Obesità: un pericolo spesso sottovalutato

In epoca di modelli curvy e collezioni plus size, sta pericolosamente aumentando il numero di persone obese o in sovrappeso che tendono a sottostimare il proprio peso corporeo e, quindi, i relativi rischi per la salute. A rivelarlo è una ricerca che interseca dati medici con quelli sociologici, condotta su un campione di cittadini britannici.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

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Pancia piatta, lineamenti perfetti, zero smagliature e niente cellulite. Sono i canoni di bellezza ereditati dallo stringente mondo della moda, dove a calcare le passerelle dagli anni Novanta troppo spesso sono state modelle eccessivamente magre, diafane e a volte persino con problemi di anoressia. Un disturbo che ha finito per colpire, poi, anche chi le passerelle non le calcava affatto: giovani e giovanissime che tra modelle taglia 36 e ritocchi a Photoshop hanno faticato sempre più ad accettarsi davanti allo specchio.
E se da un lato lo stereotipo da imitare era Kate Moss, dall’altro si faceva strada il body-shaming. Commenti, battute, frecciatine indirizzate a chi non rispetta i “canoni” di bellezza per qualche chilo in più, curve generose, forme morbide, troppi tatuaggi o qualsiasi altra caratteristica non in linea con i dettami della moda. Così, dopo le campagne per mettere in guardia sulla pericolosità dell’anoressia, si è passati anche alle prime battaglie contro il body-shaming e in particolare contro il fat-shaming.
Si è cominciato stigmatizzando l’utilizzo di termini offensivi e promuovendo nuovi aggettivi, primo tra tutti ‘curvy’. Sulla stessa lunghezza d’onda si sono sintonizzati, poi, anche i concorsi di bellezza delle varie miss, che hanno accettato in gara anche le ragazze curvy. Molti stilisti hanno introdotto intere collezioni plus size e infine, tra social e passerelle, sono sbucate le nuove icone della moda plus: da Ashley Graham a Candice Huffine, passando per Zach Miko, modello curvy. Tutti loro hanno abbattuto lo stereotipo, alquanto preoccupante, di modelle e modelli al limite della magrezza. E hanno fatto del loro cavallo di battaglia un nobile proposito: la lotta al body-shaming.
Ma dietro l’utilizzo di aggettivi glamour e lo spopolare delle collezioni plus size dei più noti marchi d’abbigliamento, può nascondersi un’insidia. Questo fenomeno che guarda al corpo in modo positivo, infatti, potrebbe minare gli sforzi per affrontare un problema sanitario crescente in tutti i Paesi sviluppati, nonché la principale causa di morte prevenibile in tutto il mondo: l’obesità. E stavolta non si tratta di badare al girovita per motivi estetici, ma per tutelare la salute.
Proprio con la crescente attenzione verso i modelli curvy, negli ultimi anni, sarebbe aumentato il numero di persone obese o in sovrappeso che tendono a sottostimare il proprio peso corporeo e, quindi, i relativi rischi per la salute. È quanto già successo in Gran Bretagna, Paese in cui secondo gli ultimi dati OCSE il 63% degli adulti risulta obesa o in sovrappeso. A rivelarlo è una ricerca che interseca dati medici con quelli sociologici, da poco pubblicata su Obesity e condotta da Raya Muttarak dell’Università di East Anglia (UEA) e dell’Istituto internazionale di analisi dei sistemi applicati (IIASA) di Vienna.
Muttarak non è nuova a questo tipo di studi e stavolta ha esaminato le caratteristiche socioeconomiche e la percezione del peso corporeo di 23.460 inglesi, risultati obesi o in sovrappeso nell’indagine annuale sulla salute del governo britannico. Per valutare le tendenze nell’auto-percezione del proprio peso, Muttarak si è basata sui dati disponibili dal 1997 al 2015 e ha considerato quindi solo gli individui che presentavano un indice di massa corporeo (BMI) superiore a 25. Chi, quindi, come da definizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, è appunto sovrappeso o obeso.
Secondo i risultati, dunque, ad avere maggiori difficoltà nel valutare il proprio peso sono le persone in sovrappeso: quasi il 41% di loro lo sottostima. Mentre solo l’8,4% degli obesi presi in esame tende a sottovalutarlo.
Ma a preoccupare di più è che il numero di individui in sovrappeso che percepisce erroneamente il proprio peso è aumentato nel tempo. E questo vale soprattutto per gli uomini. Se nel 1997 solo il 48,4% degli uomini sovrappeso sottostimava il picco che poteva raggiungere l’ago della bilancia, nel 2015 sono diventati il 58%. Per le donne, di solito sempre più attente alla linea, l’aumento c’è stato, ma è meno marcato: sono passate dal 24,5% al 30,6% nello stesso lasso di tempo.
Mentre per gli inglesi risultati obesi, cioè con un BMI superiore a 30, il passare degli anni non ha aumentato la consapevolezza del proprio girovita. E, addirittura, la percentuale di uomini che sottostimavano il proprio peso nel 2015 è stata quasi il doppio rispetto al 1997: il 12% contro il 6,6%. Un trend che Muttrarak ha definito “allarmante”.
Ma la lotta all’obesità, per la sociologa, deve partire dalla riduzione delle diseguaglianze socioeconomiche. Spesso, infatti, sono queste a fare da discrimine tra una persona sana e una con problemi di peso. «Le cause dell’obesità sono complesse» ha commentato Muttarak, «contano le condizioni di vita e di lavoro, la disponibilità economica, l’accesso ai servizi sanitari. Inoltre alimenti sani, come frutta e verdura fresca, spesso costano molto di più del junk-food: una differenza che pesa sulle tasche di chi ha difficoltà economiche. Per combattere l’obesità, quindi, si devono affrontare prima queste disuguaglianze, identificare coloro che sono inclini a percepire erroneamente il loro peso e progettare strategie di prevenzione che tengano conto delle esigenze specifiche dei diversi gruppi».
Stesso dall’analisi socioeconomica, infatti, è emerso che in generale a sottovalutare il proprio peso corporeo sono per lo più gli uomini e persone con livelli più bassi di istruzione e reddito, comprese le minoranze etniche. Un chiaro segnale che questo disturbo della salute è spesso solo il risultato di una serie di fattori. E che l’equazione “mangio tanto allora ingrasso” non è l’unica depositaria della verità.
Così se da un lato la lotta al body-shaming in tutte le sue forme va incoraggiata, per ridurre la stigmatizzazione di corpi considerati non “perfetti”, per abbattere i pregiudizi e per promuovere il rispetto verso l’altro, dall’altro bisogna iniziare, forse, a pensare a strategie diverse per prevenire l’obesità e le sue conseguenze sulla salute.

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