Longevità, una questione di cervello

La ricerca su quali siano i fattori associati alla durata della vita sta sempre più allargando il campo della propria indagine. E molti degli indizi che emergono dagli studi più recenti indicano un sospettato principale.
Christian Lenzi, 05 Dicembre 2018
Micron
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Comunicatore della scienza

Nel mondo animale, l’aspettativa di vita può variare moltissimo: dalla proverbiale brevissima esistenza degli adulti di insetti effimeri passando per le longeve testuggini giganti delle Galápagos, che possono superare tranquillamente i 150 anni di vita, fino agli squali della Groenlandia che vivono anche per 400 anni. Il record assoluto è al momento detenuto da alcune spugne abissali, in particolare la Monorhaphis chuni. Secondo alcune ricerche, infatti, si stima che l’aspettativa di vita di questi animali oscilli tra i 3.000 e gli 11.000 anni. Un’infinità, se paragonata alla vita media di un essere umanoche si aggira attualmente intorno ai 75-80 anni.
In chiave evolutiva, tra le varie specie animali la durata della vita è stata spesso indicata come soggetta ad un rapporto tra tasso metabolico e taglia corporea: quindi un animale di piccola taglia e con un metabolismo più veloce avrà un invecchiamento molto più rapido rispetto ad un animale con metabolismo lento e taglia maggiore. Recenti ricerche scientifiche ci hanno però dimostrato che la faccenda è un po’ più complessa di quello che pensavamo.
La longevità, soprattutto per l’Homo sapiens, è stata da sempre associata ad uno stile di vita sano, quindi: una buona e non eccessiva alimentazione, attività cognitiva e un certo livello di esercizio fisico. Qualcuno li ha definiti i “tre pilastri della longevità”. Queste assunzioni sono state via via verificate, prima su modelli animali e poi direttamente sugli esseri umani. Ad esempio, uno studio multicentrico condotto negli Stati Uniti dal National Institutes of Health ha rivelato come un determinato regime alimentare a basso contenuto calorico possa diminuire il consumo metabolico e, conseguentemente, ridurre lo stress ossidativo che porta all’invecchiamento degli organi.
Negli ultimi anni, però, questa ormai consolidata associazione tra velocità del metabolismo e longevità è stata messa in discussione da alcune evidenze sperimentali che hanno documentato qualcosa di diverso. Secondo una ricerca, condotta non troppi anni fa da alcuni studiosi dell’Università di Groningen in ambiente di laboratorio e su modelli animali, le nostre certezze riguardo l’aspettativa di vita andrebbero in qualche modo riviste, per lo meno evitando di estendere delle assunzioni dogmatiche a tutto il regno animale.
Qualche dato interessante per approfondire la questione della longevità arriva da alcuni studi effettuati recentemente sul fenomeno dell’autofagia, ovvero quel meccanismo cellulare di degradazione citoplasmatica conservato evolutivamente che si manifesta con la rimozione di componenti citoplasmatiche danneggiate. Le ricerche mostrano che l’autofagia, essendo un elemento essenziale per l’omeostasi cellulare, può svolgere un ruolo importante anche per quel che riguarda la durata di vita delle specie animali. È stato infatti dimostrato che alcuni trattamenti farmacologici riescono a prolungare la durata della vita attraverso l’attivazione dell’autofagia, permettendo di ipotizzare che questo meccanismo cellulare potrebbe essere potenzialmente un buon target per studiare il dilemma della longevità.
Negli ultimi anni, tra la comunità scientifica sta riscuotendo sempre più fiducia l’ipotesi secondo cui la chiave per combattere l’invecchiamento e scoprire tutti i segreti della longevità si trovi proprio nella nostra testa, più precisamente all’interno dei nostri circuiti neurali.
Alcuni studi pionieristici effettuati su vermi e moscerini hanno indicato come alcuni aspetti neurobiologici, in particolare la sensorialità, possano essere coinvolti nella lunghezza di vita degli organismi. Ad oggi, quello che sappiamo è che l’invecchiamento può essere influenzato da fattori genetici e ambientali e che il sistema nervoso svolge un ruolo cruciale in questo regolamento. Gli stimoli che arrivano dall’esterno vengono rilevati ed elaborati a livello del sistema nervoso, che di conseguenza innesca gli input periferici verso i tessuti, regolando l’espressione genetica. In questo modo, data l’influenza anche dei meccanismi molecolari, il cross-talk periferico può essere cruciale nei processi che riguardano la salute e la longevità.
Un lavoro pubblicato nel 2018 su The Journal of Comparative Neurology ha sottolineato sempre di più l’importanza del sistema nervoso nell’ambito della longevità. Questa ricerca ha permesso di indagare il ruolo dei neuroni corticali presenti in oltre 700 specie tra uccelli e mammiferi.
Ciò che è emerso è che maggiore è il numero di questi neuroni a livello corticale e maggiore è l’aspettativa di vita della specie. La longevità potrebbe essere positivamente correlata con il numero di neuroni corticali tramite le loro azione su tre fattori principali: ritardo della maturità sessuale, allungamento del periodo di integrazione e adattamento psicologico e miglioramento delle capacità cognitive legate alla sopravvivenza o alla trasmissione culturale. Dallo studio, quindi, emerge l’ipotesi che la correlazione metabolismo-massa corporea possa influenzare la longevità a livello clade-specifico, mentre il numero di neuroni corticali sia determinante nelle differenze tra le specie. Secondo Suzana Herculano-Houzel, la ricercatrice che ha condotto questo studio, «dal momento che il sistema nervoso di ognuno di noi accumula danni cerebrali con un tasso simile, più a lungo abbiamo a disposizione dei neuroni sufficientemente sani da mantenere il corpo funzionante e maggiore può essere la durata della vita. Questo pone il cervello al centro di nuove iniziative per combattere l’invecchiamento».
Sembra quindi che il sistema nervoso centrale sia inevitabilmente coinvolto nei processi biologici che riguardano la longevità. Lo sa bene il Prof. Paolo Peretto che, oltre a studiare da anni gli aspetti legati alla neurogenesi adulta, coordina un gruppo di ricerca all’interno del progetto “HackUniTO for Ageing” lanciato dall’Università di Torino. Gli obiettivi sono ambiziosi: studiare i potenziali effetti benefici dell’esercizio fisico, in particolare della corsa amatoriale, sulle attività cerebrali e sull’invecchiamento.
Insomma, forse non abbiamo ancora scoperto il luogo in cui si nasconde l’elisir di lunga vita, ma molti degli indizi apparsi di recente ci indicano un sospettato principale: il cervello.

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