Negli Stati Uniti la scienza rischia di fermarsi

Si attende il voto del Senato per capire se il governo USA riuscirà ad evitare lo shutdown. I settori colpiti sarebbero molti, anche se solo quelli considerati non essenziali. I musei, i monumenti, i parchi sarebbero costretti a chiudere al pubblico per tutta la durata della procedura. Ma anche il mondo della ricerca scientifica non se la passerebbe bene.
Salvatore Marazzita, 07 Febbraio 2019
Micron
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Filosofia della Scienza

La Camera dei rappresentanti del Congresso americano ha votato un provvedimento teso ad evitare lo shutdown, ovvero la paralisi del governo federale per mancanza di fondi. Ma il testo non ha di fatto alcun valore perché ad esso si oppongono i democratici, che con i repubblicani non hanno ancora trovato un accordo in Senato.
La misura alla Camera è passata con 245 voti a favore e 182 contrari. Ma si tratta solo del primo passo in vista del termine fissato per la mezzanotte dell’8 febbraio. Il vero scoglio è al Senato dove i repubblicani hanno una maggioranza di appena 51 voti su 100 e dove i democratici sono pronti a fare ostruzionismo.
Lo shoutdown è una pratica politica, che prevede il blocco delle attività amministrative federali, ogni qual volta che il Congresso non riesce ad approvare il rifinanziamento delle stesse. Bizzarro, quasi ossimorico dal momento che le conseguenze negative per molti settori del paese sono ben note già nel 2013, anno in cui si era resa necessaria l’applicazione del sistema di shoutdown per sedici giorni consecutivi. Il blocco, secondo le stime di Standard & Poor’s, è costato all’economia statunitense intorno a 24 miliardi di dollari, con 700.000 dipendenti pubblici in congedo non retribuito.
Nel gennaio di quest’anno il governo si è fermato a causa della discussa questione sull’immigrazione, che non ha visto un accordo iniziale tra democratici e repubblicani.
L’accordo era arrivato dopo due giorni e costato quasi 2 miliardi di dollari, ma se ne ridiscuterà nei prossimi giorni. C’è il rischio quindi che il governo statunitense si ritrovi nuovamente nell’impasse e che si renda necessario l’attivazione della procedura tanto temuta dai dipendenti pubblici.
I settori colpiti sarebbero molti, anche se solo quelli considerati non essenziali. I musei, i monumenti, i parchi sarebbero costretti a chiudere al pubblico per tutta la durata della procedura.
A subire un duro colpo sarebbero anche i centri di ricerca medica, i National Istitute of Health, costretti a non ammettere pazienti, quindi a non poter avviare nuove attività di ricerca e a bloccare anche i fondi che ogni anno i NIH erogano ad altri istituti esterni, come università, ospedali, altri centri di ricerca, non di rado esteri.
Durante lo shutdown del 2013, circa 15.800 dipendenti del NIH sono stati posti in congedo forzato. L’attuale piano di chiusura dell’agenzia, varato a ottobre del 2016, prevede la stabilità di soli 3.411 dipendenti che dovrebbero farsi carico di tutto il lavoro, non avendo quindi la possibilità di ammettere nuovi pazienti, a meno che non si ritenga strettamente necessario dal punto di vista medico.
La National Science Foundation, controparte nella ricerca di base della NIH, conta circa 2000 dipendenti e il piano di shutdown prevede il congedo di quasi tutti gli scienziati che vi lavorano. L’ultimo arresto, sempre nel 2013, ha causato l’interruzione di fatto del programma di ricerca antartica dell’agenzia. Anche in questo caso a farne le spese sarebbe la ricerca scientifica.
Stessa sorte toccherebbe ai Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie (Centers for Disease Control and Prevention ), che sarebbero costretti a ridurre la propria capacità di controllo.
La NASA dovrebbe diminuire il numero delle assunzioni per nuovi progetti di ricerca e dedicarsi solo a quelli già in corso.
Tutte le missioni in atto infatti sarebbero garantite, comprese quelle per la Stazione Spaziale Internazionale. Non sarebbe affatto chiaro invece il destino di alcuni veicoli spaziali di alto profilo, sui quali si lavora in vista del lancio. Ad esempio un telescopio di ultima generazione, il Webb Space Telescope, su cui si stanno ultimando i test prima del lancio, previsto nel 2019, il quale sarebbe a rischio in caso di shutdown del governo, vanificando almeno un anno di lavoro, oltre che la possibilità di nuove scoperte astronomiche.
Coinvolte nel piano di interruzione sarebbero anche la National Oceanic and Atmospheric Administration, che si occupa del servizio meteorologico nazionale; la Food and Drugs Administration, che regolamenta i prodotti alimentari e farmaceutici; il Department of Energy, e molte altre agenzie governative scientifiche, considerate non essenziali.
Per gli scienziati la chiusura, in termini pratici, significherebbe lasciare i laboratori, per un periodo indefinito, senza una supervisione, con evidenti ricadute sui nuovi esperimenti, mentre solo un numero limitato di lavoratori della scienza dovrebbe garantire la sopravvivenza degli animali per la ricerca e monitorare le ricerche che non possono essere fermate.
Un danno smisurato in termini di qualità e quantità della ricerca scientifica, un danno per la scienza globale.
Purtroppo, in tempo di tagli alla spesa, a pagare sono spesso proprio quei servizi che non hanno forse un riscontro immediato sulla vita e la quotidianità della popolazione, ma che una visione più ampia rivela essere i più importanti a lungo termine. Le agenzie di ricerca dovrebbero essere garantite in tempi di crisi politiche, anche solo per scongiurare la possibilità di infiltrazione di interessi privati nella ricerca pubblica, che corromperebbe la neutralità, la libera direzione della ricerca, che solo un governo stabile può garantire.
Per quale motivo allora un piano di “spegnimento” del governo coinvolge così tante agenzie scientifiche? La motivazione non può essere certo trovata in campo economico, dal momento che, l’esperienza insegna, nel 2013, durante lo shutdown, sono andati perduti 24 miliardi di dollari e il governo ha dovuto far fronte a 2 miliardi di dollari in compensazioni dei salari non pagati, in soli sedici giorni. Il rischio è grave tanto che l’ Ufficio per la Responsabilità del Governo degli Stati Uniti conclude il rapporto sull’ultimo shutdown in termini chiarissimi: l’arresto del governo dell’ottobre 2013 è stato distruttivo per i dipartimenti e i servizi che lo hanno subito.
Le conseguenze sono molteplici, le preoccupazioni nel mondo della scienza non si fanno aspettare.
È proprio il fatto di non considerare il lavoro delle agenzie coinvolte come “essenziale” a destare l’indignazione e la preoccupazione di molti scienziati statunitensi. Ci si dovrebbe forse chiedere se questo tipo di servizi non debba essere slegato dal bilancio amministrativo annuale, piuttosto ad un piano pluriennale. Ma tant’è.
Il mondo della ricerca scientifica americana ne uscirebbe gravemente compromesso, aggravando una situazione che potrebbe impattare sui finanziamenti a lungo termine già ridotti dallo 1,25% ad un misero 0,82% della spesa pubblica. Si attende l’ 8 febbraio per capire se si riuscirà a scongiurare questo grave scenario.
L’amministrazione Trump dovrebbe forse aggiustare il tiro per giungere a un accordo veloce, di fronte alla possibilità concreta di mettere in ginocchio molti settori dell’economia del proprio amato Paese.

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