Poche donne nella Golden Age di Hollywood

Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE, l'età d'oro di Hollywood ha visto una sotto rappresentazione estrema delle donne in praticamente tutti gli ambiti legati alla cinematografia
Stefano Pisani, 13 Aprile 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

È conosciuta come “Golden Age” di Hollywood, un periodo determinante per la storia del cinema durante il quale venne messo a punto e perfezionata una sorta di grammatica cinematografica che è quella ancora alla base del linguaggio filmico moderno. Quest’epoca, compresa tra il 1917 e il 1963 circa, non è stata però altrettanto felice per la questione di genere. Secondo un nuovo studio pubblicato sulla rivista PLOS ONE, infatti, l’età d’oro di Hollywood ha visto una sotto rappresentazione estrema delle donne in praticamente tutti gli ambiti legati alla cinematografia. Un colpo notevole per le donne da cui ancora stanno cercando di riprendersi.

I ricercatori della Northwestern University hanno rivelato gli squilibri di un settore offuscato da grave disuguaglianza di genere: analizzando un secolo di dati (dal 1910 al 2010) dell’American Film Institute Archive e nell’Internet Movie Database (IMDb), gli scienziati hanno scoperto che la rappresentanza femminile nell’industria cinematografica ha toccato un minimo storico proprio durante la “Golden Age”.  “Molte persone vedono quest’epoca in maniera rosea perché Hollywood produceva numerosi grandi film”, spiega Luís Amaral, professore di ingegneria chimica e biologica della Northwestern, che ha guidato lo studio. “Quello che si pensa, solitamente, è che la scarsa presenza delle donne potrebbe essersi sentita soprattutto in alcune tipologie di film realizzati in quel periodo come per esempio western, film d’azione e polizieschi. Abbiamo trovato invece che in realtà questa disparità di genere si è verificata in tutti i generi cinematografici, inclusi i musical, le commedie, i fantasy e i film sentimentali”.

Per condurre lo studio, Amaral e il suo team hanno analizzato 26.000 film prodotti tra il 1910 e il 2010. Il gruppo ha esteso la sua analisi a tutti i generi cinematografici (azione, avventura, biografia, commedia, dramma, documentari, fantasy, film noir, storia, horror, musical, gialli, romantici, fantascienza, sport, thriller, film di guerra, western e cortometraggi) per misurare quante donne avevano lavorato in questi film come attrici, sceneggiatrici, registi e/o produttrici. I grafici risultanti hanno restituito esattamente una sorta di modello a “U” per ogni genere cinematografico e ruolo: le donne hanno fatto sentire molto la propria presenza tra il 1910 e il 1920 e poi si è verificato un brusco calo. A partire dal 1950, circa, c’è stato poi un aumento costante del loro contributo fino al 2010. “In generale, abbiamo scoperto che la presenza percentuale di donne rispetto agli uomini in qualsiasi ruolo era costantemente inferiore al 50 per cento per tutti gli anni dal 1912 ad oggi”, commenta la coautrice dello studio Murielle Dunand, ex stagista nel laboratorio di Amaral e attualmente presso il Massachusetts Institute of Technology.

Amaral ha spiegato che le sue scoperte riflettono ciò che stava accadendo nell’industria cinematografica. Prima dell’età d’oro di Hollywood, l’industria cinematografica era alimentata da cineasti indipendenti e la partecipazione delle donne registrava un aumento costante. Dal 1910 al 1920, secondo i suoi dati, le attrici rappresentavano circa il 40 per cento dei cast, le donne scrivevano il 20 per cento dei film, ne producevano il 12 per cento e ne dirigevano il 5 per cento. Nel 1930, le interpretazioni femminili risultavano dimezzate, e la produzione e la regia arrivarono quasi a toccare lo zero.

I dati suggeriscono che il responsabile di questo cambiamento fu probabilmente il “sistema degli studio”, emerso tra il 1915 e il 1920: l’industria cinematografica, in quel periodo, si ‘concentrò’ infatti improvvisamente, passando da una raccolta piuttosto diversificata di cineasti indipendenti sparsi in tutto il Paese a cinque soli grandi studios (Warner Bros., Paramount, MGM, Fox e RKO Pictures) che controllavano tutto. “In questo modo, tutte le decisioni erano prese da un piccolo gruppo di uomini e le donne ricevono sempre meno proposte di lavoro”, continua Amaral.

Sono state poi due azioni legali rivoluzionarie a causare la rottura del sistema degli studio. Innanzitutto, la causa che l’attrice nominata all’Oscar Olivia de Havilland, che aveva un contratto esclusivo con la Warner Bros., intentò contro questo studio nel 1943 per liberarsi dal suo contratto (causa che vinse). Inoltre, nel 1948 il governo federale degli Stati Uniti fece causa alla Paramount Pictures in un caso di antitrust: all’epoca, infatti, gli studi cinematografici possedevano i propri teatri e distribuivano i propri film. Quando la Paramount perse, gli studi non poterono più produrre, distribuire ed esporre esclusivamente i loro film. “Questi cambiamenti legali portarono il potere lontano da quella manciata di uomini e diedero a più persone la possibilità di iniziare a cambiare il settore. Esiste una connessione stretta tra aumento della concentrazione di potere e riduzione della partecipazione delle donne”.

Tra gli altri risultati emersi, quello che le donne produttrici tendono ad assumere proporzioni maggiori di donne per lavorare nei loro film. “I produttori influenzano la scelta del sesso del regista”, conclude Amaral, “le donne con potere, a Hollywood, stanno migliorando le condizioni per le altre donne”.

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