Novità dal mondo dell’antibiotico resistenza

L'antibiotico-resistenza è un problema sanitario guardato di recente con preoccupazione sia dalle Nazioni Unite che dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Ora, un team canadese dell'Università di Montréal sembra aver scoperto una potenziale soluzione: una molecola sintetica che impedisce alla generazione successiva di batteri di ereditare i geni di resistenza agli antibiotici.
Stefano Pisani, 05 Dicembre 2017
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

L’antibiotico-resistenza nei batteri, condizione che può riguardare sia i batteri comuni che i cosiddetti “superbatteri”, è un importante problema riconosciuto a livello globale. Le Nazioni Unite lo hanno infatti portato al livello di crisi circa un anno fa e di recente l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha sottolineato che la situazione sta rapidamente peggiorando.
Gli effetti dei batteri antibiotico-resistenti sono facilmente immaginabili: gli antibiotici rimangono uno strumento cruciale della medicina moderna e, quando divengono inefficaci, quello che resta sono superbatteri che causano malattie molto più difficili da gestire e sconfiggere. Non dimentichiamo, poi, che gli antibiotici sono anche un presidio fondamentale nel trattamento di profilassi durante gli interventi chirurgici e nelle terapie oncologiche.
Secondo un rapporto di una commissione speciale istituita nel Regno Unito nel 2014, intitolata “Review on Antimicrobial Resistance”, i batteri resistenti ai farmaci potrebbero diventare responsabili della morte di circa 10 milioni di persone entro il 2050. Un dato di cui non ci si sorprende, considerando il fatto che i batteri resistenti agli antibiotici ogni anno infettano nei soli Stati Uniti due milioni di persone, stando ai dati dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), e almeno in 23.000 casi si va incontro al decesso. Inoltre, secondo l’Oms in tutto il mondo si registrano ogni anno circa 480.000 casi di tubercolosi resistente agli antibiotici. I CDC hanno già investito più di 14 milioni di dollari nel finanziamento per la ricerca sulla resistenza agli antibiotici, problema urgente che va risolto prima possibile.
Per fortuna, esistono diversi approcci medici che stanno già affrontando la questione.
Tra questi, per esempio, i lavori di alcuni scienziati che stanno usando la tecnica di editing genetico CRISPR per creare dei nanorobot sintetici che colpiscano specificamente batteri resistenti agli antibiotici; inoltre, sono allo studio anche “super-enzimi” che combattano i superbatteri.
Poi, ci sono ricercatori come il team dell’Università di Montréal, che potrebbe aver trovato una potenziale soluzione migliorando la comprensione di come i batteri “ereditano” geni di antibiotico-resistenza, e sviluppando metodi per rendere questi microrganismi patogeni più suscettibili agli antibiotici.
Come si legge in un nuovo studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports, il team di ricercatori del Dipartimento di Biochimica e Medicina Molecolare ha esplorato le possibilità di un metodo che si focalizza sul blocco del trasferimento batterico dei geni di resistenza agli antibiotici.
I ricercatori, in particolare, si sono concentrati sul trovare un sistema per interferire con il meccanismo che permette di codificare i geni di resistenza agli antibiotici sui plasmidi, che sono frammenti di DNA che, appunto, possono trasportare i geni che codificano le proteine ​​che rendono i batteri resistenti ai farmaci.
L’équipe canadese è riuscita a individuare con esattezza quei siti in cui si legano le proteine che sono essenziali nel trasferimento dei plasmidi. Questa scoperta ha consentito di progettare molecole chimiche molto potenti che sono in grado di limitare il trasferimento dei plasmidi resistenti agli antibiotici portatori di geni. “Abbiamo voluto trovare il ‘punto debole’ della proteina e colpirlo, in modo che questa non fosse più in grado di funzionare e, quindi, non avvenisse più il passaggio dei geni di antibiotico-resistenza nei batteri” ha spiegato Christian Baron, tra gli autori dello studio. In particolare, gli scienziati hanno cercato di agire su una proteina chiamata TraE. “Conoscendo la struttura molecolare di questa proteina è possibile escogitare metodi per inibirne le funzioni, come le nostre molecole sintetiche” ha concluso Baron.

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