Ricette per il cambiamento

“Cambiamenti” è il tema scelto quest’anno dal Festival della Scienza di Genova, che si tiene dal 25 ottobre al 4 novembre. Con l’occasione, abbiamo incontrato Chef Rubio e l'antropologo dell’alimentazione Giovanni Ballarini per parlare dei cambiamenti climatici e dei loro effetti sul sistema alimentare.
Andrea Rubin, 01 Gennaio 2018
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Sociologia, Comunicazione della Scienza

Uomini e donne di tutto il mondo, unitevi! Il cambiamento climatico metterà a rischio la birra. Un recente studio apparso su Nature Plants ha individuato nell’aumento delle temperature e nella desertificazione, le principali difficoltà per la coltivazione dell’orzo e, conseguentemente, la produzione della diffusissima bevanda. È solo l’ultimo, in ordine di tempo, degli allarmi che giungono rispetto agli effetti che i cambiamenti climatici stanno inducendo sull’alimentazione umana. Già nel 2017, un altro studio apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS) mostrava come i cambiamenti climatici avranno un effetto negativo sulle colture fondamentali per la vita dell’uomo, in particolare grano, risoe mais.
Nel mondo, infatti, sono moltissime le colture a rischio a causa dell’aumento delle temperature o a seguito dei repentini cambiamenti dell’ecosistema che interessano il pianeta, eppure tutto questo non sembrano essere al primo posto nell’agenda politica dei potenti del mondo.
«Il cambiamento climatico è inevitabile. Qualsiasi intervento decidessimo di fare ora, è già troppo tardi. Dobbiamo considerarla una realtà da affrontare».
La pensa così Giovanni Ballarini, antropologo dell’alimentazione e Presidente onorario dell’Accademia Italiana della Cucina. Un’interpretazione che pare lasciare poche speranze. Come ricordato da un altro celebre antropologo, Bruno Latour, la natura è stata troppo a lungo considerata come mera realtà esterna da dominare e non, invece, come una componente costitutiva della vita sociale e politica. Nessuna Apocalisse, però. «In passato il clima era diverso e, di conseguenza, anche le coltivazioni erano differenti. Ciò che c’è di differente nei cambiamenti che ci troveremo ad affrontare è la repentinità con cui avvengono e con cui dovremmo adeguarci» ricorda Ballarini, aggiungendo che non ci resterà che «adattare le nostre produzioni al nuovo clima».
Si tratta di trasformazioni che ridisegneranno non solo le culture tradizionali dei vari Paesi ma anche gli equilibri geopolitici e finanziari degli Stati. Il cibo, dopo il petrolio, è il secondo bene più commercializzato a livello mondiale e i cambiamenti climatici muteranno inevitabilmente anche gli equilibri commerciali. Ciò comporterà la ridefinizione del ruolo di alcuni Paesi che diventeranno i principali produttori di fondamentali colture alimentari come grano, mais o riso. «In futuro», prosegue l’antropologo, «impareremo a produrre e ad alimentarci con prodotti che non fanno parte della nostra tradizione ma questo non deve spaventarci troppo». Già in passato la cucina europea è cambiata e si è adattata a nuovi prodotti: melanzane, pomodori, patate, peperoni, zucche, cacao, tacchino o il mais sono tutti prodotti che sono entrati a far parte della dieta europea dopo la scoperta dell’America. Prima del XVI secolo, nessun europeo aveva gustato questi prodotti. «Non dobbiamo spaventarci neppure dall’idea di dover mangiare bistecche prodotte in vitro o insetti», prosegue Ballarini. «Ciò che è importante ricordare è che ogni prodotto alimentare è frutto di una reinterpretazione culturale. Si pensi al riso: non è certamente un prodotto originario del territorio italiano ma, una volta entrato nella nostra cucina diventa quel magnifico piatto che è il risotto. E così, anche il mais. In America viene trasformato in tacos o tortilla mentre una volta giunto in Italia diventa la polenta. Non è da escludere che ciò avvenga anche con le nuove colture che arriveranno a causa del mutamento del clima».
Se gli effetti sulla filiera alimentare non sono da sottovalutare, a preoccupare maggiormente sono soprattutto gli effetti sociali.
Secondo il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP), solo in Africa, nel 2060 ci saranno circa 50 milioni di profughi climatici. Lo conferma anche il Global risk report 2018, secondo cui “la temperatura in aumento, la siccità e le ondate di calore aumentano i pericoli per l’agricoltura globale, e quindi per la produzione di cibo, con lo spettro di nuove e importanti carestie e, di conseguenza, di flussi migratori forzati, non volontari”. Tuttavia, commenta Ballarini, «le migrazioni non è detto che siano la risposta sociale prevalente al climate change» e per l’Africa potrebbero addirittura aprirsi nuove opportunità.
Per arginare il fenomeno delle migrazioni e per sensibilizzare le popolazioni locali di alcuni Paesi già maggiormente colpiti da fenomeni di cambiamento dell’ecosistema, le Nazioni Unite hanno comunque istituito un Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (International Fund for Agricultural Development – IFAD).
«Agronomi e scienziati si recano già in diversi Paesi e aiutano le popolazioni locali ad adattare le proprie colture alla nuova situazione: vanno in loco e mettono la popolazione, spesso impreparata, difronte alla realtà. Forniscono mezzi e conoscenze per sostituire con nuove piantagioni quelle coltivate in quei territori fino a poco tempo fa e che ora sono inadeguate» ci spiega chef Rubio, celebre personaggio televisivo che è stato recentemente coinvolto in un progetto IFAD in Guatemala. Lo chef sarà tra gli ospiti del Festival della Scienza di Genova dove, in anteprima per l’Italia, presenterà il video prodotto da IFAD che testimonia la sua esperienza con i contadini delle zone rurali di Cobàn, nel Dipartimento di Alta Verapaz, e che verrà anche presentato a un pubblico internazionale durante la prossima conferenza mondiale sul clima, Cop24, in programma il prossimo 3-14 dicembre in Polonia.
«In breve tempo il territorio guatemalteco si è trovato a dover affrontare quelle che fino a pochi anni fa erano impensabili piogge monsoniche e altri cambiamenti che hanno trasformato completamente l’ecosistema» ha detto Rubio. Il Guatemala, infatti, è uno dei punti del pianeta dove si sono già verificati drastici e rapidi cambiamenti che hanno costretto le popolazioni locali  (nella zona risiedono i Q’eqchi, discendenti dei Maya), a cambiare le loro coltivazioni tradizionali come cacao, caffè, mais o peperoncino.
Difficile, tuttavia, anche per organismi internazionali, operare in contesti nazionali come il Guatemala dove, soprattutto nell’era Trump, «la situazione geopolitica non è delle migliori a causa dell’influenza esercitata dagli USA» ammonisce Rubio che ricorda, però, come «il governo guatemalteco abbia tuttavia “dato l’ok” a questa cooperazione internazionale».
Rubio conclude con un’osservazione e un monito sulla situazione italiana. «Viviamo, anche in Italia, in un ecosistema danneggiato dall’ignoranza dell’uomo. Ci stiamo distruggendo da soli esclusivamente per gli interessi economici e la classe politica italiana non sembra sufficientemente impegnata su questo frangente». Una posizione che pare condivisa anche da Ballarini che osserva come l’Italia sia «in ritardo rispetto a delle iniziative realmente efficaci nel contrastare i cambiamenti dell’ecosistema». L’antropologo ci tiene nuovamente a rassicurare: «Nessun allarmismo ma occorre organizzarsi». Alla svelta, però.

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