L’uomo, il clima e la salute: nasce “The Lancet Planetary Health”

La nuova rivista ospiterà ricerche e riflessioni sugli effetti della perdita delle biodiversità, dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento, delle migrazioni e dei conflitti sulla salute umana. Tutti gli articoli saranno open acess per accrescere la consapevolezza dell’impatto dell’ambiente sullo stato di salute delle nostre società. Perché “solo condividendo le ricerche si può raggiungere la best science”.
Cristina Da Rold, 08 Maggio 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Possiamo affermare senza esitare che oggi lo studio dei benefici di un’azione congiunta contro i cambiamenti climatici è incluso nelle agende di molti, fra piani nazionali, ricerche scientifiche e organizzazioni internazionali, fra le quali non da ultima l’OMS, che ha addirittura un ufficio deputato a questo tema, lo European Centre for Environment and Health (ECEH), che ha sede a Bonn. Non dimentichiamo poi che la Sesta Conferenza Ministeriale (l’ultima delle quali è stata quella di Parma nel 2010), che si terrà quest’anno a Ostrava, in Repubblica Ceca, sarà dedicata ad ambiente e salute.
Anche la nota rivista scientifica The Lancet non si è tirata indietro, scegliendo di fondare una nuova “sotto-rivista” (insieme alle varie The Lancet Oncology, The Lancet HIV, The Lancet Haematology e via dicendo, dal titolo The Lancet Planetary Health, che si pone – si legge – come insieme unione di The Lancet Public Health e The Lancet Global Health, nonché come terzo pilastro dell’Open Access Programme della rivista.
Dopo oltre un anno di preparazione, finalmente ad aprile è stato pubblicato il tanto atteso primo numero, che contiene, oltre all’editoriale, 3 articoli scientifici e 8 commenti, firmati da alcuni fra i maggiori esperti mondiali in materia.
Quello che emerge è anzitutto la scelta, o forse la necessità oramai, di concentrarsi non tanto sulle conseguenze dei cambiamenti climatici, ma sull’impatto delle nostre azioni per mitigare queste conseguenze, una valutazione che per essere Evidence-based deve basarsi ovviamente su solidi dati. È questa la sfida, e non è facile, dal momento che ogni ecosistema vive dinamiche proprie, frutto dell’intersezione di una serie di variabili differenti. Trovare risposte comuni non è semplice.
Gli articoli scientifici si concentrano su tre aspetti: come evolve la salute della popolazione in un contesto di forte improvvisa siccità, quali possono essere gli effetti di un cambiamento di dieta sulla salute della popolazione, e su come modificare in maniera sostenibile l’agricoltura e la geografia della produzione di nutrienti per uso umano. Trasversalmente a queste tre questioni, risuona da più parti lo spettro dell’urbanizzazione e di come “sfruttarla” – questo il termine utilizzato per esempio da Anthony Capon nel suo commento – per il benessere umano e la salute del pianeta.
Non è un caso che Healthy Cities sia diventato un vero e proprio mantra oggi, a partire dai Sustainable Development Goals delle Nazioni Unite per il 2030, e a ragione: il World Economic Forum stima che entro il 2050 due terzi della popolazione mondiale vivrà in città.
Il primo dei tre articoli è senza dubbio il più discusso, perché da un lato rappresenta il primo tentativo di studiare gli effetti della siccità sulla mortalità e sulla salute respiratoria delle persone, ma dall’altro, proprio perché è un primo tentativo, lascia con più domande che risposte, come sottolinea nel suo commento John Balbus del National Institute of Environmental Health Sciences a Bethesda. Ciò che l’articolo rileva è che la siccità ha da una parte aumentato il rischio di mortalità nei momenti di peggiore severità, ma anche che al tempo stesso ha diminuito l’incidenza di malattie respiratorie durante i periodi di siccità fra gli adulti con più di 65 anni.
Sebbene si tratti di un primo tentativo interessante – spiega Balbus –il campione è ancora troppo selezionato (solo persone oltre i 65 anni per esempio) per parlare di effetti generali della siccità sulla salute. Si tratta infatti di uno studio retrospettivo basato su una coorte di pazienti anziani, raccolta dal 2000 al 2013 in 618 contee degli Stati Uniti Occidentali.
Inoltre – prosegue il commento – gli indicatori utilizzati sono troppo pochi, a fronte delle circa 150 misure diverse per valutare gli effetti della siccità sulla salute presenti in letteratura.
Non si fa riferimento inoltre a che cosa accade in situazioni di siccità ripetuta: utilizzare le serie giornaliere di dati climatici è infatti considerato un buon metodo per osservare piccoli cambiamenti in eventi a elevata frequenza, ma non piccole variazioni di eventi rari. In sintesi: abbiamo aperto un primo spiraglio di una delle tante porte.
Un altro aspetto cardine del nostro rapporto con il pianeta riguarda ciò che mangiamo e che impatto ha sulla salute di tutti. La nota “impronta ecologica”, sia in termini di emissioni di gas serra che di consumo di acqua per irrigare i campi e alimentare gli animali.
Secondo i risultati dello studio qui pubblicato, una serie di piccole modifiche nella dieta potrebbe aiutare ad affrontare le riduzioni previste circa la disponibilità di acqua dolce per l’irrigazione in India. Questi cambiamenti dietetici potrebbero anche ridurre contemporaneamente le emissioni di gas serra legate alla dieta e migliorare gli output di salute correlati con la nutrizione. Ancora una volta, anche questo è uno studio condotto su un certo contesto, l’India, assunto come caso di studio, ma il discorso di base è più ampio.
“Si tratta di compiere, anzitutto da parte dei nutrizionisti, un passaggio cruciale dal proporre una mia dieta al proporre una nostradieta; passare cioè dall’impatto della nutrizione sulla mia salute all’impatto sulla nostra salute” sottolineano in coro Alan D Dangour, Georgina Mace e Bhavani Shankar della London School of Hygiene & Tropical Medicine. Di fatto non è altro che lo snodo cruciale del concetto di salute pubblica, quello cioè di agire anteponendo, o per lo meno considerando equamente, i benefici che traiamo come singoli e le conseguenze benefiche o meno che subiamo come comunità, come effetto dei nostri comportamenti individuali.
Facciamo dunque un passo indietro, e arriviamo al terzo polo di questo primo numero di The Lancet Planetary Health: quali sono le conoscenze che possediamo al momento per propendere per un tipo di allevamento rispetto a un altro, e in che quantità, per dirigerci verso una maggiore sostenibilità? Poche e caotiche.
Qui in ballo c’è principalmente la questione delle emissioni di gas serra e la necessità di trovare un compromesso fra la riduzione di queste e la diminuzione dell’impronta idrica. Lo studio pubblicato cerca di fornire una stima plausibile dei livelli di produzione agricola ottimale a seconda della dimensione dell’azienda agricola, al fine di progettare interventi per ecosistemi più sostenibili di fronte alla crescita della popolazione, all’urbanizzazione e al cambiamento climatico, a partire dai dati riguardanti i livelli di produzione di 41 grandi colture, 7 tipologie di allevamento del bestiame e 14 di acquicoltura e prodotti ittici. Il punto principale che emerge dall’analisi è che la diversità della produzione, e quindi dei nutrienti, sembra diminuire all’aumentare delle dimensioni dell’azienda, anche se al contempo le aree del mondo con una maggiore diversità agricola producono più sostanze nutritive, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda.
Anche qui però gli elementi di discussione non mancano.
Nel loro commento all’articolo Adrian Muller e Christian Schader del Research Institute of Organic Agriculture FiBL, in Svizzera, riflettono per esempio su come viene misurata l’impronta idrica delle tipologie di bestiame, e più in generale sulla complessità della valutazione quando si tratta di capire quale tipo di coltura o di allevamento è alla fine più sostenibile. “Gli indicatori di efficienza per esempio – spiegano gli autori – come i litri di acqua per produrre 1000 kcal oppure kg di gas serra per kg di proteine prodotte dipingono uno scenario incompleto, e le raccomandazioni basate su questi indicatori potrebbero portare a risultati contrastanti riguardo al compromesso fra un minore uso di acqua e una riduzione delle emissioni. L’esempio che propongono gli autori dei monogastri versus ruminanti fra gli erbivori è un perfetto esempio di questa complessità: se è vero che i monogastri – cioè gli erbivori con un unica sacca come stomaco, quindi non ruminanti – hanno bisogno di più risorse d’acqua rispetto ai ruminanti, e quindi sembrerebbero avere una peggiore impronta ecologica dei ruminanti, questi ultimi producono più emissioni.
Insomma, l’impressione che si ha da questo numero di The Lancet Planetary Health è primo, che dopo oramai qualche decennio di esplorazione dei possibili scenari verso cui ci stiamo ineluttabilmente dirigendo, ora è il momento, in parallelo, di costruire della solida letteratura scientifica sull’efficacia delle azioni che stiamo mettendo in campo per far fronte ai cambiamenti; secondo, che non è facile.

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