Si allarga in modo preoccupante la “zona morta” del Golfo del Messico

Secondo una recente previsione, la cosiddetta “zona morta” del Golfo del Messico settentrionale - caratterizzata da livelli insufficienti di ossigeno per supportare la maggior parte della vita marina - raggiungerà in questi mesi dimensioni molto maggiori della sua grandezza media. Ma quali sono le cause di questa situazione?
Stefano Pisani, 18 Giugno 2019
Micron
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Giornalista Scientifico

Una recente previsione sulle future dimensioni della “zona morta” nel Golfo del Messico settentrionale mostra che, entro la fine di luglio 2019, quest’area si estenderà per oltre 22.500 chilometri quadrati sul fondo della piattaforma continentale al largo della Louisiana e del Texas. Se questa previsione sarà rispettata, le sue dimensioni saranno del 67% maggiori della sua grandezza media che, con riferimento agli ultimi 34 anni, è stata di 13.536 chilometri quadrati.
Quali sono state le cause di questo peggioramento? Essenzialmente, le piogge di maggio 2019. Il mese di maggio ha infatti chiuso l’anno più piovoso nella storia degli Stati Uniti: forti temporali, tra cui oltre 500 tornado nell’arco di 30 giorni, hanno colpito il Midwest e il Sud, causando inondazioni diffuse in gran parte dei terreni agricoli degli Usa.
E i fertilizzanti industriali usati dagli agricoltori americani e i rifiuti animali che si riversano nei corsi d’acqua durante le piogge e le inondazioni sovraccaricano la crescita di microrganismi, gettando le basi per l’allargamento di una zona morta. Lo scarico idrico insolitamente elevato del fiume Mississippi a maggio, dunque, ha inciso significativamente sulle dimensioni di questa zona morta, che probabilmente diventerà la seconda più grande del mondo, da quando sono iniziate le misurazioni sistematiche nel 1985.
Tecnicamente, le “zone morte” sono corpi idrici che non presentanolivelli di ossigeno sufficientemente alti per supportare la maggior parte della vita marina. Le zone morte sono causate da fattori che riducono l’ossigeno che includono, tra gli altri, l’inquinamento umano. Il processo responsabile della creazione di una zona morta si chiama “eutrofizzazione“: i livelli di ossigeno diminuiscono con l’aumentare della presenza di altri elementi come azoto e fosforo.
La zona morta più grande del mondo è stata individuata lo scorso anno nel Golfo di Oman, a sud dell’Iran. La sua estensione arriva a oltre 160mila chilometri quadrati, quasi le dimensioni della Florida.
Il Mar Arabico era da tempo sospettato di ospitare un’enorme zona morta ma la pirateria e la geopolitica instabile della regione non hanno permesso agli scienziati, fino a tempi recenti, di compiere le opportune indagini.
La massa d’acqua che costituisce la zona morta nel Golfo del Messico ha delle concentrazioni di ossigeno inferiori a 2 parti per milione, si forma ogni anno nelle acque di fondo principalmente come risultato del grande apporto di azoto e fosforo proveniente dallo spartiacque del fiume Mississippi, che fertilizza le acque superficiali del Golfo del Messico e finisce per creare quantità eccessive dibiomassa algale.
La decomposizione di questo materiale vegetale negli strati inferiori porta alla perdita di ossigeno: in particolare, le alghe che muoiono lungo la costa – secondo un ciclo che si ripete ogni anno – si decompongono causando la fuoriuscita dell’ossigeno dall’oceano, e portando alla morte delle altre specie marine.
La nuova stima previsionale è stata effettuata da Eugene Turner e Nancy Rabalaisdella Louisiana State University e presuppone che non si verifichino tempeste tropicali significative nelle due settimane prima della misurazione o durante la misurazione stessa che sarà compiuta a luglio.
Questa scarsa presenza di ossigeno nelle acque più produttive del Golfo mette sotto stress gli organismi viventi che popolano quell’ambiente e può persino portare alla loro morte, rappresentando così una concreta minaccia per le risorse viventi di questo ecosistema, inclusi pesci, gamberetti e granchi che vengono catturati sul posto.
La condizione implica anche conseguenze sulla pesca commerciale: per esempio, il fatto che i gamberetti siano più difficili da trovare e i crostacei, affamati di ossigeno, siano lenti a crescere, il che porta allo sviluppo di un gamberetto più piccolo che viene, ovviamente, venduto a prezzo più basso.
Questo drammatico scenario di ossigeno ridotto ha cominciato ad apparire circa cinquant’anni fa, nel momento in cui le pratiche agricole nel Midwest si sono intensificate.
A fronte di questa situazione, negli ultimi decenni non è stata registrata nessuna riduzione del carico di nitrati portati dal fiume Mississippi al Golfo del Messico.
Secondo le previsioni, l’area ipossica raggiungerà una dimensione paragonabile a quella del New Hampshire e sarà di circa 4,5 volte superiore al limite che ci si proponeva di raggiungere con l’Hypoxia Action Plan, che si pone l’obiettivo di ridurla a meno di 5.000 chilometri quadrati. Quest’ultimo è un piano d’azione per ridurre, mitigare e controllare l’ipossia nel Golfo del Messico settentrionale, raccomandato dalla Gulf of Mexico/Mississippi River Watershed Nutrient Task Force e approvato dalla Louisiana Wildlife Federation nel 2001.

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