Quando il cuore va in montagna

Molte sono le proposte di viaggi avventurosi sulle Ande, in Asia e sulle Alpi, ma talvolta la tipologia di offerta non è commisurata alle reali condizioni fisiche della persona che si appresta a questo tipo di soggiorno. Degli effetti dell’alta quota sulla salute delle persone abbiamo parlato con Gianfranco Parati, dell’Università Bicocca di Milano e dell’Istituto Auxologico italiano, che con il suo team da oltre un decennio studia questi temi.
Cristina Da Rold, 16 Febbraio 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifica

I soggiorni in montagna, specie i trekking in alta quota, sono oramai una moda, specie fra le offerte che vengono proposte alle persone non più giovani che intendono godersi la desiderata pensione. Molte sono le proposte di viaggi avventurosi sulle Ande, in Asia e sulle Alpi, ma talvolta la tipologia di offerta non è commisurata alle reali condizioni fisiche della persona che il tour operator ha davanti. Per questa ragione, la cosiddetta “medicina di montagna” è estremamente importante per assicurare soggiorni sicuri; fino ad oggi, però, di questo settore della medicina si sapeva poco.
C’è tuttavia chi in Italia da oltre un decennio studia gli effetti dell’alta quota sulla salute delle persone che si recano per brevi periodi in montagna. Si tratta del team di Gianfranco Parati dell’Università Bicocca di Milano e dell’Istituto Auxologico italiano, cha ha pubblicato un volume intitolato Highcare Projects. 11 anni di ricerca in alta quota, che raccoglie i dati scientifici di tutti gli studi effettuati durante spedizioni in alta quota dai gruppi di ricerca dell’Istituto Auxologico Italiano e dell’Università di Milano Bicocca, e che in questi giorni ha pubblicato sulla più prestigiosa rivista di cardiologia mondiale, lo European Heart Journal, le raccomandazioni per un accesso sicuro all’alta quota di pazienti che soffrano di varie cardiopatie. Un lavoro che ha coinvolto 5 Società Scientifiche a valenza internazionale nel quale Parati ha coordinato esperti della materia provenienti da tutto il mondo.
«Il messaggio principale del nostro documento è che non è sempre necessario rinunciare alla montagna anche da anziani o se si soffre di problemi cardiaci. Quello che conta è partire consci delle proprie condizioni fisiche, e valutare caso per caso la possibilità di ascendere in quota sottoponendosi ad adeguati controlli medici prima di partire (per esempio test da sforzo, ecocardiogramma, monitoraggio della pressione 24h se è presente ipertensione arteriosa, esami del sangue, valutazione spirometrica) e seguendo alcune semplici accortezze che noi suggeriamo» spiega a micron Gianfranco Parati.

COSA ACCADE AL NOSTRO ORGANISMO IN ALTA QUOTA?
Con l’aumento dell’altitudine, infatti, si riduce la pressione atmosferica e, di conseguenza, diminuisce la pressione parziale di ossigeno nell’aria, dell’umidità e della temperatura. Si viene, cioè, a creare un ambiente ‘ipossico’ in cui la tolleranza all’esercizio fisico è ridotta, ed è comune la comparsa di una sintomatologia nota come “mal di montagna” (cefalea, nausea, affaticabilità e disturbi del sonno).
Il male acuto di montagna è una condizione patologica benigna, il cui decorso è generalmente favorevole ma, talvolta, può evolvere in forme più gravi, soprattutto in chi è affetto da patologie cardiocircolatorie, come ipertensione o problemi della funzione cardiaca. La riduzione della pressione di ossigeno nel sangue determina attraverso dei meccanismi riflessi, a partenza da speciali sensori localizzati nelle arterie carotidi e nelle arterie cerebrali, un aumento della attività nervosa simpatica. Questo determina a sua volta un aumento della pressione arteriosa polmonare, della pressione arteriosa sistemica e della frequenza cardiaca, una stimolazione del cuore che cambia forza e modalità di contrazione, un irrigidimento delle arterie con un aumento della velocità dell’onda di polso e un aumento della cosiddetta pressione centrale, un aumento del numero di globuli rossi nel sangue con conseguente maggiore densità del sangue, la modifica di alcuni ormoni che possono modificare l’apparato cardiovascolare. Ci può essere acutamente anche una resistenza all’insulina e una alterazione degli scambi di gas a livello polmonare che, di solito, migliora con l’adattamento ma che può peggiorare in soggetti predisposti sino a portare ad una grave complicanza quale l’edema polmonare da alta quota. Un peggioramento del male di montagna può anche portare all’altra complicanza grave della esposizione ad alta quota, l’edema cerebrale.

GLI STUDI REALIZZATI
Le ricerche del team milanese sono iniziate nel 2004 con gli studi Highcare Alps, durati fino al 2010, su volontari sani, sul massiccio del Monte Rosa, a cui ha fatto seguito lo studio Highcare Himalaya, realizzato nel 2008, sempre su volontari sani, sulle pendici del Monte Everest e ancora nel 2012, con Highcare Andes le ricerche sono state estese agli effetti dell’alta quota sulle Ande peruviane, in pazienti che già soffrono di ipertensione arteriosa a livello del mare, per indagare quale fosse la reazione del loro apparato cardiovascolare quando esposti ad ipossia ipobarica, simulando quanto avviene anche ai soggetti ipertesi che si recano in alta quota per svago o per lavoro.
Dal punto di vista farmacologico, i ricercatori hanno osservato che tra i farmaci cardine nella prevenzione e nel trattamento del «mal di montagna rientra un farmaco diuretico, l’acetazolamide, che agisce positivamente sulla pressione nelle 24 ore successive, suggerendo il suo impiego in alta quota, non solo per la profilassi e/o il trattamento del mal di montagna, ma anche per prevenire un eccessivo rialzo pressorio in pazienti ipertesi, soprattutto quelli ad alto rischio».
«Attualmente sono in atto le analisi di due grossi studi», prosegue Parati. «Il primo è Highcare Alps – Mont Blanc, che ha affrontato un aspetto di grande rilevanza sia per la medicina clinica sia per quella del lavoro: ovvero quali siano le modificazioni cardiovascolari e neurologiche che si possono verificare in soggetti che svolgono attività lavorative per lunghi periodi in alta quota. Nel caso specifico, oggetto della valutazione sono stati i lavoratori delle nuova funivia del Monte Bianco.
Highcare Alps Sestriere si pone, invece, l’obiettivo di studiare l’impatto dell’esposizione a quote inferiori a 2.500, di cui, al momento non sono disponibili dati, a cui, paradossalmente si espone il maggior numero di persone, sia per la facilità di accesso, sia perché queste quote “intermedie” sono percepite “non pericolose” anche per i soggetti più delicati per età o per patologie preesistenti. La criticità, tuttavia, consiste nel fatto che, in questi casi, l’esposizione avviene quasi sempre senza acclimatazione e per brevi periodi, caratterizzati spesso da un’attività fisica inusuale rispetto alla vita quotidiana.»

AD ALTISSIMA QUOTA INVECE…
In Highcare Himalaya l’obiettivo era quello di studiare, su volontari sani, le modificazioni della pressione arteriosa durante l’ascesa dal livello del mare verso quote sempre più alte, e capire se la capacità di alcuni farmaci antipertensivi di ridurre la pressione arteriosa veniva mantenuta in queste condizioni. «I dati raccolti hanno mostrato che, mentre ad alta quota l’antagonismo dei recettori della angiotensina II è efficace e ben tollerato, l’altissima quota può interferire con gli effetti dei farmaci cardiologici, in questo caso il bloccante del recettore dell’angiotensina Telmisartan, e quindi comprometterne l’efficacia» spiega Parati. «L’effetto ipotensivo del farmaco osservato a livello del mare infatti si è mantenuto a 3.400 metri, ma è scomparso quando è stata raggiunta l’altitudine di 5.400 metri».

MONTAGNA SICURA? ECCO LE REGOLE DA SEGUIRE
«La prima regola che vale per tutti per prevenire i suddetti problemi è non ascendere troppo velocemente. Se si pensa di soggiornare in quota per più di 6-7 ore, è opportuno salire progressivamente. Se possibile trovare un posto ove dormire un poco più in basso, dato che di notte la saturazione di ossigeno nel sangue diventa minore per l’insorgere di apnee nel sonno. Inoltre, una volta raggiunta la quota non effettuare attività fisica intensa immediatamente, ma prendersi un periodo di riposo e acclimatazione di almeno 24 ore», precisa Parati.
«Durante le spedizioni alle vette delle catene montuose più elevate una delle tecniche più efficaci per acclimatarsi è quella di fare la spola fra i campi piazzati a differenti quote. Ad esempio, dal campo base si raggiunge il campo numero due, e si ridiscende al campo uno, dove si pernotta; il giorno seguente si sale al campo tre per poi ridiscendere e pernottare al campo due; e così via.»
Se siamo in buone condizioni generali e i controlli di salute routinari non evidenziano patologie, gli effetti della montagna non rappresentano un problema nella stragrande maggioranza dei casi. Se invece il nostro cuore non è particolarmente in forma, in particolare in presenza di precedenti infarti o ischemie, che hanno reso necessarie procedure di rivascolarizzazione come angioplastica, bypass, etc, gli esperti consigliano di attendere almeno sei mesi prima di considerare ascese in quota, e di valutare la stabilità delle condizioni cliniche dopo tali interventi. Occorre attenzione anche in presenza di una insufficienza cardiaca, di ipertensione polmonare, di cardiopatie valvolari o di cardiopatie congenite, e dopo eventi cerebrovascolari.
«Infine, se si sta assumendo una terapia – continua Parati – è bene valutare caso per caso se questa vada modificata in quota su consiglio del proprio medico e/o di uno specialista esperto in medicina di montagna. Questo è il caso soprattutto per pazienti caratterizzati da un elevato rischio cardiovascolare, per i quali una destabilizzazione in quota potrebbe rappresentare un problema. Insomma, il messaggio centrale è che se non siamo accorti in montagna le conseguenze per la nostra salute possono essere anche importanti, ma dal momento che ognuno di noi vive condizioni fisiche differenti, la parola chiave è personalizzazione. È necessario quindi consultare sempre il proprio medico e pensare a una serie di accortezze personalizzate, su misura per la persona e in relazione al luogo che intendiamo visitare».

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