Neve di plastica

Addio neve immacolata: c’è plastica persino tra i ghiacci e le nevi dell’Artico. Si tratta di microplastiche, di frammenti cioè inferiori a un millimetro, trasportati nell’atmosfera e ricaduti con le precipitazioni nevose nei punti più remoti dell’Artico: ce ne sono fino a 14.000 particelle per litro. A dimostrarlo è uno studio che ha utilizzato innovative tecniche […]
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Addio neve immacolata: c’è plastica persino tra i ghiacci e le nevi dell’Artico. Si tratta di microplastiche, di frammenti cioè inferiori a un millimetro, trasportati nell’atmosfera e ricaduti con le precipitazioni nevose nei punti più remoti dell’Artico: ce ne sono fino a 14.000 particelle per litro. A dimostrarlo è uno studio che ha utilizzato innovative tecniche di imaging realizzato da un team di ricercatori dell’Alfred Wegener Institute, Helmholtz Center for Polar and Marine Research (AWI) e recentemente pubblicato sulla rivista Science Advances. È dunque ufficiale: nessun angolo del nostro pianeta è salvo dall’inquinamento da plastica.
Le microplastiche ormai sono state trovate ovunque: nei mari e negli oceani, nei fiumi, nell’acqua potabile, nello stomaco di moltissimi animali marini e persino in quello dei crostacei che vivono nell’angolo più remoto del pianeta, la Fossa delle Marianne, a 11.000 metri di profondità. Possibile che i ghiacciai alpini o quelli artici fossero sfuggiti “all’era del Plasticene”?
La risposta – purtroppo attesa – è no. Ma come ci è arrivata la microplastica tra i ghiacci artici? E in che misura è presente?
Finora ci si è concentrati molto sull’inquinamento marino da plastica, poco su quello atmosferico. Ci sono solo studi puntiformi per esempio sui Pirenei, sullo Stelvio o nei principali centri urbani di Cina e Francia. Eppure le ricerche per stabilire se e in che misura le particelle di microplastica vengano trasportate nell’atmosfera sono state poche. E così il gruppo guidato da Melanie Bergmann e da Gunnar Gerdts ha deciso di condurre analisi su scala più ampia.
I ricercatori hanno esaminato i campioni raccolti in una quindicina di località distribuite tra l’Artico e l’Europa tra il 2015 e il 2017, con tre spedizioni a bordo di gommoni ed elicotteri, e li ha messi a confronto.

UN VIAGGIO LUNGHISSIMO
Hanno paragonato quindi l’inquinamento da microplastiche della neve proveniente dall’arcipelago di HelgoLand, dalla Baviera, da Brema, e dalle Alpi svizzere, con quello del ghiaccio galleggiante nello stretto di Fram, nel mar Glaciale Artico, o della neve delle tanto decantate Svalbard, rifugio di orsi polari, orche, foche e di fotografi naturalisti temerari in cerca dello scatto perfetto. Ma come si temeva, i risultati hanno confermato i peggiori presagi: nessun campione è immune alle microplastiche.
In particolare le concentrazioni di microplastiche riscontrate vanno da un massimo di 154.000 particelle per litro, in un campione raccolto al bordo di una strada rurale innevata della Baviera, fino alle 14.400 particelle per litro dell’Artico.
Anche la tipologia di microplastiche varia notevolmente tra i siti: in generale nell’Artico sono state trovate per lo più particelle di gomma nitrilica (utilizzata per tubature e guarnizioni), acrilati (usati per esempio nel plexiglass) e vernici.
Mentre nella neve raccolta al bordo strada in Baviera sono stati trovati vari tipi di gomma, tra cui anche quella di penumatici per autoveicoli: non ci pensiamo mai, ma viaggiando in auto, oltre a produrre anidride carbonica e inquinare l’aria, usuriamo le gomme e quindi rilasciamo microplastiche lungo la strada. Ma come ci sono arrivate le microplastiche nell’Artico o sulle nevi alpine?
Latesi della Bergmann è che le microplastiche – il prodotto del processo di degradazione della plastica, per azione meccanica e per la radiazione UV– possono essere disperse su larghissima scala entrando in atmosfera. Si comportano quindi esattamente come le ceneri, i pollini o la sabbia del Sahara che, sollevata dai venti, può essere trasportata su distanze lunghissime, anche per 3.500 km, prima di ricadere al suolo con le precipitazioni. Insomma piove, o in questo caso nevica, plastica. Anni fa nessuno aveva immaginato che quella resistenza e quella indistruttibilità tanto decantata, avrebbe reso la plastica uno dei più grandi problemi ecologici del secolo. Eppure tant’è.

PLASTICA PER TUTTI I GUSTI
Un altro aspetto quantomeno preoccupante dello studio pubblicato su Science Advances è che le concentrazioni di microplastica rilevate sono considerevolmente più alte di quelle riscontrate da altri ricercatori che hanno esaminato depositi di pollini o di sabbia recentemente. Questo aumento, secondo l’autore Gunnar Gerdts, potrebbe essere dovuto a due motivi. Il primo è che “la neve è estremamente efficiente nel “lavare” l’atmosfera intrappolando la microplastica e trascinandola al suolo. In secondo luogo, queste concentrazioni così alte potrebbero essere dovute alla tecnica utilizzata: la spettroscopia infrarossa, che ci ha permesso di rilevare anche le particelle più piccole, fino a una dimensione di soli 11 micrometri”.
La tecnica utilizzata dal team infatti funziona così: la neve viene sciolta e l’acqua viene filtrata.
Il residuo intrappolato nel filtro viene esaminato con un microscopio a infrarossi che rivela i diversi tipi di plastica: a seconda del materiale vengono riflesse o assorbite differenti lunghezze d’onda generando un’impronta ottica che viene utilizzata per contare e determinare la tipologia dei frammenti.
Attualmente la maggior parte degli studi si concentra su particelle di dimensioni superiori a 200 o 300 micrometri, mentre qui si arriva a contare anche i frammenti di 11 micrometri. “Altri esperti selezionano a mano la microplastica dai loro campioni, sotto il microscopio, noi utilizziamo il microscopio a infrarossi per testare tutti i residui” spiega Gerdts. “Abbiamo automatizzato e standardizzato la tecnica in modo da escludere gli errori che possono insinuarsi quando si utilizza l’analisi manuale”, e dunque sarebbe questo il motivo di tali concentrazioni: una misurazione più precisa che restituisce una stima più realistica del bilancio ambientale delle microplastiche.
Gli esperti dell’Alfred Wegener Institute sono quindi convinti che gran parte della microplastica in Europa, e ancora di più nell’Artico e in luoghi remoti, sia piovuta dal cielo: provenga cioè dall’atmosfera e dalle precipitazioni nevose.
Secondo Melanie Bergmann “questo percorso di trasporto aggiuntivo potrebbe anche spiegare le elevate quantità di microplastica che sono state trovate nel ghiaccio marino artico o nelle profondità marine in precedenza”.
Infine c’è ancora una domanda, forse quella chiave – almeno dal punto di vista antropico – a cui rispondere. Quanta microplastica ingeriamo in vario modo noi umani?
“A oggi non ci sono molti studi che stimino la misura in cui gli esseri umani sono soggetti a contaminazione microplastica”. La maggior parte delle ricerche si è concentrata infatti sugli animali e sull’assunzione di microplastica da parte dell’uomo tramite l’alimentazione con prodotti ittici. “Ma una volta stabilito che grandi quantità di microplastica possono essere trasportate anche per via aerea, si pone naturalmente un’altra questione: stiamo inalando plastica? E se sì, quanta?” ricorda la Bergmann. Non lo sappiamo. Intanto l’inverno prossimo scordatevi di poter ancora tener fuori la lingua per assaggiare la neve. Almeno se volete essere sicuri di non mangiare scientemente microplastica.

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