Pacifico, la strage delle stelle marine girasole

Un virus, con la complicità dell’innalzamento della temperatura delle acque, è all’origine della scomparsa delle stelle marine girasole dalle coste nord-americane del Pacifico, una scomparsa potenzialmente devastante per l’intero ecosistema. I risultati di uno studio pubblicato su Science Advances, realizzato anche grazie ad un progetto di citizen science.
Francesca Buoninconti, 01 Febbraio 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Agli inizi degli anni Duemila erano talmente tante da costituire una sorta di tappeto sul fondo marino tra la California e la Columbia Britannica. Ora, invece, trovare una stella marina girasole (Pycnopodia helianthoides) lungo le coste nord-americane del Pacifico è una vera impresa: colpa di un virus, già individuato come responsabile, che ha trovato nell’aumento della temperatura marina il complice perfetto. Il colpo di grazia, dunque, sarebbe opera ancora una volta del cambiamento climatico, e stavolta la scomparsa di questa specie potrebbe avere effetti devastanti sulle foreste di kelp, sull’intero ecosistema e persino sulle attività umane.
A lanciare l’allarme dalle pagine di Science Advances sono i ricercatori dell’Università della California e della Cornell University, che hanno monitorato questa specie dal 2004 al 2017, sfruttando una delle più grandi risorse offerte dalla citizen science: la mole di dati e la capillarità con cui si possono raccogliere.
I cittadini che hanno preso parte al progetto, infatti, hanno imparato a riconoscere le stelle marine girasole con il supporto della Reef Environmental Education Foundation (REEF) e sono diventati letteralmente “gli occhi della scienza”: hanno partecipato ai 10.956 monitoraggi nelle acque costiere basse, effettuati lungo 3000 chilometri di costa, dal sud della California all’Alaska, tra il 2006 e il 2017. Inoltre, per non lasciare nulla di intentato, tra il 2004 e il 2016 il team di biologi marini ha controllato anche tutto il pescato di oltre 8900 reti a strascico, che hanno operato tra i 55 e i 1280 metri di profondità.
Ma i risultati ottenuti da un censimento così massiccio, hanno purtroppo portato alla luce uno scenario di desolazione, nascosto finora solo dalle onde dell’oceano Pacifico. Le stelle marine girasole hanno resistito bene fino al 2013, quando erano ancora migliaia e tutte insieme si spostavano alla velocità di un metro al minuto, divorando soprattutto i ricci di mare viola (Strongylocentrotus purpuratus) che incontravano sul loro cammino. Fino a quel momento, infatti, nell’80% delle immersioni nelle acque poco profonde previste dal monitoraggio si riuscivano ancora a incontrare gruppi di 10-100 stelle marine girasole. Ma dopo il 2014 circa il 60% delle immersioni – con punte del 100% in California e Oregon – è andato a vuoto: delle stelle girasole non c’era traccia. Solo in qualche caso fortunato si è riusciti a trovarne una. E persino l’esame del pescato con le reti a strascico non ha portato notizie migliori: anche nelle acque profonde fino a 1000 metri si è registrato un declino che assomiglia più a un’estinzione. Quasi il 100% degli individui sono scomparsi in tutti gli stati passati al vaglio, dalla California allo stato di Washington.
A cavallo del 2013, le stelle marine girasole da abbondantissime sono diventate molto rare. Che cosa è successo dunque nel 2013, che ha determinato un rovesciamento della situazione? A uccidere le stelle marine sarebbe stato un virus letale, più precisamente un Densovirus appartenente alla famiglia dei Parvoviridae. Da un primo stadio iniziale in cui il virus provoca delle lesioni biancastre sul corpo e sulle braccia di questi echinodermi, il progredire dell’infezione porta alla perdita delle braccia e potremmo dire alla “liquefazione” delle stelle, di cui resta nient’altro che una specie di poltiglia. Questo patogeno mortifero potrebbe essere rimasto latente per anni, fino al 2013, quando ha provocato una vera e propria epidemia proseguita fino al 2015. La virulenza e le dimensioni del disastro sono state da subito preoccupanti, tanto che l’epidemia è stata ribattezzata la sea star wasting syndrome, cioè la sindrome da perdita delle stelle marine. La malattia infatti ha colpito più di 20 specie di stelle marine, ma è sulle girasole che il Densovirus è stato finalmente isolato nel 2014 e messo al muro come il responsabile dell’ecatombe.
Cosa abbia interrotto la latenza di questo virus è ancora da capire, ma l’ipotesi avanzata dai ricercatori su Science Advances è che a “schiacciare l’interruttore” e dare il via all’epidemia sia stato l’aumento della temperatura delle acque marine costiere. Dall’isola di Calvert Island nella Columbia Britannica, per esempio, le stelle marine girasole sono sparite del tutto dal 2013. E da quel momento fino a oggi la temperatura delle acque dell’isola è aumentata di 4 gradi centigradi.
In molte località gli studiosi avrebbero rilevato un’associazione tra il declino della stella marina girasole in acque poco profonde e l’innalzamento delle temperature della superficie del mare. Secondo Harvell, primo autore dello studio, «il surriscaldamento degli oceani sta esacerbando la sea star wasting syndrome. Sembra che questa malattia letale, a temperature più alte uccida più velocemente, provocando un impatto maggiore». Secondo un altro autore, Diego Montecino-Latorre, altre specie stanno reagendo meglio, mentre “la stella marina girasole continua a scomparire anche nell’oceano più profondo”.
Se questa strage di stelle marine può già sembrare un problema sufficiente, i ricercatori avvisano che il peggio deve ancora arrivare. Questo massiccio declino avrà ricadute a cascata sulle foreste di kelp, su tutta la catena alimentare e sulle attività commerciali di pesca. Se le stelle marine girasole sono di meno, o peggio, spariscono del tutto, nessuno mangerà più i ricci viola e questi prolifereranno senza controllo. E purtroppo, questi ricci sono ghiotti di kelp, che avrà difficoltà a crescere. Le foreste di kelp potrebbero presto non riuscire a mantenersi tali, e questo cambierà probabilmente molte dinamiche nella catena alimentare. Non da ultimo, l’ecosistema non sarà più in grado di ospitare la stessa quantità e varietà di pesce, minando così due attività umane: la pesca e la raccolta stessa di kelp.

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