Questione di feedback

Perché, a volte, nonostante prove schiaccianti, è così difficile convincere qualcuno che la Terra non è piatta o che il cambiamento climatico è davvero causato dall'attività umana? Secondo un nuovo studio, il meccanismo responsabile non sarebbe tanto la mancanza di comprensione, quanto il 'feedback' che si riceve quando si sostengono opinioni "controverse" (per non dire completamente contrarie alla logica).
Stefano Pisani, 13 Settembre 2018
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

I social non sono solo un mondo fatto di gattini, petizioni indignate e fake news ma sono anche fatti di complottismi vari. Ma perché, a volte, nonostante prove schiaccianti, è così difficile convincere qualcuno che la Terra non è piatta o che il cambiamento climatico è davvero causato dall’attività umana?
Secondo un nuovo studio, il meccanismo responsabile non sarebbe tanto la mancanza di comprensione, quanto il “feedback” che si riceve quando si sostengono opinioni “controverse” (per non dire completamente contrarie alla logica). Ottenere reazioni positive o negative verso qualcosa che si dice, infatti, avrebbe una maggiore influenza sul pensiero rispetto all’evidenza e al ragionamento.
Secondo la ricerca dell’Università della California di Berkeley, dunque, trovarsi circondati da persone che la pensano come te, rafforzerà la tua convinzione, per quanto (anche oggettivamente) stramba possa essere. Ricevere un buon feedback, inoltre, incoraggia anche a credere di sapere più di quanto effettivamente si sappia: più si è sicuri che una certa posizione sia giusta, meno è probabile che si prendano in considerazione altre opinioni o, peggio, dati scientifici inoppugnabili.
Gli scienziati, come si legge sulla rivista Open Mind, hanno reclutato oltre 500 volontari a cui è stata mostrata una serie di forme colorate. All’apparire di ogni forma, ai partecipanti è stato chiesto se si trattasse di una ‘Daxxy’ – una parola inventata appositamente per questi esperimenti. I soggetti non avevano idea di cosa fosse o non fosse una ‘Daxxy’, ma ricevevano un riscontro dopo essersi pronunciati: il sistema diceva loro se la forma che stavano guardando era o meno una ‘Daxxy’. Allo stesso tempo, è stato loro chiesto quanto fossero sicuri di cosa fosse davvero una ‘Daxxy’.
Gli esperimenti hanno mostrato che i feedback ottenuti, in particolare quelli ricevuti verso la fine dei test, avevano più peso di qualunque altra prova concreta: questo meccanismo potrebbe applicarsi anche in senso lato, all’apprendimento di qualcosa di nuovo o al tentativo di stabilire una differenza tra ciò che è giusto ciò che è sbagliato.
Mentre in questo caso i partecipanti allo studio stavano cercando di identificare una forma inventata, gli stessi processi cognitivi potrebbero entrare in gioco quando sui social media si cerca di arrivare alla verità circa questioni (più o meno) aperte, che vengono messe in discussione e che sono oggetto di opinioni variamente e costantemente rafforzate.
«Se segui una teoria anche folle che per un paio di volte, magari, ti fa fare una previsione corretta e quindi ricevi un feedback positivo, puoi rimanere bloccato nella convinzione di quel momento e potresti non essere interessato a raccogliere più informazioni», scrivono gli scienziati. Quindi, se si pensa ad esempio che le vaccinazioni siano dannose, il nuovo studio suggerisce che ci si potrebbe basare sui feedback più recenti ricevuti circa le proprie opinioni, piuttosto che sull’evidenza complessiva delle prove scientifiche a disposizione.

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