L’Italia dell’idrogeno? Avanti adagio

L’Europa si sta muovendo verso un futuro energetico a sempre minore impatto ambientale, si è data delle scadenze e sta creando un quadro normativo per guidare e incentivare questa trasformazione. Molti paesi si stanno già organizzando e attuando politiche industriali ed energetiche non solo per adeguarsi al cambiamento, ma anche per coglierne le opportunità che esso porta. Ma non l’Italia.
Romualdo Gianoli, 02 Dicembre 2015
Micron
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Giornalista Scientifico

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Eppur si muove. Lentamente ma si muove. Non so se Galilei si sarebbe pronunciato così anche in questo caso, ma è quanto viene da pensare a sentire le voci secondo le quali il Ministero per lo sviluppo economico avrebbe dato inizio all’elaborazione del Quadro strategico nazionale relativo all’idrogeno per il settore trasporto, avendo affidato la redazione della bozza di tale documento all’iniziativa Mobilità Idrogeno Italia promossa da H2it, l’Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile. Ormai manca più o meno un anno alla scadenza posta dall’Unione Europea agli Stati membri per presentare i Piani Nazionali delle Infrastrutture per i combustibili alternativi.
Se confermata, questa notizia potrebbe, dunque, rappresentare una svolta anche per la politica energetica del nostro Paese per i prossimi decenni. È una questione certamente non secondaria, dato che la partita è ben più importante di quanto si possa pensare, perché in gioco non ci sono soltanto i consistenti finanziamenti europei per la ricerca e lo sviluppo di un settore ad alta tecnologia, ma anche il ruolo stesso che l’Italia vorrà giocare sulla scena delle energie alternative nel futuro. In definitiva la questione è semplice: in quest’anno che resta, l’Italia dovrà scegliere se vuole essere protagonista di una rivoluzione tecnologica, ambientale (ma anche culturale) o se, invece, vuole limitarsi a fare da comparsa, lasciando ad altri la possibilità di cogliere un’opportunità forse irripetibile.
Ripercorriamo brevemente alcuni passaggi principali del tema piani europei per la mobilità a idrogeno.
Nel 2003 il parlamento europeo varò ufficialmente l’Hydrogen Vision, un documento redatto da scienziati di fama mondiale (tra i quali il nostro Carlo Rubbia) che tracciava per l’Unione Europea un futuro energetico nel quale l’idrogeno e le celle a combustibile avrebbero giocato un ruolo fondamentale nella produzione di energia elettrica, contribuendo a “decarbonizzare” la nostra società entro il 2050. Questo, dunque, il goal, l’obiettivo: realizzare un nuovo modello energetico comunitario che portasse a produrre energia in maniera più sostenibile, abbattendo al contempo, drasticamente, le emissioni di CO2. Va da sé che uno degli snodi fondamentali della questione fosse quello relativo alla mobilità e all’uso dell’idrogeno e delle celle a combustibile.
Così, assieme al piano, fu tracciata anche una road map che portasse all’obiettivo finale e ora una delle scadenze più importanti, quella del 18 novembre 2016, è praticamente dietro l’angolo. Entro quella data ciascuno Stato membro, infatti, dovrà presentare il proprio Piano Nazionale delle Infrastrutture per i combustibili alternativi, pena l’esclusione dai finanziamenti per i prossimi decenni.

RESTARE AL PASSO
Chiaramente è un pericolo che l’Italia deve assolutamente evitare per non perdere un treno che forse non passerà più e anche per non lasciare campo libero agli altri agguerriti competitors europei. E infatti, vista l’importanza della posta in gioco, fino a questo momento, l’Italia… non ha fatto niente! Niente nel senso che, nella strategia energetica nazionale, l’idrogeno e le celle a combustibile praticamente non compaiono. Insomma, finora pochi si sono ricordati che fuori c’è un mondo in movimento e che, mentre nel nostro Paese ci interroghiamo su quale tecnologia sia più pulita o più adatta al nostro futuro, molti altri si sono dati concretamente da fare.
Così, ad esempio, la Germania, che ha già pianificato di costruire fino a 1.000 stazioni di rifornimento per l’idrogeno entro il 2030 (50 entro il 2015, 100 entro il 2017, 400 entro il 2023).
Oppure il Regno Unito (fino a 1.100 stazioni entro il 2030) e il Giappone (fino a 1.000 stazioni già entro il 2025) o altri Paesi come la Francia, la Svezia, la Danimarca, la Norvegia, la Svizzera, l’Austria, i Paesi Bassi, la Polonia, il Belgio, la Finlandia, la Lettonia, la Corea del Sud, gli Stati Uniti e la Cina che stanno sviluppando un proprio piano per l’idrogeno.
Ecco perché la conferma dell’interesse del Ministero dello sviluppo economico verso l’iniziativa mobilità a idrogeno Italia, rappresenterebbe l’importantissimo segnale di una presa di coscienza e della volontà di cambiare rotta.
Se, poi, la necessità di competere con le altre nazioni non fosse già motivo sufficiente per dare una spinta nella giusta direzione, basterebbe ricordarne altri due che, da soli, dovrebbero imporci di agire: la dipendenza dalle fonti energetiche estere e il know how tecnologico disponibile.
L’Italia, infatti, dipende dall’importazione di combustibile fossile per una frazione che oscilla tra il 75 e l’85% del proprio fabbisogno annuo il che vuol dire, tradotto in quattrini, che ogni anno ci tocca sborsare qualcosa come 60-70 miliardi di euro, solo per acquistare queste materie! Poi c’è da considerare che, nonostante tutto, l’Italia dispone di aziende che sono leader mondiali nella produzione dell’idrogeno, delle celle a combustibile e delle stazioni di rifornimento, mentre le aziende produttrici e distributrici di gas tecnici (riunite nell’Assogastecnici) hanno un know-how ormai secolare, sull’idrogeno e la sua sicurezza. Come a dire che siamo molto bravi a dare agli altri la possibilità di evolversi verso forme di energia più pulite di quelle che usiamo noi stessi a casa nostra e sarebbe davvero paradossale (per non dire una beffa) se dovessimo rimanere esclusi dalla possibilità di investire queste conoscenze al nostro interno, a vantaggio del nostro stesso ambiente e sviluppo.

UN CAMBIAMENTO NECESSARIO
A proposito di energie pulite e abbattimento delle emissioni di CO2nel settore trasporti, diamo uno sguardo uno sguardo alla situazione italiana. In base ai dati dell’ACI, in Italia c’è un parco macchine di oltre 37 milioni di autovetture (tra benzina e gasolio) di cui più di 5 milioni hanno oltre 20 anni mentre altri 13 milioni ne hanno almeno 10.

Età del parco auto in Italia. Fonte: Annuario ACI 2015

È facile, allora, immaginare quanto l’ambiente e quindi la salute delle persone, potrebbero trarre giovamento da un cambiamento di rotta a favore della mobilità elettrica e a idrogeno nei prossimi anni.
In un simile scenario, proprio per l’idrogeno sembra esserci ancora più margine di sviluppo, visto che la diffusione delle auto puramente elettriche sta facendo emergere, in prospettiva, notevoli problemi che dovranno essere risolti. Il previsto aumento delle vetture elettriche, infatti, potrà causare problemi di stabilità alle reti elettriche nazionali perché gestire milioni di auto che caricano oltre 100 kW in pochi minuti non è semplice. Così come bisognerà tener conto della necessità di garantire la disponibilità di piazzole di ricarica in numero sufficiente, per non parlare della sostenibilità dei sistemi fiscali legati ai carburanti e di altri problemi che potranno manifestarsi man mano che le vetture elettriche si diffonderanno.
Per fronteggiare questi problemi gli ingegneri hanno, però, pensato a una soluzione basata sull’uso combinato di motori puramente elettrici e motori a idrogeno e celle a combustibile.
In pratica la soluzione che si sta delineando è un’ibridizzazione dell’auto elettrica che prevede a bordo della vettura le celle a combustibile e l’idrogeno, a formare un sistema in grado di risolvere anche i problemi di prestazioni delle stesse celle a combustibile. Autovetture del genere già esistono e ci suggeriscono che, molto probabilmente, il futuro della mobilità sarà basato sulla coesistenza di diversi tipi di carburante e non su un’unica soluzione.
D’altra parte l’opportunità offerta dall’ibridizzazione delle vetture potrebbe tornare utile anche al legislatore, aiutandolo nelle sue scelte e mostrandogli che i due sistemi (quello elettrico puro e quello basato sull’idrogeno) non sono in competizione fra loro e, quindi, non necessariamente bisogna sceglierne uno, tagliando fuori l’altro. Per dirla in breve, insomma, nel futuro delle energie per la mobilità c’è spazio per entrambi i sistemi e l’Italia non può concedersi il lusso di trascurarne nessuno.

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