Pubblicazioni scientifiche e ‘gender gap’: qual è la situazione?

La strada per la parità di genere, anche nel mondo della ricerca, è ancora lunga. Due studi hanno indagato la presenza delle donne fra gli autori di paper scientifici e articoli di riviste internazionali. Con molte conferme, ma anche qualche dato inaspettato.
Debora Serra, 09 Marzo 2020
Micron
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Comunicatore della scienza

Se può sembrarci normale che nel 1955 le ricercatrici rappresentassero solo il 12% degli autori di articoli scientifici, non si può dire lo stesso del dato del 2005, quando erano ancora appena il 35% con differenze nazionali tanto marcate quanto sorprendenti: si passa infatti dal 28% della Germania al 50% della Russia. I dati, presentati nell’articolo Historical comparison of gender inequality in scientific careers across countries and disciplines, sono frutto di uno studio su 7.863.861 autori di paper scientifici pubblicati tra il 1900 e il 2016. L’indagine si è concentrata su 1.523.002 scienziati di 83 Paesi (412.808 donne e 1.110.194 uomini) che hanno pubblicato l’ultimo articolo tra il 1955 e il 2020. I risultati sono chiaramente a sfavore delle donne per materie come matematica, fisica e informatica, dove sono appena il 15%, mentre raggiungono il 33% per i paper di psicologia.

Se questo dato è in qualche modo atteso, lo è di meno la variabilità geografica: in Germania le autrici donne rappresentano solo il 28%, mentre in Russia raggiungono il 50%.

La differenza tra le pubblicazioni in ambito STEM (Science, Technology, Engineering and Mathematics) è solo uno degli aspetti legati alla disparità di genere emersi dall’indagine. Infatti, se nel corso di una carriera gli uomini hanno pubblicato mediamente 13,2 articoli, lo stesso valore scende a 9,6 per le donne. Gli uomini hanno ricevuto anche il 30% di citazioni in più rispetto alle donne. Differenze che potrebbero essere dovute soprattutto alla diversa durata delle carriere scientifiche e al maggior tasso di abbandono riscontrato tra le donne: ogni anno della loro carriera hanno infatti il 19,5% di probabilità in più di lasciare il mondo accademico rispetto agli uomini.

Un’analisi simile l’ho condotta anche io. Per tutto il mese di gennaio 2020 ho studiato i dati sugli autori degli articoli pubblicati su sei riviste internazionali. Due sono mensili (The Lancet Global Health e il Journal of the Royal Society of Medicine – JRSM) e quattro settimanali, The Lancet, British Medical Journal, New England Journal of Medicine (NEJM) e Journal of American Medical Association (JAMA). Per ogni articolo ho preso in esame le informazioni su chi compariva in prima e chi in ultima posizione, le due più ambite quando si scrive. Dei 397 autori che hanno firmato i 221 articoli analizzati le donne rappresentano solo il 30,7%, distribuito in modo disomogeneo tra le riviste in esame: il BMJ è quella con la più alta percentuale di autrici donne e stacca di quasi venti punti percentuali il NEJM che, con una presenza femminile pari al 24%, è l’ultima in classifica.

Com’è prevedibile, Stati Uniti e Regno Unito rappresentano la maggioranza degli autori (contano da soli 267 autori). In particolare, gli Stati Uniti sono il paese maggiormente rappresentato (51,6% degli autori, sia uomini che donne), seguito dal Regno Unito con il 12,6% (l’Italia è presente con l’1,5% di autori).

Ne consegue che la maggior parte delle autrici donne (59%) lavora negli USA, mentre dal Regno Unito provengono solo il 9% delle autrici donne (dall’Italia lo 0,8%). Lo stesso discorso vale per il comparto uomini ma in modo meno marcato. In questo caso, infatti, gli USA sono al 48,4% e il Regno Unito al 14,2% (l’Italia è all’1,8%). Essere una ricercatrice che lavora negli USA sembra quindi dare una maggiore probabilità di pubblicare un articolo scientifico in prima o ultima posizione.

Un dato interessante e quasi inaspettato è che quasi la metà dei paper analizzati ha come prima o ultima firmataria una donna (48%) e, nonostante ci sia molta variabilità (si passa dal 58% di JAMA al 40% di JRSM), nessuna rivista scende sotto il 40%. Scorporando i dati emerge che le donne sono prime firmatarie nel 32% degli articoli e ultime nel 23,5%. Se invece andiamo a guardare quanti articoli hanno prima e ultima firma dello stesso sesso le differenze di fanno rilevanti: per le donne il valore è 7,2% mentre per gli uomini 40,3%, con la maglia nera che va al NEJM dove nessuna donna è sia prima che ultima firmataria (per gli uomini è il 48,6%), seguito da Lancet (4,8% per le donne e 52,4% per gli uomini). Al lato opposto, il più equilibrato è BMJ (21% donne vs 26,3% uomini).

Le cose saranno pure migliorate ma la strada per la parità è ancora lunga.

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