L’oceano sta “soffocando”

Le cosiddette “zone morte”, macchie d’acqua nascoste nell’oceano presso cui l’ossigeno è fortemente ridotto quando non completamente assente, sono quadruplicate negli ultimi settant’anni. I risultati di un nuovo studio pubblicato su Science, il più completo finora presentato sull’argomento.
Stefano Pisani, 17 Gennaio 2018
Micron
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Giornalista Scientifico

Le cosiddette “zone morte” nascoste nell’oceano sono quadruplicate negli ultimi settant’anni. Si sa che l’oceano deve affrontare vari problemi, dall’aumento delle temperature all’inquinamento deimateriali plastici. Ma al di sotto della sua superficie esiste una sofferenza molto seria ed è quella legata all’esaurimento dell’ossigeno che, in base a una nuova ricerca pubblicata sulla rivista Science, sta avvenendo in modo molto rapido.
Le “zone morte” sono macchie d’acqua presso cui l’ossigeno è fortemente ridotto quando non completamente assente: le creature marine che dovessero trovarsi in una di queste aree soffoca e rischia di morire. In alcune zone morte conosciute, come quelle del Golfo del Messico, l’ossigeno può scendere a livelli così bassi che molti animali possono soffocare e morire: alcune specie sopravvivono ma, nel complesso, la biodiversità di queste aree precipita. I pesci, solitamente, hanno la fortuna di essere in grado di evitare zone come queste ma il loro habitat risulta ridotto e sono più esposti al pericolo dei predatori. Anche se l’ossigeno non è così basso da uccidere gli animali, inoltre, i suoi livelli minimi possono comunque arrestare la crescita delle specie, ostacolarne la riproduzione o indurre una malattia.
Il nuovo studio, il più completo finora presentato sull’argomento, ha esaminato zone marine a bassa ossigenazione di tutto il mondo e ha rivelato che esse sono quadruplicate in numero dagli anni Cinquanta, espandendosi di milioni di chilometri quadrati. «Il declino dell’ossigeno oceanico si colloca tra gli effetti più gravi delle attività umane sull’ambiente terrestre» ha dichiarato Denise Breitburg, autrice principale dello studio e ricercatrice presso lo Smithsonian Environmental Research Center.
Se il problema in mare aperto è meno grave, più vicino alle coste sembra peggiorare notevolmente: le zone morte nei corpi idrici costieri come estuari e mari sono aumentate di oltre dieci volte dagli anni Cinquanta. Man mano che il clima della Terra continua a scaldarsi, il team di ricercatori prevede che gli oceani continueranno a perdere ossigeno con ritmo rapido, una prospettiva certamente non rassicurante se si considera che i principali eventi di estinzionenella storia della Terra sono stati associati a climi caldi e oceani carenti di ossigeno.
Il cambiamento climatico ha una grande responsabilità nella creazione delle zone morte: quando l’acqua si riscalda questa tende a contenere meno ossigeno perché le maggiori temperature dell’acqua di superficie rendono più difficile la discesa dell’ossigeno nelle profondità oceaniche. Sfortunatamente, man mano che gli oceani si riscaldano, la vita marina necessita di più ossigeno (non di meno) e il risultato finale è la morte delle creature marine e, per esempio, lo sbiancamento di enormi banchi di corallo.
Nei pressi della terraferma, poi, a complicare le cose si aggiungono i nutrienti dovuti alle pratiche agricole: il fosforo, per esempio, può facilmente finire nei fiumi e negli estuari, innescando così una proliferazione di alghe che drenano ossigeno dall’acqua mentre muoiono e si decompongono. Non sorprende dunque che gli scienziati siano preoccupati di fioriture record di alghe come quella che si è scoperta nel Mar Arabico e che ha circa le dimensioni del Messico. Gli effetti combinati del carico di sostanze nutritive di origine agricola e dei cambiamenti climatici stanno dunque aumentando notevolmente il numero e le dimensioni delle zone morte, con gravi conseguenze se si pensa al fatto che circa la metà dell’ossigeno sulla Terra proviene dall’oceano.
Gli scienziati sottolineano anche il fatto che bassi livelli di ossigeno innescano il rilascio di sostanze chimiche pericolose dall’oceano nell’atmosfera, come il protossido di azoto, un gas a effetto serra fino a 300 volte più potente dell’anidride carbonica.
Nel 2016 è nato, in seno alle Nazioni Unite, il GO2NE (Global Ocean Oxygen Network), che si concentra sulla ricerca di modi per risolvere il problema delle zone morte. Il GO2NE essenzialmente propone un’azione in tre fasi: affrontare il cambiamento climatico e l’inquinamento dei nutrienti; proteggere la vita marina più vulnerabile; monitorare meglio la bassa concentrazione di ossigeno in tutto il mondo.
Le zone morte possono infatti essere “sanate” come dimostra l’esempio della Baia di Chesapeake, negli Stati Uniti, che una volta conteneva un’enorme zona morta che, in seguito al miglioramento del trattamento delle acque reflue e alle migliori pratiche agricole, attualmente non è più un’area a ossigeno quasi zero.

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