L’uomo ha influenzato l’evoluzione del cervello del cane

In più di 15 mila anni, l'allevamento selettivo dei cani da parte dell'uomo ha reso questa specie quella che, in praticamente tutto il regno animale, presenta più "varianti" (fisiche) in assoluto. Ora, un nuovo studio ha trovato per la prima volta le prove che tutti questi "ritocchi" selettivi non hanno solo cambiato dimensioni, forme, colori e comportamento dei cani, ma addirittura hanno modificato il modo in cui è strutturato il loro cervello.
Stefano Pisani, 07 Settembre 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

In più di 15 mila anni, l’allevamento selettivo dei cani da parte dell’uomo ha reso questa specie quella che, in praticamente tutto il regno animale, presenta più “varianti” (fisiche) in assoluto. Ora, un nuovo studio ha trovato per la prima volta le prove che tutti questi “ritocchi” selettivi non hanno solo cambiato dimensioni, forme, colori e comportamento dei cani, ma addirittura hanno modificato il modo in cui è strutturato il loro cervello.
Come si legge nello studio pubblicato sul Journal of Neuroscience, 62 cani che si trovavano nell’ospedale veterinario dell’Università della Georgia per valutazioni neurologiche, sono stati sottoposti a risonanza magnetica per immagini (RMI). Tutti i cani, che rappresentavano ben 33 razze, sono stati successivamente dimessi con diagnosi positive sulla salute del loro cervello. Le scansioni cerebrali raccolte hanno fornito agli scienziati dei dati preziosi.
“La prima domanda che ci siamo posti – racconta Erin Hecht, neuroscienziata che studia lo stato cognitivo dei cani presso l’Università di Harvard ed è autrice principale dello studio – era: cervelli di diverse razze canine significa cervelli differenti?”. E, in effetti, dai bassotti ai doberman, gli scienziati hanno individuato differenze cerebrali ben definite, anche dopo aver tenuto conto di parametri come la dimensione e la forma dei cagnolini.
Osservando le aree del cervello dei cani che variavano di più tra le razze, gli studiosi sono stati in grado di creare mappe di sei reti neuronali che era possibile ricondurre a determinate funzioni, come l’olfatto o il movimento. Il team ha trovato poi che la forma di queste reti era “correlata in modo significativo” con tratti comuni associati a ciascuna razza. “L’anatomia del cervello variava tra le razze canine”, ha continuato Hecht, “e sembra che almeno una parte di queste variazioni sia da attribuirsi all’allevamento selettivo per comportamenti particolari come la caccia, l’allevamento e la custodia”.
In altre parole, non solo forma e dimensioni del cervello canino variano a seconda della razza, ma anche le strutture all’interno di questi cervelli sono diverse. Questa scoperta aiuta a spiegare cosa, effettivamente, fa sì che, per esempio, un maltese si comporti come un maltese o un boxer come un boxer.
Commentando lo studio, alcuni scienziati hanno sottolineato che le scansioni MRI non sono state eseguite mentre i cani realizzavano compiti specifici caratteristici della loro razza, e questo aspetto rende difficile trarre grandi conclusioni che collegano la razza al comportamento. Questo, però, solleva un’altra osservazione interessante, ossia che la maggior parte dei cani, attualmente, non ricopre attivamente il “ruolo” per il quale è stata selezionata la sua la razza.
In effetti, tutti i 62 cani coinvolti nello studio erano animali domestici, non cani da lavoro e, quindi, anche nel caso in cui fossero discendenti di grandi pastori o di cani cacciatori, probabilmente non si trovano, oggi, a svolgere quelle attività in modo significativo e questo potrebbe fare una grande differenza: “Non è che il cervello acquista una nuova ‘ruga’ ogni volta che si impara qualcosa”, ha spiegato Hecht, “ma molti studi hanno mostrato cambiamenti nel cervello di chi impara una nuova lingua o una nuova abilità motoria”. Quindi è del tutto possibile che un labrador retriever che sia stato allevato per fare il suo lavoro – recuperare gli uccelli colpiti dai cacciatori – potrebbe avere un cervello che sembra diverso da quello di un labrador che invece recupera popcorn bloccato tra i cuscini del divano. In ogni caso, le variazioni riscontrate tra le razze canine nello studio potrebbero rivelarsi un modello importante per comprendere come funzionano i cervelli in generale.
In futuro, sulla base dei risultati di questo studio, Hecht e il suo gruppo sperano di analizzare altri aspetti del cervello del cane, come il modo in cui la forma e le dimensioni del cranio possono avere un impatto sull’anatomia dei ventricoli, ossia gli spazi che trattengono il liquido cerebrospinale, fondamentale per la salute del cervello. Un giorno, questa linea di ricerca potrebbe persino aiutare a personalizzare il trattamento veterinario in base alle diverse razze.

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