Olimpiadi: la Casa di chi non ha bandiera

Non hanno una bandiera, non hanno un inno nazionale, non hanno una casa, ma sono pronti a gareggiare per provare a conquistare una medaglia alle Olimpiadi di Rio 2016. Per la prima volta nella storia parteciperà alle Olimpiadi una squadra composta esclusivamente da rifugiati. Forse questa squadra senza bandiera dovremmo supportarla un po’ tutti: sono lì per ricordarci di quanto in un attimo tutti noi potremmo ritrovarci senza casa. Loro a causa della guerra sono diventati nessuno in una terra straniera, grazie alle Olimpiadi diventeranno cittadini del mondo.
Irene Sciurpa, 05 Agosto 2016
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Filosofia / Diritti umani

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Chi sono quei dieci atleti senza bandiera? O meglio: perché sfilano con la bandiera olimpica?
Forse, sarà questa la domanda che alcuni di noi si porranno, questa notte, durante la Cerimonia d’apertura dei Giochi Olimpici di Rio.
La risposta è semplice e va cercata in tutte quelle statistiche che riportano numeri, ma che celano una realtà fatta di volti e di storie.
Perché non sono uniti da un Paese di origine, quei dieci atleti che stasera sfileranno sotto la bandiera olimpica, sono uniti, invece, da una storia, da storie diverse inciampate tutte nella crudeltà della guerra, nel turbine della violenza e dell’orrore. Quelle guerre scoppiate a latitudini diverse ma che hanno costretto tutti a scappare pur essendo senza colpa, che hanno portato tutti a essere senza casa, senza più bandiera appunto. Loro non hanno in comune una bandiera di un Paese, loro hanno in comune di non averla, loro sono rifugiati.
Sono quattro donne e sei uomini gli atleti scelti dall’International Olympic Committee (IOC) per rappresentare quella persona su 122 che oggigiorno è un rifugiato.
Le loro sono storie diverse, fatte di riscatto grazie allo sport in una terra diversa rispetto a quella natia, sono storie di talenti scoperti per caso o da sempre coltivati come parentesi di gioia perenni delle loro vite. Cerchiamo, allora, anche noi di andare oltre le statistiche e di conoscere, a poche ore dall’apertura della XXXI Olimpiade, alcuni di loro.

La vita di Rami Anis, che gareggerà a Rio nei 100 metri farfalla, fino a cinque anni fa scorreva normale, nella routine di un ragazzo di 20 anni che viveva ad Aleppo. Si allenava frequentemente con lo zio Majad, ex nuotatore siriano che ha inspirato Rami nella sua scelta.
Nel 2011, però, i bombardamenti ad Aleppo diventarono sempre più frequenti, così la sua famiglia obbligò Rami ad andare a Istanbul dove già viveva il fratello maggiore. Rami però non aveva idea che ad Aleppo non avrebbe più fatto ritorno. “Nella borsa che avevo portato con me avevo messo due giacchetti, due t-shirt, due paia di pantaloni; era una borsa piccola. Io pensavo di dover stare in Turchia per pochi mesi e dopodiché ritornare nel mio Paese”. Ma quella città, la sua città, è diventata simbolo dell’orrore della guerra in Syria, lì la guerra è lontana dal finire. Ogni giorno morte e distruzione abitano le sue strade ormai ridotte in rovina, e Rami sa che ormai non c’è più nulla della sua Aleppo.
Non poteva tornare in Syria Rami, allora, iniziò ad allenarsi ogni giorno in Turchia.
Era un modo per sentirsi ancora a casa, per immergersi nei ricordi che sembravano sempre più lontani. “Il nuoto è la mia vita, la piscina è la mia casa” ripete sempre Rami, che ha trovato nello sport la sua nuova dimora. A Istanbul ha continuato ad allenarsi costantemente nel prestigioso Galatasaray SportClub, ma non avendo la cittadinanza turca non ha mai potuto gareggiare nelle competizioni ufficiali e diventare così un atleta professionista come suo zio. Era come “studiare, studiare, studiare e non poter dare l’esame”. Questo amore per il nuoto, questa voglia di riscatto nello sport lo ha portato a lasciare quindi la Turchia e a imbarcarsi su un gommone diretto verso l’isola di Samos (Grecia).
Da lì ha avuto inizio il suo viaggio per l’Europa, attraverso la rotta Balcanica fino al Belgio. Qui, nel dicembre del 2015 ha ottenuto l’asilo politico e ha ripreso gli allenamenti, fino ad essere selezionato come componente della squadra per le Olimpiadi. Rami spera di mostrare a tutte quelle persone nella sua stessa condizione che realizzare i propri sogni è possibile, anche in un Paese diverso, anche in un Paese che non è il tuo: “sarà un’emozione incredibile partecipare alle Olimpiadi” ha spiegato Rami.

La guerra fa anche da sfondo alla storia di James Nyang Chienhijek. La sua vita, infatti, si intreccia con il massacro della guerra in Sud Sudan. Una conflitto civile che, in soli 20 anni, ha causato 2 milioni di morti e oltre 4 milioni di sfollati. È cresciuto James avvolto da povertà, fame ed epidemie.
All’età di 11 anni ha perso suo padre, che combatteva come soldato proprio durante quella pazza guerra civile. James guardava il bestiame per sopravvivere, vivendo ancora nella sua casa di Bentiu. Viveva nel terrore però che un giorno i ribelli lo avessero rapito e obbligato a combattere per la loro causa, loro usavano così, li reclutavano i bambini, li “trasformavano” in soldati. “Anche se tu hai 10 anni loro ti arruolano”, ma non era quello che James voleva, non voleva diventare un soldato, non voleva combattere in quella guerra, così ha deciso di scappare.
Diventò così anche lui parte dei “bambini dispersi del Sud Sudan” e dopo tanti, troppi kilometri, arrivò in Kenya, al Kakuma Camp.
A scuola il suo talento da corridore venne subito notato e anche James ne diventò, giorno dopo giorno, più consapevole. “Ho capito che potevo farcela come corridore, e se Dio ti dà un talento tu lo devi usare”. Ma non aveva scarpe buone James per poter correre, si infortunava sempre: “Ci facevamo male sempre a causa delle scarpe rotte che avevamo. Le condividevamo. Se tu hai un paio di scarpe puoi aiutare quello che non ne ha nessuna”.
Correva con le scarpe rotte, con i piedi pieni di piaghe, ma continuava a correre. E questa sua interminabile corsa da qualche parte lo ha portato, anche lui, come Rami, è stato scelto per far parte della squadra olimpica e gareggerà come corridore nei 400 metri proprio dentro lo stadio Olimpico.
Il suo sogno è “di ottenere buoni risultati alle olimpiadi e aiutare gli altri”. Non si è mai scordato da dove viene James, di tutto il suo percorso incidentato. Si è fatto una promessa, però, di continuare sempre a guardare verso tutti i suoi fratelli e le sue sorelle, tutte quelle persone senza terra, “ho avuto una possibilità, ora devo sfruttarla nel modo migliore”.

A sfilare stasera ci sarà anche Yolande Busaka Mabika, originaria della Repubblica democratica del Congo. Ora vive in Brasile, dove grazie al suo talento nel Judo parteciperà alla Olimpiade incarnando un simbolo di speranza per tutti i rifugiati.
È stata investita in prima persona dalle dolorose conseguenza che la guerra, tra il 1998 e il 2003, ha causato nella sua terra: ha perso entrambi i genitori quando era molto piccola, è scappata da sola fino a ritrovarsi in un centro per minori non accompagnati in Kinshasa, dove ha iniziato a praticare Judo. “Il judo non mi ha mai dato soldi, ma mi ha dato un cuore forte. Sono stata separata dalla mia famiglia e ho pianto molto per questo, ho iniziato Judo per avere una vita migliore”, queste sono le parole di Yolande, che come una fenice nel judo è potuta rinascere.
In Congo la guerra era finita e Yolanda anno dopo anno divenne un’eccellenza nazionale in quello sport. Ma tre anni fa, durante i mondiali di Judo a Rio de Janeiro, a cui lei partecipava come atleta congolese, decise di scappare dall’hotel, di diventare rifugiata e di non tornare mai più in Congo. Sembra una storia strana: una atleta che decide di diventare rifugiata. Ma le motivazioni che la hanno spinta a rimanere senza casa e senza bandiera sono profonde. È vero, nella Repubblica Democratica del Congo quella guerra era finita ma ne erano iniziate altre, guerriglie civili che riempiono ancora oggi il suo paese di morte. “In Congo c’è un sacco di sofferenza, ci sono molte persone che piangono, molte persone che vengono uccise”. Amava il Judo Yolande, ma non poteva più sopportare quel regime di allenamento fatto di violenze e abusi. Ecco perché quella notte, nel 2013, è scappata ed è riuscita a ottenere l’asilo politico in Brasile.
Inizialmente in quella nuova terra è stato molto difficile riuscire ad affermarsi, a essere di nuovo riconosciuta come un’atleta talentuosa. Per poter vivere ha fatto i più strani e malpagati lavori, ma non ha mai perso un allenamento. Finalmente il suo talento le è stato riconosciuto ed è stata scelta anche lei dall’IOC tra le 4 donne che parteciperanno a Rio 2016. Il messaggio che spera di trasmettere con la sua storia a tutti i rifugiati è soprattutto questo: “di non arrendersi mai e di continuare a credere. Di avere sempre fede nei loro cuori”.

Insieme a Rami, James e Yolande sfileranno anche Yursa Mandini, Yiech Pur Biel, Paulo Amotun Lokoro, Yonas Kinde, Popole Misenga, Anjelina Nada Lohalith e Rose Nathinke Lokonyen.
Per tutti loro lo sport è un qualcosa di più, non è solo testare i proprio limiti, battere il record precedente .. è rivincita, è casa, è bandiera.
Stasera loro sfileranno portando nello stadio Olimpico le loro storie e il ricordo del loro Paese. Forse penseranno a tutte quelle ore di allenamento, unico luogo per difendere l’ultimo angolo di felicità e libertà che avevano abbandonato nel loro Paese ma che hanno ritrovato grazie allo sport.
Questa squadra senza bandiera dovremmo supportarla un po’ tutti, loro sono la possibilità che a noi ancora non ha colpito, sono lì anche per ricordarci di quanto in un attimo tutti noi potremmo ritrovarci senza casa. Loro a causa della guerra sono diventati nessuno in una terra straniera, grazie alle Olimpiadi diventeranno cittadini del mondo.
Forse dovremmo iniziare a esserlo un po’ di più tutti noi.

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