Quella “mazza da hockey” che ci ha aperto gli occhi

Lo abbiamo visto sicuramente decine e decine di volte, da quando nell’aprile del 1998 apparve per la prima volta su Nature: un semplice grafico che indicava una catastrofe climatica imminente. L’autore di quel grafico è Michael E. Mann al quale, insieme al climatologo Warren M. Washington, è stato oggi assegnato il Tyler Prize for Environmental Achievement, considerato “il Nobel per l’ambiente”.
Francesca Buoninconti, 12 Febbraio 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Lo abbiamo visto sicuramente decine e decine di volte, da quando nell’aprile del 1998 apparve per la prima volta su Nature. Alla pagina 783 del numero 392, nero su bianco, un semplice grafico indicava una catastrofe climatica imminente. La temperatura media del globo – in particolare l’articolo si riferiva all’emisfero nord – per circa mezzo millennio si era mantenuta stabile. Ma stava salendo a un ritmo mai visto prima, si impennava a mo’ di “mazza da hockey”. E avrebbe continuato a crescere, così come il vespaio di polemiche scatenatosi alla vista del grafico, perché il colpevole del cataclisma climatico in pratica era stato smascherato. Il riscaldamento globale del XX secolo era dovuto alle emissioni di anidride carbonica, dunque alle attività umane.
L’autore di quel grafico è Michael E. Mann e, insieme al climatologo afroamericano Warren M. Washington, ha appena ricevuto il Tyler Prize for Environmental Achievement, considerato “il Nobel per l’ambiente”. Il premio svedese, infatti, non comprende tutte le discipline scientifiche. Regina delle escluse è la matematica, ma anche le scienze ambientali e la climatologia sono entrate solo di rado nella storia del più antico e importante riconoscimento a livello mondiale.
Dunque il Tyler Prize, con i suoi 200.000 dollari e l’immancabile medaglia, sopperisce in parte all’ingiustificata assenza nel premio Nobel di un tema che si fa sempre più centrale nel dibattito politico e sociale. Istituito nel 1973 dall’University of Southern California, il riconoscimento può forse suonare nuovo a molti. Ma tra le fila dei suoi premiati ci sono alcuni degli uomini di scienza più conosciuti e celebrati dal grande pubblico: l’antropologo Jared Diamond, il padre della sociobiologia e della biogeografia insulare nonché due volte premio Pulitzer Edward Wilson, e le uniche due “Trimates” ancora in vita: le primatologhe Jane Goodall e Birutė Galdikas. Mentre tra gli scienziati meno noti ai più, ma che hanno lasciato il segno, ci sono Thomas Lovejoy che per primo introdusse il termine “biodiversità”, Eugene P. Odum che diede all’ecologia dignità di scienza, o ancora Mario Molina, scopritore del “buco nell’ozono”.
Oggi, all’elenco degli oltre 70 studiosi che hanno ricevuto l’onorificenza si aggiungono Warren Washington e Michael Mann “due eminenti scienziati, che non solo hanno migliorato la nostra conoscenza dei cambiamenti climatici, ma hanno anche dimostrato coraggio e impegno eccezionali”. Questa la motivazione per Julia Marton-Lefèvre, ex direttrice generale dell’Unione internazionale per la conservazione della natura – IUCN, oggi a capo del comitato del premio.
L’afroamericano Washington, oggi 82enne, è stato il primo a intuire le potenzialità dei computer per prevedere l’andamento del clima terrestre. Negli anni Sessanta, infatti iniziò a elaborare il primo modello computerizzato del clima terrestre, migliorandolo anno dopo anno e integrando i dati del riscaldamento atmosferico con quello degli oceani, con la variazione dei livelli del ghiaccio marino ai poli e l’aumento di anidride carbonica in atmosfera. Solo grazie al lavoro pioneristico di Washington questi modelli computerizzati hanno consentito agli scienziati di prevedere l’impatto del riscaldamento globale e sono stati determinanti per la stesura degli ultimi rapporti di valutazione dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), grazie ai quali il foro scientifico ha ricevuto il Premio Nobel per la Pace per l’impegno profuso nel diffondere le conoscenze sui cambiamenti climatici.
Washington è stato per oltre 40 anni sinonimo di avanguardia nel campo, uno dei punti di riferimento nel campo della modellizzazione del clima e sugli scenari futuri. Gran parte di ciò che sappiamo sul sistema climatico della Terra e sulla modellizzazione del clima è direttamente riconducibile al suo lavoro e proprio per questo è stato chiamato a consigliare ben sei presidenti americani in materia di cambiamento climatico: da Reagan ad Obama, passando per Clinton e i due Bush.
Anche la carriera di Mann ha avuto un risvolto patinato: lo scienziato è diventato il punto di riferimento di attori e presentatori del grande e piccolo schermo impegnati pubblicamente per il climate change come Leonardo Di Caprio e Bill Nye. Ma a differenza di Washington, Mann ha ricevuto attacchi pesantissimi e una pressione considerevole da quando ha pubblicato il famoso studio con il grafico che inchiodava l’umanità alle proprie responsabilità, prime tra tutti i grandi gruppi petroliferi.
Per ricostruire il clima terrestre e la sua evoluzione negli ultimi 500 anni Mann utilizzò un quantitativo di dati impressionante, dai risultati dei carotaggi nel ghiaccio, alla dendrocronologia fino ai sedimenti lacustri. I suoi risultanti erano schiaccianti e – sia chiaro – il 99% della letteratura scientifica prodotta fino a oggi in materia attribuisce il cambiamento climatico alle attività antropiche. Ma nonostante la base solidissima su cui poggiava la sua ricerca, in molti iniziarono a screditarlo come potevano. Non negavano che il riscaldamento fosse reale, come Trump, ma che fosse davvero colpa dell’uomo e quindi, per lo più, dell’industria del petrolio. Si dichiaravano “scettici”: il riscaldamento c’è, ma non è così improvviso, è già successo in altre epoche, non dipende dall’uomo è un evento naturale e simili cialtronerie. Oggi li chiamiamo negazionisti.
Vent’anni fa, dunque, Mann fu costretto a rispondere ad attacchi politici e legali, sfociati poi nella vicenda del “Climategate” una decina di anni fa. Nel novembre 2009, infatti, il server dell’Università dell’Est Anglia venne attaccato da un hacker che riuscì a trafugare migliaia di file, compreso l’archivio e-mail di alcuni ricercatori del Climate Research Unit (CRU), un ente di ricerca che raccoglie e analizza i dati sulla temperatura della Terra. Alcuni estratti di queste mail, frasi monche e spezzate, finirono in rete alimentando bufale sul cambiamento climatico e la visibilità dei negazionisti climatici. Mann ha risposto duramente agli attacchi e, invece di chiudersi in laboratorio, si è prodigato per far conoscere a quante più persone possibili i suoi risultati. E si è dimostrato un ottimo comunicatore, capace di divulgare in prima persona temi così complessi e importanti, quanto di consigliare personalità più conosciute sul come affrontare questa questione.
Dopo 20 anni di battaglie, il 3 maggio, Mann riceverà il Tyler Prize a San Francisco, insieme al collega Washington. Una piccola grande medaglia per averci aperto gli occhi.

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