’indagine in questione sarebbe la prima che ne valuta l’impatto in termini di casi di malattia e di spesa sanitaria. In particolare, i composti presi in esame qui sono stati quattro: PCB 153, mono-metil ftalato, diclorodifenildicloroetilene e acido perfluoroottanoico (un PFAS).
La popolazione utilizzata come campione è stata di circa 1000 persone di 70-75  anni, uomini e donne, tutti cittadini di Uppsala e tutti arruolati nel progetto PIVUS (Prospective Investigation of the Vasculature in Uppsala Seniors). I ricercatori hanno misurato la presenza in circolo degli inquinanti su campioni ematici e, utilizzando i dati di prevalenza annui europei e svedesi, hanno incrociato i risultati con i casi di diabete nella stessa fascia d’età del campione e valutato i costi annuali della malattia aggregati su un decennio.
Fatto tutto ciò, hanno  cercato di rispondere  alla domanda: quanto ci farebbe risparmiare, in termini di casi e di spesa, una riduzione di un quarto dell’esposizione ai quattro composti chimici? E la risposta, che naturalmente ha tenuto conto di diversi fattori potenzialmente confondenti (primo l’indice di massa corporea, poi i livelli di attività fisica, il genere, l’intake calorico giornaliero, l’assunzione di alcol eccetera…), è stata che il 25% di esposizione in meno corrisponde a una riduzione della prevalenza del diabete di tipo 2 del 13% nella popolazione anziana, che è poi quella più colpita da questa patologia metabolica che ha ormai assunto i caratteri numerici di una epidemia mondiale. Il 13% equivale a 150 mila casi, che significano un risparmio – in cure, assistenza eccetera – di 4 miliardi e mezzo di euro.
Già in termini assoluti i numeri sono alti: 150 mila, 4 miliardi e mezzo. Ma si fanno ancora più significativi se andiamo a vedere – come in effetti hanno fatto gli autori dell’indagine – cosa succederebbe qualora del 25% si abbattesse non l’esposizione a PCB 153 eccetera, ma l’indice di massa corporea (BMI). Non è una scelta a caso quella di andare a fare le pulci, per così dire, all’impatto dei chili di troppo sulla malattia diabetica, visto che l’obesità è, e ormai è giustamente anche percepita, come uno dei maggiori fattori diabetogeni (insieme a ipertensione, colesterolo HDL, trigliceridi, sedentarietà….) se non addirittura il primo.
Ebbene, secondo quanto riportato dal lavoro appena pubblicato, se nella stessa fascia d’età il BMI si riducesse del 25% la prevalenza del diabete tra gli anziani del Vecchio Continente si potrebbe ridurre del 40%, cioè di 469.172 casi, con un risparmio di 13,9 miliardi di euro. Certo, la differenza c’è: approssimando un po’, potremmo dire che il BMI pesa sul rischio diabetico circa 4 volte di più, in termini sia di casi che di danaro, di quanto non facciano gli inquinanti ambientali, secondo i calcoli che hanno fatto gli autori di questo studio. Quattro volte tanto non è poco, è vero. Ma in fondo nemmeno moltissimo, ci verrebbe da dire. Soprattutto se si considera che, viste le numerose notizie e articoli di giornale e messaggi e campagne di educazione sanitaria a cui siamo esposti, tutti sappiamo che col sovrappeso si rischia di ammalarsi e, quindi, tutti siamo in grado, teoricamente almeno, di tenere sotto controllo l’eccesso ponderale. Mentre sono pochi gli europei che sanno dell’effetto diabetogeno di PCB, PFAS eccetera. Di conseguenza, pochi sono quelli in grado di evitare quando possibile, l’esposizione a queste sostanze.
«I nostri risultati parlano – hanno detto  gli autori – del bisogno di un impianto regolatorio forte che identifichi in modo proattivo i rischi chimici prima che [le sostanze chimiche inquinanti, ndr] vengano utilizzate in maniera diffusa, e dell’uso di alternative più sicure. In assenza di un impianto normativo di questo tipo – hanno concluso – composti chimici di sintesi di nuova generazione possono risultare come diabetogeni in sostituzione di molecole messe già al bando (…)».

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X