Se il raffreddamento riscalda il pianeta

Oggi in tutto il mondo ci sono circa 3,6 miliardi di impianti di raffreddamento, che si prevede arriveranno a 9,5 miliardi entro il 2050. Un aumento che, senza un cambio d’approccio, finirà però per contribuire massivamente al riscaldamento del pianeta. Il programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite ha stilato nuove linee guida per ridurne l’impatto.
Cristina Da Rold, 08 Novembre 2019
Micron
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Giornalista scientifica

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Gli impianti di raffreddamento sono fondamentali per la salute umana, per la produttività, per mantenere i data center e, quindi, per la ricerca scientifica. Ma l’aumento della richiesta di impianti di raffreddamento finirà per contribuire massivamente al riscaldamento del pianeta se non modifichiamo il nostro approccio. Il programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite, avvalendosi di oltre 60 esperti tecnici di tutto il mondo, ha stilato delle nuove linee guida per la produzione di leggi e politiche per ridurre l’impatto di condizionatori e di frigoriferi, sempre più utilizzati nelle economie emergenti. Servono nuovi standard per mettere a punto leggi e politiche che richiedano che i nuovi apparecchi siano efficienti dal punto di vista energetico e utilizzino refrigeranti meno impattanti.

Le Nazioni Unite stimano che se nella sola Africa fossero compiuti sforzi coerenti con le linee guida, entro il 2030 si arriverebbe a un risparmio di 40 terawattora di elettricità, equivalente alla produzione di quasi 20 grandi centrali elettriche e a 3,5 miliardi di dollari in bollette elettriche, con una conseguente riduzione di 28 milioni di tonnellate di emissioni di CO2.

Qualche numero: oggi in tutto il mondo sono in uso circa 3,6 miliardi di apparecchi di raffreddamento, che si prevede arriveranno a 9,5 miliardi entro il 2050. Se, in un mondo in fase di riscaldamento, tali apparecchi fossero accessibili per tutti coloro che ne hanno bisogno e non solo per quelli che attualmente possono permetterseli, si arriverebbe a 14 miliardi entro il 2050: come se ognuno degli abitanti del pianeta ne acquistasse un paio.

I problemi sono due: approvvigionamento energetico e impatto in termini di emissioni. Le unità di raffreddamento in commercio richiedono elettricità e gas refrigerante per funzionare. Quando l’elettricità proviene da centrali elettriche a combustibile fossile, come nel caso di quasi il 75% dell’elettricità nei paesi non OCSE, questi impianti emettono gas a effetto serra e sostanze inquinanti. Il consumo di elettricità varia notevolmente, ma in alcuni mercati non regolamentati gli elettrodomestici di refrigerazione consumano oltre 1.000 chilowattora di elettricità (kWh) all’anno, alcuni anche di più.

A parte il profilo energetico, molti refrigeranti hanno un potenziale di riscaldamento globale mille volte più potente dell’anidride carbonica. In base all’emendamento “di Kigali” al protocollo di Montreal, entrato in vigore il 1° gennaio 2019, i paesi elimineranno gradualmente i refrigeranti a base di idrofluorocarburi, riducendoli di oltre l’80% nei prossimi 30 anni. Secondo le ultime ricerche, passare alle migliori tecnologie di raffreddamento disponibili ridurrebbe le emissioni cumulative di 38-60 gigatonnellate di CO2 equivalente entro il 2030 e di 130-260 gigatonnellate di CO2 equivalente entro il 2050.

Per ottenere il massimo beneficio climatico e di sviluppo dalla transizione del refrigerante, abbiamo bisogno di una strategia combinata che colleghi la riduzione graduale degli idrofluorocarburi richiesta dall’emendamento di Kigali con una migliore efficienza di raffreddamento. Gli standard minimi di prestazione energetica e le etichette energetiche potrebbero fare davvero la differenza, spiegano gli esperti, perché sono fra gli approcci più rapidi ed efficaci per migliorare l’efficienza del prodotto. «Serve un’integrazione delle politiche per una maggiore efficienza di raffreddamento nei più ampi contesti della politica energetica e climatica, e maggiori contributi determinati a livello nazionale dell’Accordo di Parigi» ha affermato Gabrielle Dreyfus, Chief Scientific Advisor, del Kigali Cooling Efficiency Program.

Il problema è infatti che dozzine di paesi non prevedono standard minimi di prestazione energetica ed etichette energetiche, e molti impianti sono obsoleti. Non avere norme fa sì che questi paesi siano un facile mercato (e una comoda discarica) per prodotti che non possono essere venduti altrove.

«Dobbiamo estendere l’accesso al raffreddamento, che è essenziale per molti aspetti della vita umana e per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo sostenibile», ha dichiarato Brian Holuj dell’iniziativa United for Efficiency del Programma ambientale delle Nazioni Unite, e uno dei principali autori delle linee guida. «Ma dobbiamo anche mitigare gli impatti energetici e ambientali. Queste linee guida per la prima volta suggeriscono ai governi come fare».

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