Salute: l’importanza di sostenere la prima infanzia

Nei primi mille giorni c’è il destino di una vita, in termini di salute e di sviluppo cognitivo. Una serie di articoli pubblicati su The Lancet fa il punto sull’importanza delle politiche di sostegno alla prima infanzia. E il punto è che sostenere i bambini è fondamentale. Per gli individui, e anche per le nazioni. Tutte, non solo quelle più povere.
Tina Simoniello, 17 Ottobre 2016
Micron
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Giornalista freelance

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I primi mille giorni nella vita di un essere umano non sono come gli altri giorni. In quel tempo lì, che gli esperti fanno partire dal momento del concepimento, ci si gioca molto, molto di più di quanto non si faccia nel resto nell’esistenza. Quei mille giorni sono cruciali per il raggiungimento del pieno potenziale di sviluppo di ognuno di noi, fisico ma anche cognitivo. Neanche tre anni di vita, per raggiungere un livello di salute, in tutti i sensi, che segna per il resto della vita. Eppure nel mondo 249,4 milioni, il 43% dei bambini nei Paesi a basso-medio reddito, è a rischio di scarso sviluppo a causa della povertà estrema, di mancanza di cure e di scarse condizioni igieniche. Nell’Africa Sub-Sahariana lo è il 66% dei bambini, il 65% nell’Asia Meridionale e il 18% nei Caraibi e Sud America.
Ecco, questi numeri rappresentano il dato di partenza, e forse il più forte, tra i molti che apprendiamo scorrendo la serie di articoli dal titolo Advancing Early Childhood Development: from Science to Scale, pubblicata questa settimana da The Lancet. Un pacchetto, per così dire, di interventi alla cui elaborazione hanno partecipato decine di autori e oltre 20 istituzioni e che, non a caso – leggiamo in uno dei commenti che corredano la serie – esce proprio alla vigilia del primo Human Capital Summit: Investing in the Early Years for Growth and Productivity, il mega-meeting ospitato dalla World Bank di capi di stato e ministri dell’economia di Paesi ad alto reddito per discutere di programmi di sviluppo e contro la malnutrizione cronica.

IL COSTO INDIVIDUALE E NAZIONALE DELL’INAZIONE
250 milioni di bambini, dunque, sono oggi a rischio di mancato sano sviluppo fisico e cognitivo. Ma cosa significa questo in termini di futuro? È stato stimato che non raggiungere il proprio potenziale nei primi anni di vita può far perdere fino a un quarto della capacità di guadagno nella vita adulta. Ma il problema non è solo degli individui, dei bambini in questo caso. Il fatto è che quando si tratta di infanzia si tratta di futuro, di tempi lunghi e di spese lunghe nel tempo. Un Paese che non riesce a promuovere e sostenere un pieno ed equilibrato sviluppo della popolazione pediatrica, insomma, prima o poi paga. Quanto? Complessivamente anche fino al doppio della spesa nazionale destinata alla salute.
Dunque avviare politiche di sostegno della prima infanzia conviene a tutti: ai singoli e ai sistemi sanitari. Ma cosa significa sostenere? E cosa si intende per supportive environment, per dirla all’anglosassone? La sudafricana Linda Richter, dell’Università di Witwatersrand, così riassume: «La chiave per assicurare loro (ai bambini) il successo è una politica delle priorità, una legislazione e finanziamenti di programmi di sviluppo della prima infanzia, che sostenga la cura, per esempio garantendo congedi paterni e materni retribuiti, istruzione prescolare gratuita e sostegno dell’allattamento al seno”. In una nota rilasciata da The Lancet, vengono riportati alcuni esempi di azioni provatamente efficaci per la costruzione di un ambiente che sostenga il pieno sviluppo. Nell’elenco c’è infatti l’educazione gratuita, in particolare quella prescolare che dovrebbe includere la nutrizione. In pratica, almeno un pasto al giorno garantito: oggi lo è nel 43% dei Paesi, e solo per un anno mentre i due anni raccomandati vengono offerti soltanto da 40 stati. Un terzo dei Paesi ricchi (dove pure non tutti sono ricchi…)  non prevede né uno né due anni di pre-scuola gratuita. Fondamentali nelle politiche di supporto sono i congedi parentali: un diritto che alle madri è garantito ovunque tranne che in 8 Paesi, e in genere per almeno 12 settimane (naturalmente, però, questo diritto è negato alle donne che lavorano nel sommerso). Solo 77 Paesi nel mondo prevedono una qualche forma di congedo parentale per i padri. È una buona politica favorire l’allattamento al seno, che riduce il rischio di malattie. 139 Paesi lo garantiscono alle lavoratrici per almeno 6 mesi (anche in questo caso parliamo di lavoratrici con contratti di lavoro legali). Infine, nell’elenco è compreso anche il salario minimo ai genitori.

RICCHI E POVERI
Come dicevamo, e ribadiamo, nei Paesi ricchi non tutti sono ricchi. Per non dire che sostenere l’infanzia non è sempre questione strettamente economica. O almeno non è sempre solo economica. A questo riguardo Margaret Chan, direttore generale dell’Oms, Anthony Lake, executive director UNICEF e Keith Hansen, vice presidente dello Human Development della World Bank, in una nota di commento scrivono: «L’agenda della prima infanzia è veramente globale, perché la necessità non si limita ai paesi a basso reddito. Sono a rischio anche i bambini che vivono in famiglie disagiate e a medio reddito e in paesi ricchi». Aggiungendo però l’importanza delle priorità: «In termini di orientamento dei nostri investimenti dobbiamo dare la priorità alle popolazioni che ne hanno più bisogno, come le famiglie e i bambini in condizioni di povertà estrema e coloro che necessitano di assistenza umanitaria. Oltre a questo, dobbiamo costruire sistemi più resilienti nelle comunità più vulnerabili per mitigare l’influenza distruttiva di disastri naturali, fragilità, conflitti e violenza».
Misura e priorità degli interventi di sostegno sono quindi diverse: il quanto e il quando insomma varia, deve farlo. Ma il problema dell’infanzia è un problema globale. Esattamente come il futuro.

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