Ondate di calore, fino cinque volte più frequenti in Europa

I 45,9 °C raggiunti a Gallargues-le-Montueux lo scorso 28 giugno – record assoluto per la Francia – ha indotto la comunità scientifica a porsi la domanda dell’uomo della strada: è stata un’onda di calore associata ai cambiamenti del clima? A cercare di rispondere è stato un gruppo di scienziati afferenti al World Weather AttributionProject.
Pietro Greco, 15 Luglio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Tag

I 45,9 °C raggiunti a Gallargues-le-Montueux lo scorso 28 giugno – record assoluto per la Francia – non hanno colpito solo i giornalisti (compreso il vostro umile cronista che ne ha dato conto su micron on line).
Ha indotto anche la comunità scientifica a porsi la domanda dell’uomo della strada: è stata un’onda di calore associata ai cambiamenti del clima? A cercare di rispondere è stato un gruppo di scienziati afferenti al World Weather AttributionProject, una collaborazione internazionale che ha l’obiettivo, per l’appunto, di verificare se è possibile attribuire in tempo reale se attribuire un fenomeno meteorologico estremo al climate change, ai cambiamenti globali del clima.
Per strana coincidenza, un gruppo di questi scienziati si trovava a Tolosa – non lontano da Gallargues-le-Montueux– proprio nei giorni del grande caldo e ha cercato una risposta alla domanda di cui sopra.
In breve hanno fatto girare nei loro computer i modelli generali del clima e, secondo quanto riporta la rivista Nature, hanno ottenuto un dato piuttosto allarmante: fenomeni del genere in Francia e in tutta Europa sono cinque volte più probabili oggi, in regime di cambiamenti climatici, che nell’epoca pre-industriale. Il che significa che se un secolo e mezzo fa un evento meteorologico estremo accadeva, in media, ogni dieci anni, ora avviene ogni due anni. Questo aumento della frequenza – e spesso dell’intensità dei fenomeni – non riguarda solo le cosiddette “onde di calore”, ma anche altri fenomeni meteorologici, come le cosiddette “bombe d’acqua” o comunque tempeste. Forse non è un caso che a stretto giro in Italia abbiamo avuto un’onda di calore, appena meno estrema di quella francese, e pochi giorni dopo una serie di temporali e trombe d’aria.
Una frequenza aumentata di cinque volta non è poca cosa. Crea danni alla nostra salute come all’economia.
Certo, è vero che nelle previsioni dei climatologi rese pubbliche da Nature c’è qualche piccolo difetto. I modelli generali del clima che sono stati fatti girare fanno solo l’analisi comparata tra quello che è realmente accaduto e quello che sarebbe invece accaduto senza il climate change. Non prendono in esame altri fattori, come la copertura delle nuvole o l’inquinamento. «Certo – ha dichiarato Dim Coumou, un climatologo dell’Università Libera di Amsterdam – i modelli generali del clima perdono qualcosa quando cercano di valutare eventi meteorologici di così corta vita. Ma ciò non rende i risultati ottenuti meno allarmanti. Le onde di calore aumenteranno notevolmente con il cambiamento del clima e questo è un grosso problema per la società».
Intanto c’è da dire che i ricercatori del World Weather AttributionProjecthanno effettuato 200 “attribuzioni”, ottenendo sempre risultati analoghi. Anche altre ricerche condotte in maniera indipendente in altre zone hanno confermato che il climate changeha determinato almeno un raddoppio degli eventi meteorologici estremi.
E questo, come sostiene Dim Coumou, è un grosso problema per la società europea e mondiale. Che deve rispondere con estrema urgenza utilizzando entrambe gli strumenti di contrasto ai cambiamenti climatici: da un lato accelerando le politiche di prevenzione, ponendo in essere gli accordi di Parigi del 2015 e andando oltre per cogliere l’obiettivo indicato dall’IPCC, il panel degli scienziati del clima che analizza la situazione per conto della Nazioni Unite. L’IPCC sostiene che occorre fare di tutto per mantenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 °C rispetto all’epoca pre-industriale e che per farlo abbiamo bisogno di zioni drastiche entro e non oltre il 2030.
Abbiamo dieci anni appena, poi a Gallargues-le-Montueux e in molte parti d’Europa dovremo abituarci a periodi più o meno brevi con temperature tipiche dei deserti più remoti. Ma non dobbiamo trascurare l’altro strumento indicato dagli scienziati: l’adattamento. Dobbiamo, in altri termini, riorganizzare la società per renderla più adatta, appunto, a sopportare temperature torride o rovesci d’acqua rovinosi.
Lo dobbiamo fare in Europa. D’altra parte abbiamo un po’ tutti già sperimentato i disagi. Ma bisogna farlo anche nelle parti del mondo più esposte e più povere. Per esempio nell’Africa sub-sahariana, dove secondo un recente rapporto – il 2019 Global Peace Index – 83 milioni di persone saranno costrette a migrare entro il 2050 a causa dei cambiamenti del clima.
L’Africa sub-sahariana non ha i mezzi per evitare un simile fenomeno. Occorre che il mondo intero (Europa compresa) se ne faccia carico. Dando a quelle incolpevoli popolazioni, appunto, la concreta possibilità di adattarsi, trasferendo adeguati aiuti economici e le migliori tecnologie.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X