Scuola, quando l’arte fa bene alla scienza

Incorporare arti come il rap, la danza e il disegno nelle lezioni di scienze potrebbe aiutare gli scolari che hanno un rendimento inferiore ad imparare più nozioni e, in generale, gli studenti a diventare più creativi nel loro apprendimento. I risultati di uno studio della Johns Hopkins University, che supportano l'idea di un’integrazione più ampia delle arti nel sistema didattico.
Stefano Pisani, 16 Marzo 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

Incorporare arti come il rap, la danza e il disegno nelle lezioni di scienze potrebbe aiutare gli scolari che hanno un rendimento inferiore ad imparare più nozioni e, in generale, potrebbe rivelarsi un ottimo metodo per far diventare tutti gli studenti più creativi nel loro apprendimento.
A dirlo, un nuovo studio realizzato dalla Johns Hopkins University. I risultati della ricerca sono stati pubblicati recentemente sulla rivista Trends in Neuroscience and Education e supportano l’idea di un’integrazione più ampia delle arti nel sistema didattico. «Il nostro studio fornisce ulteriori prove del fatto che le arti sono assolutamente necessarie nelle scuole. Il mio auspicio è che questi risultati possano ridurre le preoccupazioni che le lezioni basate sulle arti non siano efficaci nell’insegnamento delle discipline scientifiche» ha spiegato Mariale Hardiman, vicepreside degli affari accademici presso la School of Education della Johns Hopkins University e primo autore dello studio.
Mentre ricerche precedenti mostravano già che l’insegnamento delle arti era in grado di migliorare i risultati scolastici degli studenti e di potenziarne la memoria, non era chiaro il meccanismo che stava dietro questi benefici: era l’esposizione generale alle arti, il trattamento “artistico” di una lezione, oppure una combinazione di queste due opzioni?  «Quando parliamo di apprendimento, dobbiamo necessariamente fare riferimento al ruolo della memoria.
I bambini spesso dimenticano molto di ciò che hanno imparato a scuola e gli insegnanti si trovano di frequente a dover insegnare nuovamente molti contenuti che hanno in realtà, magari, già introdotto l’anno precedente. Quello che a noi tocca chiederci è: in che modo, esattamente, possiamo insegnare ai ragazzi, affinché possano ricordare di più?» ha aggiunto Hardiman.
In questo studio, il team di ricerca ha cercato di determinare se un piano didattico che prevedesse l’integrazione delle arti nell’insegnamento potesse avere effetti diretti sull’apprendimento, in particolare sulla memoria degli studenti per i contenuti di carattere scientifico.
Durante l’anno scolastico 2013, 350 studenti di 16 classi di quinta elementare in sei scuole di Baltimora e Maryland hanno preso parte allo studio. Gli studenti sono stati assegnati in modo casuale in una delle due coppie di classi: astronomia e scienze della vita, o scienze ambientali e chimica. L’esperimento consisteva in due sessioni, ognuna della durata di tre o quattro settimane, in cui agli studenti veniva fatta per la prima volta una lezione che integrasse arti e disciplina scientifica oppure una convenzionale.
Nella seconda sessione, gli scolari hanno ricevuto invece una lezione di tipo opposto: in questo modo, tutti hanno sperimentato entrambi i tipi di lezione e tutti gli undici insegnanti hanno insegnato in entrambe le modalità.
Esempi di attività nelle classi in cui le arti venivano integrate nella lezione scientifica includono il rap o i disegni per imparare termini tecnici o la progettazione di collage per distinguere cose viventi e non viventi.
Durante le lezioni convenzionali si svolgevano invece attività standard come la lettura a voce alta di paragrafi di testi con specifiche parole in un gruppo e il completamento di fogli di lavoro.
Il team di ricerca ha analizzato quanto i vari contenuti fossero assimilati e ritenuti dagli studenti mediante test preliminari e test ex-post somministrati subito dopo e dieci settimane dopo la conclusione dello studio. La valutazione dei questionari ha fatto emergere che gli studenti che si trovavano a un livello di lettura di base riuscivano a ricordare meglio le parole apprese durante le lezioni integrate con le attività artistiche: queste, infatti, li aiutavano a ricordare i contenuti più a lungo e, per esempio, i testi pop orecchiabili usati durante le lezioni sembravano radicare più profondamente nel cervello le nozioni imparate.
«Queste evidenze riguardano una sfida chiave e potrebbe rappresentare uno strumento scolastico aggiuntivo che contribuisca a migliorare i risultati di quegli studenti che, per esempio, hanno grandi difficoltà nella lettura – continua Hardiman – perché un curriculum didattico più convenzionale richiede agli studenti di leggere per imparare e se gli studenti non sanno leggere bene, non possono imparare bene».
Il gruppo di ricerca ha anche scoperto che gli studenti che inizialmente hanno partecipato alla sessione di lezioni convenzionali ricordavano soprattutto le nozioni scientifiche apprese nella seconda sessione, quella integrata con le arti. I ricercatori suggeriscono la possibilità che gli studenti sviluppino capacità creative di problem solving nelle lezioni integrate con le arti e che queste possano poi anche essere “spese” in maniera proficua in contesti di insegnamento più tradizionali. «Guardando al futuro – conclude Hardiman – la speranza è che educatori e ricercatori possano esercitare il loro intervento didattico in un senso di pieno sviluppo per espandere e migliorare la comprensione dell’integrazione artistica nelle scuole».

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