Quando la varietà fa la differenza

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che le barriere coralline godono di una salute migliore se vi nuota un gran numero di pesci brucatori di alghe. Una nuova ricerca, condotta lungo la costa della Repubblica Dominicana, ha evidenziato l’importanza che in questo contesto riveste - oltre alla quantità – la loro biodiversità, oggi messa a dura prova anche dalla pesca.
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Con i loro colori sgargianti sono uno degli spettacoli della natura più amati e ricercati dai turisti. Ma i pesci pappagallo e i pesci chirurgo che popolano le barriere coralline sono soprattutto voraci divoratori di alghe: liberano spazio consentendo ai giovani coralli di crescere. Sono quindi fondamentali per la salute della barriera, ma per assolvere al loro dovere devono essere in tanti e di molte specie diverse. Ci vuole quindi una buona biomassa e una buona biodiversità. Scontato? Non secondo i ricercatori del Bigelow Laboratory for Ocean Sciences, che hanno appena pubblicato su Science Advance i risultati del loro studio condotto sulle barriere coralline dei Caraibi.
Fino a oggi, infatti, moltissimi studi scientifici hanno dimostrato e confermato che questi delicati ecosistemi godono di una salute migliore se tra i coralli nuota un gran numero – un’alta biomassa – di pesci brucatori di alghe. Ma cosa ne è della varietà, una specie vale l’altra? O la biodiversità di Acanthuridi e di Scaridi – questi i nomi delle famiglie di pesci chirurgo e pesci pappagallo, rispettivamente – influisce sulla salute delle barriere coralline?
Per trovare una risposta su ampia scala, il team di ricerca ha studiato 10 barriere coralline distribuite su più di 1.000 chilometri lungo la costa della Repubblica Dominicana. Utilizzando telecamere subacquee, per ogni sito, il gruppo è riuscito a valutare la quantità e la biodiversità dei pesci brucatori, la loro taglia, la quantità di morsi e beccate date alle alghe da ognuno di loro, il numero di coralli giovani e giovanissimi presenti sulla barriera corallina, l’abbondanza di alghe e il modo in cui i pesci hanno contribuito a ridurla in modo significativo.
Le telecamere subacquee sono lo strumento migliore in questi casi: sono meno invasive, non spaventano i pesci come farebbe inevitabilmente la presenza di un sub, e consentono stime più accurate e dettagliate. A guidare il lavoro di campo, condotto in due settimane nel maggio del 2017, è stato Douglas Rusher del Bigelow Laboratory, che ha spiegato: «Soffermarsi sulle singole barriere coralline è come studiare i singoli pezzi del puzzle. Solo valutando le varie barriere coralline di un’intera regione, abbiamo potuto stabilire che la biodiversità dei pesci brucatori ha effettivamente un ruolo importante nel far posto a nuovi coralli».
I risultati elaborati hanno dunque evidenziato come non sia solo l’abbondanza numerica di pesci che si nutrono di alghe, ma anche la loro biodiversità a garantire la buona salute delle barriere coralline. Detto in altre parole: un branco di 50 pesci erbivori della stessa specie, non fa il lavoro di 50 pesci erbivori di specie diverse. Del resto, in ogni ecosistema ciascuna specie ha il suo ruolo e la sua nicchia trofica, e lo stesso vale per le barriere coralline. I pesci pappagallo e i pesci chirurghi brucano le alghe, le raschiano via, mantenendo la barriera corallina pulita e favorendo l’insediamento di nuovi piccoli coralli.
Quest’attività è particolarmente importante dopo violenti uragani o quando avvengono eventi di sbiancamento per il surriscaldamento dell’oceano. In entrambi i casi le alghe possono prendere il sopravvento: le condizioni per la loro crescita sono ideali, con acque più calde e ricche di nutrienti portati dai fiumi ingrossati. Ed è proprio in questi momenti che il ruolo di questi pesci è decisivo: specie diverse preferiscono consumare alghe differenti e questo significa che una maggiore biodiversità tiene a bada la proliferazione di alghe in modo più efficiente.
Purtroppo però le barriere coralline della Repubblica Dominicana sono particolarmente minacciate da questi fenomeni: gli uragani sono frequenti e, con la pressione del turismo in crescita, i coralli del paese sono diminuiti in media dell’80% negli ultimi 40 anni. Al loro posto sono cresciute le alghe.
A complicare le cose, infatti, c’è anche la mancanza di biodiversità tra i pesci brucatori, dovuta in parte agli stessi eventi estremi e in buona sostanza alla pesca, che per molte popolazioni locali è la principale fonte di sostentamento. I pesci pappagallo sono tra le specie più prelibate e alcune vengono pescate più altre, intaccando così la biodiversità ittica della barriera. Purtroppo, persino i piani di gestione della pesca nei mari tropicali lungo le barriere coralline non tengono conto di quest’aspetto: spesso sono strutturati in modo da tutelare una biomassa complessiva, piuttosto che la diversità di questi pesci brucatori di alghe. E i risultati sono evidenti: i pesci pappagallo di grossa taglia, che contrastano maggiormente la crescita delle alghe, oggi sono rari o addirittura assenti in molte località della barriera corallina della Repubblica Dominicana.


large stoplight parrotfish (Sparisoma viride)Large stoplight parrotfish (Sparisoma viride)

I pesci pappagallo blu come Scarus coeruleus e Scarus coelestinus, grandi circa 50 centimetri, o il pesce pappagallo arcobaleno (Scarus guacamaia) lungo fino a un metro, sono stati estirpati dalla maggior parte della barriera nell’ultimo secolo e infatti risultano assenti in tutte le registrazioni effettuate dal team. Altre specie, invece, come Sparisoma viride e Scarus vetula, sono ormai rari sui reef dove la pesca è più intensiva e si trovano solo in poche località. Impressionante è il caso di Torre Bahia: a provvedere alla rimozione delle alghe in questa località c’è solo il pesce pappagallo Scarus iseri. La barriera in condizioni migliori sembra invece quella di Banco Cuadrado, che ospita sette specie di brucatori di alghe: cinque pesci pappagallo appartenenti al genere Scarus e Sparisoma e due specie di pesci chirurgo.
La riduzione della biodiversità interspecifica, del numero di specie che assolve all’incirca lo stesso ruolo, in questo caso ha drammatiche conseguenze ecologiche. L’unica soluzione sembra essere puntare sul binomio quantità e qualità, rivedendo i piani di gestione della pesca, anche perché – avvertono i ricercatori – il loro studio potrebbe persino sottovalutare l’impatto della perdita di biodiversità.

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